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Il sottosuolo contiene altre rovine d’età Aragonese, medievale, post-medievale e ottocentesca. Rinvenuto l’antico selciato
I Romani abitarono il Centro storico
Dai lavori di riqualificazione di Discesa Fosso spuntano porzioni mura di un edificio dell’epoca
di Giuliano Carella
Dal nostro centro storico sono transitati anche i Romani. A confermarlo, un recente ritrovamento fatto durante i lavori di riqualificazione di Discesa Fosso. Dal sottosuolo sono infatti riaffiorate due porzioni di mura di un edificio d’età romana.
Immenso lo stupore dell’equipe di esperti quando, lo scorso giovedì mattinata (8 aprile), ha riportato alla luce le rovine. A condurre i lavori sul sito è l’archeologa Chiara Raimondo chiamata o operare, sotto il coordinamento del responsabile territoriale della Soprintendenza dei Beni archeologici e culturali della Calabria, Domenico Marino, dopo che, durante i primi scavi erano emersi altre testimonianze d’epoca post-medievale. Da parte della Soprintendenza, sull’argomento, le bocche sono ancora cucite, ma qualche informazione è stata comunque possibile apprenderla in anteprima. Il ritrovamento, infatti, ha subito destato la curiosità degli abitanti della via che hanno sparso la voce in città.
La scoperta, come anticipato, è importantissima da ogni punto di vista: archeologico, storico e scientifico.
I resti ritrovati, infatti, confermerebbero la presenza di insediamenti d’epoca romana anche nella parte alta della città (e non solo sulla parte bassa di essa e verso la costa che va verso il promontorio di Capocolonna). Una seconda testimonianza, in tal senso, per il centro storico, se si tiene in considerazione l’altro ritrovamento fatto, nel giro di poche settimane, a piazza Villaroja, dove sono stati rinvenuti i resti di una struttura di culto d’età paleocristiana.
Ma il sottosuolo di Discesa Fosso è qualcosa di più straordinario. È come uno “scrigno” contenente i segreti di tutte le epoche storiche attraversate dalla città capoluogo. Quello venuto alla luce lo scorso giovedì non è che l’ultimo di una serie di importanti ritrovamenti.
Basti pensare che solo qualche giorno prima del rinvenimento della struttura romana, nelle immediate vicinanze, erano spuntati i resti di una fortificazione precedente a quella Aragonese, con ogni probabilità d’età Bizantina. Si tratta di due bocche di fuoco della vecchia cinta muraria.
Va qui ricordato che l’attuale Discesa Fosso, nient’altro era che il dislivello che separava il rivellino del fosso dal bastione Pedro Nigro. La realizzazione di questa grande rampa (l’attuale via) fu postuma all’epoca dell’impero di Carlo V. In origine era una cortina murarie sostenuta da archi in pietra (poi riempiti), che permetteva di accedere alla parte più alta della fortificazione. Durante i lavori di riqualificazione della via, i resti degli archi, sono affiorati ma con una spiacevole sorpresa: le rovine, oltre ai segni del tempo, portavano i segni indelebili di interventi moderni, compiuti durante tutto il ‘900, per la posa delle tubature dell’elettricità, del metano e dell’acqua corrente.
Ancor più straordinario, soprattutto dal punto di vista scientifico, anche il ritrovamento di alcuni resti di abitazioni post-medievali, datate tra il ‘500 ed il ‘700. Questo tipo di costruzioni prevedevano silos sotterranei per la raccolta del grano. Sul sito ne sono stati individuati due. Le due cavità devono essere state, prima, svuotate e, quindi, rinterrate con materiali databili fra l’era Preistorica e il 1800. E così, oltre al terreno, i due silos, contengono al loro interno ciottolame, monete, cocci, monile e altri reperti che l’equipe di archeologi sta catalogando. All’epoca dell’interramento dei due fori, infatti, Discesa Fosso, doveva presentarsi come un’area archeologica abbandonata, ricca di reperti lasciati a cielo aperto. È verosimile, dunque, che siano stati utilizzati i materiali circostanti per coprire le due buche. Un’operazione che ha per messo di restituire, in epoca moderna, un tesoro d’immenso valore scientifico ed archeologico.
Ciò che interessa maggiormente la riqualificazione dell’area, sono invece i circa 30 metri di selciato ottocentesco rinvenuti al di sotto dell’attuale manto stradale. Contengono una porzione dell’antica via e un marciapiede con selci più grossi. Eccola dove sta, secondo gli esperti, la vera riqualificazione storica della via: nel recuperare questo percorso ottocentesco, oggi coperto da sabbia per evitargli danneggiamenti.
Il cantiere di Discesa Fosso era stato riaperto una ventina di giorni fa, dopo uno stop di oltre tre mesi.
L’intervento della Soprintendenza non è stato autonomo, ma obbligato dalla legge. A sancirlo sono sia il Codice dei Beni culturali (decreto legge n.42 del 2004 art. 28 comma 4), che il Codice dei contratti (decreto legge 163 del 2006 articoli 95/96), che obbligano i committenti dei lavori (cioè gli Enti) a comunicare subito il ritrovamento dei reperti e, quindi, a provvederne per le spese di scavo.
Solo questa “ratio” ha potuto salvare i “tesori” di Discesa Fosso dalla rozza e spietata legge delle ruspe. Questo, per chiarire quanto cruciale sia il ruolo della conservazione dei beni archeologici e architettonici, in una città dove si continua a coprire il glorioso passato. Tali interventi non sono un blocco, ma un salvataggio. Lo stallo dei lavori, infatti, come in molti altri casi di lavori pubblici avviati a mai conclusi in città, non è che attribuibile al Comune capoluogo.
Quando l’Ente, infatti, comunica di voler avviare i lavori su una data area cittadina, magari di così importanza storica, la Soprintendenza trasmette subito quali reperti potrebbero trovarsi in quella zona. Ecco perché è previsto che nella progettazione esecutiva, il Comune, preveda già le risorse necessarie per eventuali interventi di recupero. Ma il più delle volte queste somme non vengono accantonate e, l’Ente, è costretto a sospendere i lavori. È stato questo anche il caso di Discesa Fosso.