Domenica, 07 Giugno 2020

tribunale catanzaroCATANZARO - Tutti davanti al gup di Catanzaro il prossimo 26 ottobre. Partirà in questa data l'udienza preliminare del procedimento 'Stige' istruito dalla Dda di Catanzaro contro capi, sodali e affiliati della cosca Farao-Marincola, a capo del 'locale' di Cirò. Sono 188 gli indagati per i quali l'antimafia ha chiesto il rinvio a giudizio. La cosca aveva creato, secondo l'accusa, una vera e propria 'holding criminale' in grado di controllare diversi settori economici, per diversi milioni di euro di giro d'affari, che spaziavano dai rifiuti, agli appalti pubblici, dal commercio alimentare e vinicolo, fino ai servizi funebri. Un controllo granitico del territorio che sarebbe nato anche grazie alla connivenza di politici e imprenditori. Ad affrontare l'udienza preliminare ci saranno, tra gli altri, Nicodemo Parrilla, al momento dell'arresto sindaco di Cirò Marina e presidente della Provincia di Crotone, Roberto Siciliani, ex sindaco di Cirò Marina, il fratello Nevio Siciliani, ex assessore con deleghe importanti, l'ex sindaco di Mandatoriccio Angelo Donnici, il vicesindaco del Comune di Casabona Domenico Cerrelli, il presidente del consiglio comunale di Cirò Marina, Giancarlo Fuscaldo, il consigliere Giuseppe Berardi. E, ancora, Michele Laurenzano, ex sindaco di Strongoli, Giovanbattista Benincasa, ex vicesindaco di San Giovanni in Fiore. E poi gli imprenditori del settore vitivinicolo Francesco e Valentino Zito, l'imprenditore Nicola Flotta, proprietario del Castello Flotta, location per matrimoni sfarzosi, gli imprenditori Pasquale, Luigi, Antonio e Rosario Spadafora, con un'azienda nel ramo del taglio boschivo a San Giovanni in Fiore, l'imprenditore del settore dei rifiuti Giuseppe Clarà.

 

 

 

 

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interrogatorioUn boss della 'ndrangheta assassinato da alcuni dei suoi sodali per prenderne il posto e la figlia, appena quattordicenne, dello stesso boss data in sposa ad un affiliato per sviare il sospetto che a eseguire l'omicidio fossero stati i suoi stessi uomini. E' la storia del delitto di Nicodemo Aloe, capo della cosca di Ciro', nel Crotonese, ucciso in un agguato di mafia nell'ormai lontano 1987, cosi' come l'ha racconta il figlio Francesco Aloe, 37enne, finito in carcere nell'operazione antimafia Stige del gennaio scorso, agli inquirenti della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Una storia, riportata stamane dal "Quotidiano della Calabria", che sta tutta dentro un verbale di interrogatorio allegato all'avviso di conclusione delle indagini dell'operazione Stige. L'interrogatorio e' stato reso da Francesco Aloe al procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, Vincenzo Luberto, e al sostituto Domenico Guarascio. "Ritengo che il matrimonio sia stato organizzato dai capi della cosca" ha dichiarato Aloe, riferendosi a Giuseppe Farao e Cataldo Marincola, i boss che presero il comando della cosca di Ciro' dopo il delitto del padre. "Questo affermo - ha detto ancora Aloe - in quanto i miei nonni e i miei zii erano contrari a questo matrimonio, per cui sono stati convinti dall'intervento di Giuseppe Farao e Cataldo Marincola. Mi sono spiegato questo intervento come volto ad evitare che si continuasse a pensare che mio padre fosse stato assassinato dagli stessi capi della cosca". E ancora Francesco Aloe racconta che "Spagnolo Giuseppe ha messo incinta mia sorella che aveva solo 14 anni, questo e' il motivo per cui l'ha sposata. A quell'epoca ero piccolo e non ho potuto oppormi".

 

 

 

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toga riesameRimesso in libertà l'imprenditore vinicolo Valentino Zito per assenza dei gravi indizi di colpevolezza. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame di Catanzaro che ha accolto oggi il ricorso degli avvocati Francesco Verri e Vincenzo Ioppoli. La Corte di Cassazione il 6 giugno aveva accolto l'impugnazione dei difensori contro la prima ordinanza e ordinato al Tribunale un nuovo esame. Il 3 luglio la Corte di Cassazione aveva annullato senza rinvio l'ordinanza per il fratello Francesco, liberato immediatamente. Nell'udienza di giovedì scorso la Procura della Repubblica aveva insistito per la conferma della misura cautelare. Ma il Tribunale della Libertà ha giudicato convincente nostro ricorso degli avvocati Verri e Ioppoli, già valorizzato dalla Cassazione. “Sulla soddisfazione processuale - ha commentato l'avvocato Francesco Verri - in questo momento francamente prevale un senso di spossatezza per la fatica fatta in tutti questi mesi, insieme all'amico e maestro Vincenzo Ioppoli, per rimediare con memorie, ricorsi, indagini difensive, consulenze a un - chiamiamolo col suo nome - errore giudiziario. E il lavoro non è finito. E' importante peró segnalare oggi l'annullamento della misura a causa dell'assenza dei gravi indizi di concorso esterno in associazione mafiosa anche perché la vicenda, al momento dell'arresto, aveva avuto grande risonanza mediatica”.

 

 

 

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corte cassazioneLa Suprema Corte di Cassazione ha annullato ieri con rinvio dinanzi al Tribunale della libertà di Catanzaro l'ordinanza che confermava l'applicazione della custodia cautelare in carcere nei confronti di Francesco Bonesse di Melissa. L’uomo era stato arrestato lo scorso 9 gennaio 2018 in Germania a Munsingen nell’ambito dell’operazione Stige e, nel mese di marzo scorso, era stato tradotto in Italia presso il carcere di Rebbia dov'è tutt'ora detenuto. Era stato arrestato con l'accusa di essere l'emissario della cosca Farao - Merincola in Germania. Allo stesso veniva contestata l'associazione mafiosa, il reato di concorrenza illecita con minaccia, il reimpiego di denaro sporco per la costituzione di un'attività economica denominata "Venere e Peperoncino", ed infine il reato di detenzione di armi comuni da sparo. In sede di Riesame, il Tribunale della libertà, accogliendo le tesi difensive dell'avvocato Giovanni Mauro, aveva già annullato il reato di concorrenza illecita con minaccia commesso in Germania. In particolare, era stato annullato il reato secondo cui Bonesse Francesco avrebbe imposto ai ristoratori italiani, calabresi e cirotani, che risiedevano in Germania, il monopolio dei prodotti semilavorati per pizza dell'azienda "Cuor di farina srl" e dal "MolinoCaputo di Caputo Amodio", attraverso atti di concorrenza sleale avvenuti con la minaccia di far parte del sodalizio ndranghetistico denominato "Locale di Cirò". Rimanevano ancora in piedi il reato di associazione mafiosa, di armi e il reimpiego di denaro illecito in attività economica. La Suprema Corte di Cassazione, accogliendo le tesi difensive degli avvocati Giovanni Mauro e Tiziano Saporito, ha annullato con rinvio la prendente ordinanza de Tribunale della Libertà di Catanzaro che aveva confermato la misura cautelare in carcere.

 

 

 

 

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toga riesameÈ tornato quest’oggi in libertà l’imprenditore 62enne Luigi Caputo detenuto dallo scorso 9 gennaio nel carcere di Siano a Catanzaro dopo essere stato raggiunto da misura cautelare nell’ambito dell’operazione Stige. Così come era avvenuto per il figlio Amodio lo scorso 9 giugno, la Procura generale della Corte di cassazione ha emesso oggi anche per il 62enne un dispositivo d’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere senza rinvio. La Cassazione ha quindi accolto quanto sostenuto dal collegio difensivo dell’imprenditore composto dagli avvocati Francesco e Giuseppe Barbuto, Vincenzo Maiello e Vincenzo Ioppoli che nel ricorso avevano tra l’altro sostenuto come il fatturato dell’azienda per la commercializzazione dei prodotti in Germania rappresentasse solo lo 0,5% di quello totale e come, questo, fosse documentato attraverso bolle di spedizioneri, autorità doganali, distributori e rivenditori, dunque non riconducibile ad attività in ''nero''. La decisone odierna della Cassazione annulla i pronunciamenti sulla custodia cautelare espressi in precedenza dal gip di Catanzaro, prima, e dal Tribunale della libertà dello stesso capoluogo, poi. L’imprenditore originario di Strongoli, assieme al figlio Amodio, erano stati colpiti da provvedimento perché accusati dalla Dda di Catanzaro di associazione mafiosa in quanto ritenuti gestori, per conto della cosca Farao-Mariconcola, di imprese che avrebbero monopolizzato il mercato dei prodotti semilavorati per pizza in Calabria ed in Germania con metodi mafiosi. L’avvocato Barbuto a nome del collegio difensivo ha commentato: «Con questo dispositivo, che rimette Luigi Caputo in libertà senza rinvio alcuno, viene restituita l’onorabilità delle aziende e dell’imprenditore che è riabilitato come ‘’sano’’ e non più come colluso. Inoltre – ha aggiunto il legale – la notifica del dispositivo cade in una data molto sofferta per la famiglia Caputo: fu proprio il 5 luglio del 1990, infatti, che un 16enne loro congiunto venne innocentemente trucidato a Strongoli durante la furia di un agguato mafioso. Questo viene a testimonianza anche del fatto che l’imprenditore, proprio in ragione di questo grave e inaccettabile lutto, ha da allora sempre ripudiato le logiche di questi ambienti».

 

 

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toga riesameTorna in lebertà a un mese esatto dalla pronuncia della Suprema Corte di cassazione che, lo scorso 29 maggio, aveva annullato con rinvio dinanzi al Tribunale della libertà di Catanzaro l'ordinanza applicativa della misura cautelare. Ieri, lo stesso Tribunale, in sede di rinvio, ha rimesso in libertà Gilda Cardamone, revocando definitivamente la misura degli arresti domiciliari. La signora Cardamone, nativa di San Nicola dell'Alto, ma residente in Torre Melissa, era stata accusata del reato di intestazione fittizia dei beni aggravato dall'art. 7 della legge antimafia. In data 9 gennaio era stata tratta in arresto nell'ambito dell'operazione antimafia denominata Stige, che aveva coinvolto oltre 170 persone, con l'accusa di essere la titolare fittizia della pescheria Profumo di Mare in Torre Melissa, che secondo la Dda di Catanzaro era di proprietà di Spagnolo Giuseppe detto "Peppe u Banditu". La Suprema Corte di Cassazione prima il Tribunale della Libertà dopo hanno accolto le tesi difensive degli avvocati Giovanni Mauro e Tiziano Saporito, che sin dall'inizio si sono battuti sostenendo la liceità della realizzazione della attività ittica. Infatti, dalla corposa documentazione è emerso che la pescheria era di esclusiva proprietà della sig.ra Cardamone e che nulla a che vedere aveva con Spagnolo Giuseppe.

 

 

 

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