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Libro dei morti in cui sono registrati i Martiri di Crotone

(foto di Andrea Pesavento)

  

 

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Martiri di Crotone 1799:

Il Sanfedismo tra reazione

e conservazione

 

di Enzo Mauro

 

 

Chi è stato, veramente, Fabrizio Ruffo? Al di là dei canoni valutativi già ampiamente consolidati dalla storiografia tradizionale (rappresentata, soprattutto, dal Croce, Colletta e Cuoco), qual è vera identità di questo singolare personaggio, Cardinale - guerriero, strenuo difensore del legittimismo borbonico, della cui impresa ricorre questo anno il Bicentenario?

 

Tenendo conto di un certo dibattito in corso sul suo profilo storico (1), si tratta di cogliere i confini tra l’azione politica propriamente detta, sia pure espressa in termini di controrivoluzione, e il bisogno generico di restaurare un vecchio ordine, arcaico e sedimentato, sconvolto da novità la cui portata crea timore ed apprensione, anche perché provenienti d’Oltralpe. Ad una prima analisi, l’azione intrapresa dal Cardinale appare come il tentativo di ripristinare “tout court” un ordine sociale ed un potere politico che si identifica con la vecchia aristocrazia terriera e della quale egli stesso si sente espressione, in una regione come la Calabria e in un regno in cui le diverse dinastie regnanti avevano creato nei secoli un vero “blocco dominante”, incentrato sul possesso della terra, rafforzandolo con successive donazioni e privilegi. Gli strati sociali subalterni, vivendo ai margini del potere istituzionale, vengono a loro volta controllati attraverso un’opera di divisione fatta di elargizioni e favori, da cui scaturisce necessariamente una forma di consenso sociale. L’azione del cardinale, pertanto, si inserisce all’interno di questo rapporto - alleanza tra nobiltà al potere e strati sociali consenzienti a cui si offre, quale arma ideologica, quella della Fede e della Tradizione, il che significa quel “modus vivendi” che aveva, fino ad allora, caratterizzato le classi al potere, e quelle subalterne ad esse aggregate, di cui si cerca di restaurare lo “status quo ante”.

 

A queste forze sociali, abbastanza minoritarie numericamente, si unisce una gran massa di manovra, fatta di sbandati e fuoriusciti, briganti e capibanda che vanno alla ricerca, oltre che di un facile bottino, di un “riciclaggio” quasi sempre pienamente raggiunto (vedi la vicenda del pluriomicida Nicola Gualtieri da Conflenti, innalzato al rango di colonnello dell’Armata sanfedista).

 

Vale l’affermazione del Lucifero, attento studioso dei moti del 1799, secondo cui sotto le insegne cardinalizie militava tutta la malavita delle tre Calabrie? (2). È, probabilmente, un giudizio troppo netto, liquidatorio di altre componenti che contraddistinguono gli avvenimenti del 1799 nel Regno di Napoli.

 

Non si può sottacere, soprattutto, come l’azione del Ruffo non può essere intesa se non all’interno di un più vasto conflitto sociale in cui l’altra parte, quella repubblicana e giacobina, è espressione di forze nuove, intellettuali e mercantili, che si andavano ormai delineando nel panorama economico del Mezzogiorno d’Italia alla fine del XVIII secolo. È il mondo della mercatura e delle maestranze (non a caso Crotone, città portuale e di mercanzie, oppone al cardinale la resistenza più accanita), di una piccola borghesia cittadina e di una certa nobiltà aperta alle idee liberali che esercita la propria forza di opposizione al tentativo restauratore dell’illustre Porporato di Bagnara.

Questo conflitto assume talvolta i connotati tragici e cruenti dell’odio e della violenza, talvolta quelli della semplice resa e capitolazione.

 

L’esperienza di Crotone, per virulenza e portata, è sicuramente la più importante dopo quella partenopea, di cui ricalca l’ispirazione democratica e popolare, trasformatasi in tentativo di governo riformatore i cui effetti, nel raggio d’azione di soli quarantasei giorni, non poterono tuttavia trovare piena e completa attuazione.

 

 

Note:

1)  G. Ruffo, Sanfedismo e Repubblica Partenopea, Calabria letteraria, n. 4 - 5 - 6, 1999.

2)  Al Lucifero, Quarantasei giorni di Repubblica a Crotone.

 

La fucilazione dei martiri della Repubblica di Crotone nel 1799 in un disegno di Antonio Sfortuniano

 

L’ingresso in Crotone delle truppe sanfediste (19 marzo 1799), al comando del Colonnello Perez e del Capitano Raimondi, apparve come una vera occasione, forse unica e irripetibile, di saccheggio e rapina per quella numerosa massa di persone che, aggregatesi alle poche forze regolari dell’illustre Cardinale, era capeggiata da alcune figure di briganti e “capimassa” già abbastanza noti alle popolazioni delle Calabria, in quanto, già da tempo, infestavano campagne e centri abitati.

 

La prospettiva di penetrare nel capoluogo del marchesato, cuore del latifondo calabrese e centro di una ricca nobiltà terriera, portò le “masse” o “comitive” di briganti alla decisione di seguire le truppe cardinalizie, determinate nel reprimere, con il loro valido aiuto, qualsiasi rivolta antiborbonica scoppiata nelle regioni del Regno. La conquista di Crotone, quindi, si andava configurando, nelle intenzioni degli artefici, come un’azione strategicamente finalizzata non solo a stroncare la resistenza di un “animoso presidio” (benchè a corto di armi, munizioni e vettovaglie), ma anche a realizzare un facile bottino di cui, in quel particolare momento dell’impresa, si avvertiva l’assoluto bisogno. Scrive il Colletta: “Il cardinale, non avendo danari per saziare le ingorde torme, né bastando i guadagni poco grandi che facevano sul cammino, aveva promesso il sacco di quella città” (1).

 

Anche il Lenormant, ricostruendo le vicende della presa di Crotone, parla di “promessa” quando scrive: “Conquistata la città, il cardinale, mantenendo la promessa che aveva fatto alle sue truppe, la condannò al saccheggio” (2).

 

Lasciata la Marina di Catanzaro in direzione di Crotone, al seguito del Vicario generale del Regno si pose un consistente gruppo di individui provenienti dalla zona di Gimigliano, paese che allora contava poco più di tremila abitanti e in cui, come ci dice il Cingari (3), l’esperienza repubblicana non aveva apportato cambiamenti di una certa importanza. Esso agiva agli ordini di Angelo Paonessa, detto “Panzanera”, e di srcangelo Scozzafava, detto “Galano”, entrambi di Gimigliano (4) e già conosciuti sulle Serre catanzaresi per le loro imprese brigantesche.

 

Il “Panzanera” appare come il vero “eroe” della conquista e del sacco di Crotone, fin dal primo momento. Conquistò, con un deciso manipolo di seguaci, una delle due porte della città, quella di terra, approfittando di una sua momentanea apertura per rendere possibile il rientro di un gruppo di repubblicani che avevano tentato una sortita, finita male, contro gli assedianti.

 

Tenne la porta con grinta e determinazione “fulminando a morte chiunque vi si avvicinasse e permettendo così alle altre schiere di penetrare in città” (5). Compì ruberie d’ogni sorta nelle case del ceto medio e della nobiltà, i cui membri, nel frattempo, avevano trovato rifugio all’interno del castello. La sua azione, durante il saccheggio, fu spietata, decisa, volta esclusivamente alla conquista di un facile bottino, coadiuvato da elementi locali.

 

Non si comprende perché il Lucifero (secondo una sua congettura, ripresa anche da G. valente (6), abbia identificato il “Panzanera” col nobile Ignazio Marincola, protagonista della controrivoluzione a Catanzaro e messosi al seguito del Cardinale. Del resto, il ruolo avuto dal “Panzanera” durante il saccheggio è dimostrato dal fatto che, alla partenza di Ruffo da Crotone (vi era entrato trionfalmente il 25 marzo ordinando, da subito, di procedere contro i rivoltosi repubblicani) egli scomparve, carico di bottino, rifiutandosi di seguire oltre il Cardinale. Ricomparve sulle montagne di Gimigliano e, quasi a voler dare una legittima motivazione al proprio operato, prese ad atteggiarsi a “Repubblicano”.

 

Il Preside della provincia della Calabria Ultra, Antonio Winspeare, in data 9 giugno 1799, emanò da Catanzaro un proclama contro Angelo Paonessa “Panzanera” per essersi messo a capo di una rivolta e perché “ha, a viva forza, piantato l’albero della pretesa libertà in Tiriolo, Settignano e Marcellinara e passa a far lo stesso nelle altre popolazioni” (7).

 

Fu accusato di capeggiare una banda di 20-30 persone, responsabile d’ogni sorta di reato, dal furto al delitto e alla strage. Catturato insieme al “Galano” e ad altri briganti tra l’ottobre e il novembre 1799, il Winspeare ordinò di eseguire immediatamente la condanna a morte, dandone poi notizia l’11 novembre.

 

Con lui operò, in quel terribile saccheggio durato due giorni, anche Lorenzo Benincasa, di Sambiase, ricercato dalla udienza di Catanzaro per aver commesso alcuni efferati delitti (8). Anche lui riprese la sua vita di brigante, sui monti, dopo la conquista di un ricco bottino, per concludere, ucciso, la sua vita di fuorilegge sulle rive del fiume Amato.

 

1) P. Colletta, Storia del Reame di Napoli, pag. 225.

2) F. Lenormant, La Magna Grecia, pag. 157, Vol. 2

3) G. Cingari, Giacobini e sanfedisti in Calabria nel 1799.

4) G. Cingari, op. cit.

5) A. Lucifero, Quarantasei giorni di Repubblica a Crotone.

6) G. valente, Crotone, Rubbettino Ed.

7) Proclama di A. Winspeare, in Cingari, op. cit.

8)       G. Cingari, op. cit., pag. 252 

 

 

Sanfedisti, bande e capimassa tc "Sanfedisti, bande

e capimassa " durante il sacco di Crotone (1799)

 

Il sacco di Crotone, oltre al “Panzanera”, ebbe a protagonisti altri capimassa di pari importanza e spessore nel quadro della malavita calabrese.

 

Elemento di spicco fu, senz’altro, Nicola Gualtieri da Conflenti, detto “Pane di Grano”, che non va identificato col brigante Scalise, noto con lo stesso soprannome e operante, in epoca successiva, sui monti della Sila Piccola, la cui banda fu distrutta nel 1863 (1).

 

La vicenda di “Pane di Grano”, quale condottiero sanfedista, ebbe inizio quando il generale inglese Staurt (Re Ferdinando era già in esilio a Palermo con la sua corte” decise di mettere il libertà tutti i forzati del penitenziario di Messina, a patto che collaborassero col progetto di restaurazione e di riconquista del Regno che il Ruffo si apprestava a compiere. Tra i mille forzati del carcere di Messina vi era anche il Gualtieri che, autore di 10 omicidi e 15 furti, stava scontando il carcere a vita (2). I detenuti lo elessero a loro capo e iniziò, così, l’avventura al segno della croce e della coccarda rossa (simboli dell’Armata sanfedista), allettato da promesse di laute ricompense, oltre alla impunità per ciò che aveva fatto.

 

L’episodio dei forzati di Messina, alquanto eclatante ma significativo, suscitò non poco clamore tra gli stessi ambienti borbonici. Il Sovrano, infatti, in una lettera indirizzata al ministro Acton, mostra un certo disagio per l’accaduto e si chiede: “Quale concetto dovranno formarsi di me i bravi calabresi e fedeli, vedendo in premio della loro fedeltà mandarli tanti scellerati a devastare ed inquietare le loro proprietà e famiglie? Potranno mai credere che ciò siasi eseguito senza mio ordine?”. Si sa che l’ordine di mettere in libertà i forzati, per essere utilizzati come massa d’urto nell’impresa cardinalizia, partì direttamente dal generale inglese Stuart (e questo la dice lunga sul reale potere decisionale di Ferdinando IV), ma è appurato, anche, che ci fu, successivamente, da parte del Sovrano, un tacito consenso (3). Le imprese di “Pane di Grano”, al seguito del cardinale Ruffo, furono numerose e, spesso, audaci, passando da una città all’altra durante la guerra di riconquista del Regno. Fu presente al sacco di Crotone, prendendo parte al saccheggio consumato a danno della popolazione (4).

 

Contrariamente ad altri capibanda che, dopo la conquista del bottino, batterono in ritirata, il Gualtieri, a capo dei mille forzati di Messina, giunse sino a Napoli, dando un contributo decisivo alla presa di questa città. Di lui si occuparono le cronache dell’epoca, dal Thiers al Courier e, nelle sue “Memorie”, il generale Guglielmo Pepe ne esalta il coraggio e la destrezza militare.

 

Al sacco di Crotone prese parte anche il brigante “Parafante”, cioè Paolo Mancuso di Scigliano, resosi protagonista della controrivoluzione nella sua città. Insieme ai suoi fratelli si mise al seguito del Cardinale, saccheggiando Crotone e giungendo fino ad Altanura (5), per rientrare, quindi, nella terra d’origine, vivendo, per un po’, col frutto delle sue ruberie.

 

Continuò la sua attività brigantesca in Sila, a capo di una numerosa banda (circa 400 elementi), di cui una buona parte a cavallo (6). Fu tristemente noto per diversi episodi di atrocità sia contro civili, sia contro militari che ne tentavano la cattura. La sua vita di brigante ribelle fu alquanto longeva, poiché fu solo nel 1810 che la sua banda, individuata, potè essere annientata e dispersa dal Jannelli, aiutante generale di manhes, nominato dal Murat quale Alto Commissario per la estirpazione del brigantaggio; il “Parafante” cadde ucciso in combattimento. Quasi tutti i capibanda presenti al sacco di Crotone (da “Pane di Grano” al “Parafante”) saranno protagonisti del brigantaggio antifrancese, continuando con la medesima tecnica del saccheggio e della rapina, poiché, come scrive il Lucifero, andavano allettati “con l’impunità nelle rapine, nei furti, negli assassini e nel saccheggio”.

 

1)    F. Molfese, Storia del Brigantaggio dopo l’Unità.

2)   Manhes - Farlan, Brigantaggio, Napoli.

3)   Manhes - Farlan, op. cit.

4)   A. Lucifero, Il 1799 nel Regno di Napoli.

5)   G. Cingari, Giacobini e sanfedisti in Calabria nel 1799, pag. 253.

6)  G. Giuranna, Il Brigantaggio, Studi Meridionali, 1974.

 


Tra il Nola Molise e i rivoluzionari del 1799 i “Napoletani” a Crotone

 

 di Andrea Pesavento

 

       

 

  

Durante il Viceregno ed il Regno di Napoli le relazioni tra Crotone e Napoli furono essenzialmente quelle tra una provincia periferica e la sua capitale.

Il legame era quello relativo dell’esercizio del potere. A Napoli i Crotonesi si recavano soprattutto per ragioni fiscali, amministrative e giudiziali e per stipulare i contratti con i mercanti del luogo per piazzare i prodotti della terra e del pascolo (grano, liquirizia, formaggio ecc.) oppure vi si trasferivano, trovandovi maggiori occasioni di lavoro o condizioni favorevoli per i loro affari e carriere1. Nella capitale i possidenti mandavano i loro figli a studiare per accedere alla carriera ecclesiastica e militare ed inviavano i loro procuratori a piazzare il grano al momento opportuno.

 

La presenza di Napoletani a Crotone invece fu per lungo tempo occasionale e contingente, legata soprattutto al commercio granario, al prestito di capitali ed all’amministrazione di qualche ufficio o incarico pubblico ed ecclesiastico. Tra i vescovi di Crotone, che erano di presentazione regia, ricordiamo i napoletani Marcello Majorana (1578- 1580), Tommaso de Monti (1599-1608), Geronimo Carrafa (1664-1683), Michele Guardia (1715-1718), Mariano Amato (1757-1765) e Bartolomeo Amoroso (1765-1771) e quelli di area campana Mario Bolognino (1588-1591), Claudio de Curtis (1592-1595) e Carlo Catalano (1610-1622). Altri ecclesiastici napoletani ricoprirono a volte la carica di cappellani, rettori o parroci dell’abbazia di Santa Maria de Prothospatariis e della chiesa di San Dionisio nel castello2 , che erano di nomina regia. Essi erano presentati dal re ed esaminati ed approvati dal regio cappellano maggiore di Napoli e quasi sempre delegavano qualcuno del luogo ad amministrare i beni del beneficio, facendosi portare le rendite a Napoli, come nel caso del parroco napoletano di Santa Maria de Prothospatariis Giovanni Mellucci. Altri napoletani presero possesso di benefici ecclesiastici come quello di San Jacopo Apostolo, eretto in cattedrale, di iuspatronato e di collazione pontificia3.

 

 Con l’arrivo dei Borboni alcuni napoletani fecero parte del presidio del castello, altri furono al servizio di mercanti o di feudatari del luogo o dei paesi vicini4. E’ il caso di Antonio Stuppello di Nocera de Pagani, che contrasse matrimonio a Crotone con Antonia Veteri detta Nina5. Oppure esercitarono particolari attività difficilmente reperibili sul luogo come il mastro di cappella Francesco Catalano6, lo scultore ed “artefice marmoraro” Nicola Boccacci7, il professore e maestro di musica e cappella Francesco Bifaro8, il dottor fisico Don Felice Sportelli9 ecc.  Al porto continuarono ad arrivare, come per il passato, i patroni ed i marinai delle tartane per imbarcare la merce, che era stata contrattata a Napoli ed i pescatori. Il loro rapporto con la città ionica era come sempre temporaneo e saltuario, legato cioè al tempo di imbarco o al periodo della pesca. Dopo l’inizio della costruzione del nuovo porto, voluto dal re Carlo VII di Borbone con reale dispaccio del 2 luglio 1753, le cose mutarono e numerosi napoletani si insediarono e si accasarono a Crotone. Alcuni trovarono stabile occupazione come marinai del porto, altri trassero profitto dal commercio, che il finanziamento ed il protrarsi dei grandi lavori di costruzione attivarono nella città.

 

Napoletani a Crotone prima della costruzione del porto

 

Il più famoso abitante di Crotone di origine napoletana è senza dubbio lo scrittore della “Cronaca dell’antichissima e nobilissima città di Crotone e della Magna Grecia”, edita nel 1649 in Napoli “per Francesco Savio stampator della Corte”. Gio. Battista de Nola de Molise, patrizio crotonese, era figlio di Gio. Domenico e della napoletana Diana di Bacio Terracina, figlia di Giacomo e di Giovanna Brancaccio, nobildonna del seggio di Nido. Gio. Battista,  come anche il fratello Geronimo, nacque a Napoli. Così è indicato Gio. Battista in alcuni atti notarili stilati a Crotone: “de civitate Neapoli ad pr.te. incola Croton.”10 , “de Neapoli”11 , “qui est originarius Crotonis licet neapolitanus”12. Nel luglio 1615 Gio. Battista è già presente a Crotone13  e sposato con Geronima de Labruti, figlia del nobile crotonese Hortentio14. La Labruti era rimasta dapprima vedova in giovane età per morte del marito Gio. Lorenzo Fera15 e  poi di nuovo vedova con figli, per morte del secondo marito Gio. Francesco Rotella16. Dall’unione non nacquero figli. Eletto dei nobili, nel giugno 1648, in quanto di origine napoletana , “nam mater eius Diana de Bacio Terracina fuit neapolitana”, descritto di grande autorità, integrità morale e fedeltà, fu inviato dall’università di Crotone a Napoli per ottenere dal vicerè, alcune concessioni e grazie in favore della città17. Confrate della confraternita del Rosario, che aveva sede nel convento dei domenicani, morì tra il 165118 ed il 166819.

All’inizio del Settecento troviamo in città Tommaso Capuano di Napoli. Egli cura la vendita di un immobile per conto di Giuseppe Caruso di Catanzaro20.

 

Tommaso Capuano, sposato con la crotonese Vittoria Petrolillo, figlia di Antonio e di Beatrice Bisanto, abiterà in casa propria in parrocchia di Santa Maria Prothospatariis ed avrà  numerosi figli:  Francesco, Giuseppe Antonio, Anna, Beatrice, Angela e Giuditta21. Giuseppe Antonio intraprenderà la carriera ecclesiastica mentre  Francesco possederà due suffeudi in territorio di Cirò e nel 1738 rifiuterà di essere annoverato nel ceto del secondo ordine, cioè dei nobili viventi, in quanto discendente da antiche famiglie di Crotone22. Nei primi anni di Regno borbonico troviamo dimoranti a Crotone i pubblici negozianti Domenico Aniello Farina e Gennaro Barra. Entrambi grandi mercanti di grano e interessati al regio fondaco e dogana di Crotone.

 

Il Farina, pubblico mercante di grano fu dapprima cassiere del regio fondaco e dogana di Crotone, originario di Nocera dei Pagani è già presente a Crotone nel 173623, due anni dopo compra dalle clarisse un comprensorio di case in parrocchia dello SS. Salvatore sul quale costruisce il suo palazzo24; nel gennaio 1740, tramite il suo procuratore in Napoli, prende in fitto per sei anni continui da Francesco Antonio Vitale, che ne è il proprietario, l’ufficio di regio vicesecreto del regio fondaco e dogana di Crotone25. Cittadino nobile vivente sposò Laura Asturi ed ebbe vari figli: Francesco Antonio, Giuseppe Antonio, Maria Angela e Libonia. Abitò nel suo palazzo di Crotone circondato da servi tra i quali alcuni napoletani (Gio. di Renzo, Francesco Califato ecc.) esercitando la mercatura, acquistando grano e formaggio per conto dei mercanti napoletani. Possedeva alcuni terreni e molto bestiame26. In casa in affitto abitò il cittadino napoletano privilegiato Gennaro Barra, anch’egli fu cassiere del regio fondaco e della dogana di Crotone27. Pubblico negoziante, il Barra assieme a Gregorio Cimino e Pietro Asturello, si dedicò al commercio del grano che ammassò nei magazzini28. Sempre il Barra assieme all’Asturello svolse attività creditizia. Da rilevare l’ingente prestito fatto ai principi di Strongoli Ferdinando e Lucrezia Pignatelli, i quali intendevano costruire tre mulini sul Neto presso Fasana29. Nel catasto del 1743 risulta tra i forestieri abitanti laici ed in possesso di una discreta quantità di bestiame, soprattutto utilizzato per il trasporto del grano e per l’aratura (12 somari, 13 bovi, 3 vacche, 6 giovenchi e 2 vitellazzi)30. Interessati sempre al commercio del grano e del formaggio troviamo in questi anni a Crotone Leonardo ed Andrea Gargiullo del Piano di Sorrento. Leonardo è un “negoziante di grani per li suoi corrispondenti di Napoli”; egli compra ed estrae grano dalla città per Napoli secondo le occorrenze e le commesse31.

 

Andrea abita in casa locanda con il suo garzone Cristofaro del Giudice32 e svolge anche lui l’attività di mercante. In tale veste come corrispondente dell’assentista generale Toussant Combe è addetto a fornire i viveri (pane fresco, biscotto ecc.) ai componenti delle regie galeotte, ai vascelli e feluconi del Regno di Napoli che attraccano al porto33. Sempre occupati nel circuito del commercio del grano, che unisce Crotone al mercato napoletano, troviamo i napoletani Aniello d’Adamo, Francesco Grosso e Antonio Biscardi, che esercitano la professione di pubblici cascatori, cernitori e crivellatori di grano nei magazzini di Crotone34.

Altri napoletani residenti a Crotone sono Carmenello e Michele Persico, Andrea Zurlo di Positano e Nicola Vassallo. I Persico lavorano come marinai nella tonnara di Bernardino Suriano, che è piantata a Capo delle Colonne sotto il comando del  patrone Andrea Jerucadi, raiso di Pragalia35. Lo Zurlo svolge l’attività di pescatore ed è coniugato con Anna Rispollo, abita in una casa in affitto in parrocchia degli SS. Pietro e Paolo assieme al figlio Ottavio, addetto alla stessa attività del padre36 . Il “fuciliero” Nicola Vassallo è sposato con Vittoria Scigliano abita in fitto in una casa in parrocchia di Santa Margherita assieme al figliastro e suo aiutante Francesco Antonio Manco37.

 

Napoletani dopo l’inizio di costruzione del porto

 

Con l’inizio dei lavori del nuovo porto la presenza napoletana diventa consistente e non più legata come per il passato quasi esclusivamente al commercio dei generi alimentari. Trattasi non solo dei patroni di navi, dei marinai e dei mastri addetti al “travaglio del porto”, ma anche di “mercieri” ed imprenditori, che stabiliscono o iniziano la loro attività a Crotone, attratti dal flusso di denaro, che arriva in città per il compimento dell’opera e con gli stipendi. Prolungandosi i lavori, molti si stabiliranno, mettendo su famiglia e dimora.

 

Tra questi il mastro d’ascia Giuseppe Fontana di Napoli, che fa parte dell’equipaggio del real sciabecco Sant’Antonio, il quale si unisce in Crotone con la vedova Maruzza Scavello; Maria Barberio, figlia del patrone Alessandro Barberio di Procida, marinaio del pontone addetto al travaglio del porto, che si unisce con il crotonese Pasquale Pancari; Antonio Romano di Napoli, patrone della lancia del porto, che sposa la crotonese Nunziata la Vecchia, figlia di Nicola e di Anna Campise; il mastro d’ascia napoletano Giovanni Lemmis, detto anche Liguori, addetto alle opere del porto, che sposa Angela Mazza, figlia del napoletano Salvatore ed abitante in parrocchia di Santa Margerita38 ; il mastro Pasquale Bellucci, che mette su casa e famiglia a Crotone39; Salvatore Mazza di Napoli, capomastro delle opere del porto, il quale amplierà la sua casa palaziata costruendo sopra tre botteghe appartenenti e presso l’ospedale di San Giovannni di Dio. Egli inoltre costruirà una bottega ed una casa presso le mura40.

 

Tra i mercieri napoletani presenti a Crotone, alcuni giungono in città periodicamente con le loro mercanzie al tempo della fiera della Madonna del Capo delle Colonne, come Pasquale Zambiasi della città di Cava “col suo fondaco di panni ed altro”41, altri si stabiliscono, aprendo bottega, è il caso di Alessio42 ed Antonino Fiodo, che vendono “pezze seu stracci”, di Antonio Paturzo di Piano di Sorrento con la sua bottega di merci43, di Antonio Romito di Positano, di Gennaro d’Acanfora di Praiano, del padron Michele Guarracino del Piano di Sorrento, che apre la sua bottega di merci in piazza ed esporta formaggio verso Napoli44 e del napoletano Benedetto Stabile, che si costruisce presso la porta della città, nella piazza dove si trova l’ospedale di San Giovanni di Dio nel luogo detto “il sedile delli massari”, una bottega di tavole, o baracca coperta di tegole, composta da una sola stanza terrana, dove abita con la famiglia e svolge l’attività di parucchiero45, del vitraro Rugiero Salvatore, del mastro falegname Rugiero Simone, del mastro sartore Alessandro Pandolfo, di Gio. Battista Lacamera ecc.

 

Altri napoletani già da tempo presenti in città dove esercitano l’attività di cernitori e crivellatori di grano, si mettono in società tentando nuove iniziative economiche. E’ il caso del mastro Antonio o Tonno Biscardi o Fiscardi e del figlio Michele, da più tempo casati ed abitanti a Crotone, i quali si uniscono col “mastro maccarronaro” Carmine Apicella. Essi comprano grano dagli Zurlo “per far maccarroni ed altro di pasta”46.

 

Questa attività economica infatti è in questi anni in forte sviluppo, tanto da dare il nome ad un largo della città, detto appunto “delli Maccaronari”47. Tra coloro che vi si dedicarono, oltre al già citato Apicella, spiccano le figure , del maccaronaro Giacomo Amato48 e dei coniugi Michele Fuscaldo e Libonia Rucciolillo, che possedevano un “ordegno grande per lavorar maccarroni, con sei trafili, bronzo, ferro e legname necessari al lavoro sudetto”49. Non sempre le cose vanno per il verso giusto come nel caso dei patroni Gasparo e Gio. Camillo di Trapani, originari del Piano di Sorrento. Essi nel mese di marzo del 1764 si accordano con Renato de Martino  del Piano del Sorrento, il quale finanzia la loro attività.

 

I  Di Trapani assieme a Giacomo de Martino, figlio di Renato, si trasferiscono a Crotone “coll’ingegno de maccaroni che situarono in un magazzino fuori le porte della città”. Iniziata subito la produzione, la continuarono fino alla fine di febbraio 1765.  Fatti i conti, risultò che i Di Trapani erano debitori verso i De Martino in ducati 373 e grana 82. Ciò era dovuto sia perché i Di Trapani avevano utilizzato parte dei proventi per estinguere alcuni loro debiti, sia per sopraggiunta annata calamitosa e  di carestia, che spinse il prezzo del grano fino a cinque ducati il tomolo50.  

 

Particolarmente attivo è il napoletano Domenico Sibilia, o Sibilla, da più anni accasato ed abitante a Crotone; egli commercializza ingenti quantità di formaggio, che compra dai possidenti. Possiede oltre alla casa  dove abita, una casa che affitta ed una bottega per uso di taverna ed inoltre gestisce un discreto capitale che dà in prestito51.

 

I lavoratori del porto

La presenza napoletana più consistente ed omogenea è quella che si forma attorno ai grandi lavori del porto, lavori che proseguiranno per tutta la seconda metà del Settecento e che videro impegnati numerosi “salariati”, soldati e marinai, oltre ad un centinaio di forzati, quest’ultimi impegnati in parte a tagliar pietre in Capo Colonna ed in parte addetti alla costruzione del porto. Con l’inizio dei lavori numerosi “napoletani” arrivarono in città per dirigere, lavorare, sorvegliare o ispezionare i lavori. Per molti di loro il rapporto con la città fu un fatto momentaneo, per altri divenne duraturo. Tra i primi che giunsero a Crotone, ricordiamo l’ingegnere militare Giuseppe Laurenti, direttore dell’opera, il sovrastante Pascale Landi, il patrone di lancia Silvestro Amodeo, il commissario di guerra Giuseppe Gonsales, il sovrastante Salvatore Mazza, l’algozino Pietro Cataneo, il capitano di mare Pietro Fisiero, il tenente Francesco de Benedictis, guardapalco in capo Colonna, l’algozzino dei forzati Giovanni Stozzino, i patroni Leonardo Porta, Gennaro Scotto52, Giuseppe di Palma e Tobia Aspante, che con le loro marticane portarono le pietre da Capo Colonna al porto ecc. In seguito  ne arriveranno altri. I documenti notarili dell’epoca recano molti nomi di coloro che presero parte all’opera. Francesco Venale di Napoli era tenente del regimento nazionale d’Abruzzo di guarnigione nel regio castello ed era addetto anche alla custodia dei forzati, che spezzavano pietre per il porto a Capo Colonna53. Giuseppe Longo di Napoli era capomastro delle opere in esecuzioni del porto. Il mastro Saverio Viviano di Roccapiemonte era il capo mastro della pietrera di Capo Colonna54. Pietro di Bova di Aversa era assentista del regio ospedale dei militari e dei forzati; Silvestro Amodeo di Conca era capitano della lancia in servizio per la costruzione del porto ecc.

 Quaranta anni dopo il suo inizio, il porto era ormai quasi completato ed era gestito da personale napoletano. Tra i “Forastieri laici abitanti” della città troviamo infatti i “marinari” ed i mastri addetti al suo funzionamento: Alessandro Barberio (marinaro del portone), Antonio di Leva (marinaro del porto), Giovanni Russo (marinaro del porto), Giovanni Sollazzo ( capitano del porto), Giuseppe Figarra (marinaro del porto), Sebastiano Colantonio ( marinaro del porto), Giuseppe Schiavo (marinaro del porto), Giovanni d’Ambra ( marinaro del porto), Giacomo Bonaccich (mastro Calafato), Luigi Abramo (marinaro del porto) e Nicola Bellucci (mastro calafato)55.

Saranno essi a svolgere un ruolo, certamente non secondario, al tempo della Repubblica Partenopea, facilitando lo sbarco e l’entrata in città dei militi di artiglieria francesi, che si trovavano in un bastimento alla fonda nel porto.

Per il sospetto di aver partecipato attivamente alla rivoluzione, alcuni di loro non riceveranno per un anno e quattro mesi lo stipendio. Si trattava dei mastri Simone Ruggiero, Nicola Bellucci, Giosuè Longo, Biase Antonio Spina, Pasquale Pangari, Francesco Antonio Racco e Giacomo Bonaccicch56..

   

 

Note

 

1.     Nel 1768 Pietro Barricellis vende alcuni immobili perché ha deciso di “conferirsi nella capitale di Napoli per colà fondar la sua casa”, ANC. 1129, 1768, 175-177.

2.     Nel 1766 chierico Giovanni Muzza di Napoli da più anni abitante a Crotone era rettore, capellano e beneficiato del semplice beneficio di S. Matteo Apostolo della famiglia Giuliano, eretto senza altare e cappella in cattedrale, ANC. 1343, 1766, 50-51.

3.     Il 18 luglio 1698 il reverendo Marco Antonio Benincasa, procuratore dell’abbate Antonio Mezomonaco di Napoli, prende possesso reale in cattedrale del semplice beneficio di S. Jacopo Apostolo senza altare e cappella in vigore delle bolle apostoliche, ANC. 338, 1698, 52: In seguito è rettore del beneficio Erasmo Bortone di Nola, Anselmus cit., f. 39v.

4.     Il 24 ottobre 1770 i coniugi napoletani Gio. Angelo Ceneta ed Irene Pistaro di passaggio a Crotone per imbarcarsi per Napoli dichiarano che erano stati al servizio del marchese di Crucoli Nicolò Amalfitano come camerieri, ANC. 1528, 1770, 39.

5.     Il matrimonio fu celebrato nella chiesa parrocchiale di S. Maria dei Prothospatariis il 24 gennaio 1751, Liber in quo coniugati adnotantur regiae ecclesiae S.tae Mariae, AVC.

6.     Catasto onciario Cotrone, 1743, f. 252.

7.     Nell’aprile 1758 il Boccacci è a Crotone dove si impegna a costruire l’altare maggiore della chiesa della congregazione della Immacolata Concezione, ANC. 859, 1758, 135- 137.

8.     Nel giugno 1758 Francesco Bifaro, “professore maestro di musica e cappella della città di Napoli”, conclude un accordo con il vescovo Mariano Amato e con alcuni benestanti della città. “Poiché per la deficienza in questa città di maestri di musica le funzioni della cattedrale sono sfornite di buon accompagnamento d’organo” ed avendo deciso il Bifaro di trasferire il suo domicilio a Crotone, egli si impegna col vescovo ad assistere da maestro di cappella in cattedrale per tre anni a partire dal novembre 1758 e sempre per lo stesso periodo insegnerà musica a dieci discepoli, figli della nobiltà locale, ANC. 859, 1758, 163-169.

9.     Il marchese Francesco Cesare Berlingieri dava sei ducati al mese al dottor fisico Felice Sportelli di Napoli, che alloggiava in casa del marchese ed era addetto alla educazione dei figli Annibale e Pomilio, in modo da prepararli prima che essi andassero a studiare a Napoli, ANC. 1124, 1752, 8-9.

10. Nel marzo 1622 Jo. Battista de Nola Molise ed il fratello il dottore Geronimo de Nola de Molise, vendono due case palaziate per ducati 400 a Jo. Battista Rotella, ANC. 117, 1622, 31.

11. ANC. 119, 1643, 69v- 71.

12. ANC. 133, 1648, 52 –54.

13. Per atto del notaio Paolo Gatto, in data Crotone 23 luglio 1615, “Gio. Batt.a de Nola marito di Ger.ma Labruti” dichiara di aver ricevuto da “Isabella Orefice olim moglie del q.m Horatio Vitale et herede del q.m Jacono Orefice d.ti novi a complimento di quello mi deve per le terze delli d.ti trecento trentacinque di capitale sopra le terre di Mutrò d’essa Isabella debiti alla d.a mia moglie per dote promessomi et ad essa donati in dote da Hortentio Labruti suo padre l’anni passati…”.Carte antiche del monastero di S. Chiara di Cotrone,1784/96, Cart. 26, AS. CZ.

14. Gio. Battista di Nola Molise compare tra i testimoni in un atto notarile, stipulato l’otto aprile 1620, col quale la novizia Gesimunda Susanna fa atto di rinuncia prima di prendere il velo nel monastero di Santa Chiara. Sempre in quell’anno era vicaria la sorella Lucrezia de Nola, ANC. 49, 1620, 4-5.

15. Durante il sindacato dell’anno 1591/1592, i sindaci e gli eletti di Crotone presero a censo dai coniugi Gio. Lorenso Fera e Geronima de Labruti, genero e figlia di Hortensio Labruti, uno dei nobili eletti, ducati 300 al 9 per cento. Passati alcuni anni e morto Hortentio labruti, coloro che avevano avuto il denaro affermarono che, finito il sindacato 1591/1592, poiché Geronima de Labruti era rimasta vedova, essi avevano consegnato il denaro al padre di lei Hortentio de Labruti, il quale si era impegnato a darlo poi alla figlia Geronima. Hortentio se ne era andato poi dalla città ed essendo morto, la figlia Geronima, che non aveva avuto il denaro, intentò causa contro i sindaci e gli eletti del tempo per riavere il prestito fatto con gli interessi decorsi, Atto del notaio Gio. Dionisio Spetiale , Crotone, 24.4.1625.

16.  Il 14 ottobre 1610 in Crotone Jeronima de Labrutis madre e tutrice di Jo. Battista, Aurelia e Vittoria Rotella, figli del comune padre il fu Gio. Francesco Rotella, fa una dichiarazione, Carte antiche del monastero di S. Chiara cit.

17. Il 9 giugno 1648 a Crotone, “Congregati in pp.co regimento l’infratti m.ci sindici et eletti nel governo di questa m.ca et fidelis.ma città di Cotrone nelle case univer.li more solito ad sonum campanae in pre.tia del m.co D. Gaspar de Zunica govern.re e capitano a guerra di d.a città per trattare et concludere et determinare alcune cose convenientino al serv.o di Dio di Sua M.ta et benefi.o universale il Capitan Don Gaspar de Zunica li m.ci Lelio Montalcini sind.co Gio. Jacono Petrolillo sin.co Gio. Batt.a de Nola Molise Carlo Berlingerio Gio. Paulo Antinoro eletti Gio. Thomaso Rigitano Gioseppe Galasso eletti. Fu per detti m.ci sindaci proposto e detto La congregatione delle ss. loro non per altro solo che per significarli come ritrovandose questa città in estrema necessità et oppressa per varie cause in tanto che  bona parte de cittadini per non potere sopportare li pesi si sonno da quella assentati et abbandonando lamata patria vanno dispersi in diversi parti del mondo conforme e notorio havemo giudicato per beneficio di quella et affinche potesse retornare nel suo pristino stato recorrere alla regale munificantia et gia che se ritrova sua Altezza Sereniss.ma nella città di Nap.li con la plenipotenza del Re n.ro Sig.re che Dio conservi et renda vittorioso per infiniti seculi inviare persona al detto serenissimo Principe a proponere il stato che essa città se retrova per la necessità delle quali viene travagliata et a supplicare quelle gratie che sono necessarie per sollevamento di quelle che perciò sono congregati le ss. loro affinchè concludano quello li pare espediente sopra questo fatto che quanto noi giudicamo doversi con effetto inviare uno delli eletti di nobili di essa città con procura et amplissima potesta di potere supplicare sua Altezza et sua Em.za per dette gratie e fare circa questo qualsivoglia supplica di dare qualsivoglia mem.le et accudire appresso a tutti quelli ministri tanto di giustitia come di guerra che sara necessario nominando per tale effetto la persona del m.co Gio. Batt.a de Nola Molise eletto di nobili di d.a città. Et per li detti m.ci sindaci et eletti unanimiter et pari voto fu determinato concluso che senza perdersi momento di tempo se invii la persona del S. m.co Gio. Batt.a di Nola Molise nella quale concorrono tutte le qualità necessarie affinchè conferendosi di persona nella città di Napoli proponghi in nome di questa città a sua altezza et a sua Em.za il stato di essa città e soi bisogni et supplichi le grazie necessarie per il sollevamento di quella..”, ANC. 133, 1648, 52-54.

18. Il 18 giugno 1651 Gio. Batt.a di Nola Molise partecipa alla elezione dei nuovi priori della confraternita del Rosario, ANC. 229, 1651, 43.

19. ANC. 253, 1668, 7.

20. Il 3 settembre 1703 in Crotone Tomaso Capuano, procuratore di Giuseppe Caruso di Catanzaro, vende un palazzo a Gio. Battista Caivano, ANC. 497, 1703, 59.

21. Catasto Onciario Cotrone, 1743, f. 90.

22. ANC. 665, 1738, 39.

23. ANC. 665, 1736, 47.

24. ANC. 665, 1737, 169

25. ANC. 911, 1740, 18.

26. Catasto Onciario Cotrone 1743, ff. 66-67.

27.  ANC. 911, 1738, 23 –30; 911, 1740, 18.

28. ANC. 911, 1743, 137-140.

29. ANC. 1063, 1744, 56-63.

30. Catasto onciario Cotrone, 1743, ff. 251-253.

31. ANC. 664, 1734, 41-42.

32. Catasto onciario Cotrone , 1743 cit.

33. ANC. 912, 1747, 125. Di solito “le galere della squadra di Napoli” venivano rifornite a Crotone con biscotto, pane, formaggio, olio, “maccaroni”, lardo, sale e vino, ANC.612, 1716, 130.

34. ANC. 913, 1749,112.

35. ANC. 793, 1743, 15.

36. Catasto onciario Cotrone , 1743 cit.

37. Catasto onciario Cotrone. 1743 cit.; ANC. 1063, 1751, 22.

38. Valente G., Marina e porto cit., p. 28.

39. ANC. 917, 1772, 103.

40. ANC. 1324, 1765, 134-144;1327, 1775, 155.

41. Dovendo allontanarsi da Crotone  per curare i suoi affari lo Zambiasi incarica il patrizio Tommaso Soda di riscuotere i numerosi crediti che gli devono numerosi acquirenti di Crotone e dei paesi vicini, ai quali ha fornito merci della sua bottega, ANC. 1127, 1761, 100.

42. Alessio Fiodo, privilegiato napoletano, ha denaro applicato a negozio per un valore di ducati 3700, Catasto Onciario Cotrone , 1793, ff. 190- 196.

43. ANC. 1324, 1764, 55v.

44. ANC. 1125, 1754, 50.

45. La bottega era stata costruita dallo stesso Stabile con suo denaro nel 1769, ANC. 1129, 1769, 100-108. Essa era situata sul suolo pubblico ed attaccata alle regie mura. Per tale motivo lo Stabile doveva pagare “in perpetuum” delle tasse sia all’università che alla regia corte. Nel dicembre 1773 la vende a Giovanni Spataro per ducati 46, con la condizione di poterci ancora abitare gratuitamente fino al 14 settembre 1774, ANC. 1326, 1773, 221-223.

46. ANC. 916, 1764, 106v-107.

47. Il “largo delli maccaronari” si trovava in parrocchia di Santa Margarita e proprio dietro la piazza, ANC. 1528, 1775, 31.   

48. Catasto Onciario Cotrone, 1793, cit.

49. Nel 1777 Libonia Rucciolillo chiede di poter vendere una casa dotale per poter far uscire dalle carceri del castello il marito, il quale si era indebitato per oltre 400 ducati col barone Ignazio Schipani, dandogli in pegno anche gli strumenti del suo lavoro, ANC. 1327, 1777, 45-46.

50. Non avendo i soldi da dare ai De Martino i Di Trapani si impegnano a pagarne una parte entro tre anni ed il rimanente entro 6 anni. Nel frattempo pagheranno ducati 6 all’anno come interesse, ANC. 1128, 1765, 111-112.

51. ANC. 1665, 1772, 1; Catasto Onciario Cotrone, 1793, f. 31.

52. Dip. Som. Fs. 521, fs.1, ASN.

53. ANC. 1323, 1760, 46.

54. ANC. 1666, 1781, 81.

55. Catasto Onciario cit.

56. Valente G., Marina e porto cit., p. 31.