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CRONACA NEWS

Aemilia, i giudici: «Una holding criminale, una multinazionale del delitto». Notificate le motivazioni della senzenta in abbreviato

Posted On Martedì, 27 Febbraio 2018 18:34 Scritto da

aemilia aula rito ordinarioUna holding criminale, una multinazionale del delitto. Così i giudici della Corte di Appello di Bologna definiscono l'associazione 'ndranghetistica al centro del processo 'Aemilia' nelle 1.400 pagine della sentenza in abbreviato, che aveva confermato in gran parte la decisione di primo grado per 60 imputati, con condanne fino a 15 anni. "Il progressivo innalzamento di livello dell'associazione - si legge - si rendeva ancora piu' evidente con il sempre piu' ampio e professionale inserimento dei sodali nel mondo degli affari sino a condurre alla formazione di una vera e propria holding criminale di rilievo internazionale". In cui "lo spietato e brutale sistema di approccio degli anni '90" cede il posto ad uno "piu' sottile", con metodi 'mascherati' sotto l'apparenza di un'attivita' imprenditoriale attiva in vari settori e "a tutto campo" nel mondo dell'edilizia, dei trasporti, dei rifiuti e movimento terra, dei quali il sodalizio calabro-emiliano assumeva in breve tempo il sostanziale monopolio". Secondo la sentenza la 'Ndrangheta emiliana e' una criminalita' organizzata che, nel corso degli anni, "pur manifestando costantemente la propria presenza in Emilia con numerosissimi episodi intimidatori e fatti di sangue, mostrava la propria potenza organizzativa con una peculiare capacita' reattiva e sapeva al contempo operare sempre piu' a 360 gradi, con una sorprendente abilita' mimetica per meglio infiltrarsi nel tessuto economico imprenditoriale sano della regione". Il gruppo capeggiato da Nicolino Sarcone, condannato a 15 anni, pur mantenendo un legame con la 'casa madre' calabrese, e in particolare con il boss Nicolino Grande Aracri, aveva "piena autonomia decisionale sugli affari da concludere". Grande Aracri era infatti sempre informato degli affari trattati al nord o anche all'estero, oltre che uno dei principali se non l'unico finanziatore del business e a lui andava una percentuale dei profitti. Non era tuttavia da lui, osservano i giudici "che dipendeva l'ideazione o la decisione di quali imprese assoggettare in Emilia ne' di quali occasioni economiche sfruttare o creare".

giuseppe paglianiL'ex consigliere comunale di Forza Italia a Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, condannato a quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa, "costituiva un tassello essenziale per l'esecuzione del programma criminale del sodalizio operante in Emilia cui forniva effettivamente e concretamente una cooperazione ben precisa, efficace e consapevole". Lo scrivono sempre i giudici della Corte di appello di Bologna, nella parte della sentenza in cui motivano la decisione di riformare l'assoluzione in primo grado del politico. Secondo i giudici, Pagliani "non solo conosceva parte significativa dei sodali, la caratura e caratteristica criminale dei medesimi e l'ideazione da parte degli stessi di un progetto di attacco politico-mediatico alle massime autorita' locali", ma "aveva dato il proprio assenso al programma" che prevedeva "di ribellarsi" contro le interdittive emanate nei loro confronti dal prefetto, "contribuendo efficacemente per la propria parte a sdoganare pubblicamente la tesi del gruppo". Nell'analizzare la posizione di Pagliani i giudici ricordano il contesto in cui si collocano gli incontri che nel 2012 il politico ebbe con esponenti della cosca emiliana. Dopo le interdittive del prefetto di Reggio Emilia che avevano colpito alcuni di loro, infatti, era in atto una sorta di 'controffensiva' da parte del gruppo, che dimostrava una sempre maggiore insofferenza. Una situazione che non poteva sfuggire, secondo la sentenza, "a un avvocato, per di piu' esperto di questioni civilistiche, di gestione della cosa pubblica e di gestione dell'emergenza mafiosa in Emilia quale era Pagliani, che di contro in piu' momenti e ambiti riproponeva la tesi (ideata dai vertici della cosca) di persecuzione ai danni della comunita' calabrese locale dolosamente ordita dalle massima Autorita' locali)". E se poteva anche trattarsi di una strategia politica, "e' parimenti vero che le modalita' e le tempistiche attraverso cui Pagliani decideva di esporsi pubblicamente sostenendo la falsa tesi" risultano "univocamente sintomatiche in senso accusatorio" Per la Corte, dunque, le condotte del politico furono "concretamente idonee e deliberatamente orientate a fornire supporto, visibilita' e cassa di risonanza al progetto di attacco alle istituzioni e agli organi di informazione ideato dal gruppo criminoso per insinuarsi con maggior potenza, visibilita' e parvenza di legittimazione anche politica all'interno del tessuto sociale della regione".