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Venerdì, 19 Agosto 2022

CRONACA NEWS

nicolino grande aracri2Sono state firmate dai Pm della Dda di Bologna le richieste di rinvio a giudizio per l'inchiesta 'Aemilia' contro la 'Ndrangheta. Le persone per cui è stato chiesto il processo sono 219. Rispetto agli avvisi di fine indagini di giugno sono state stralciate cinque posizioni, per un vizio di notifica e si pensa di poterle ricongiungere alle altre nell'udienza preliminare. L'udienza dovrà poi essere fissata dal Gup e quasi certamente si terrà a Bologna, in un padiglione della fiera. Le richieste sono firmate dai Pm Marco Mescolini, Beatrice Ronchi e Enrico Cieri, con il visto del procuratore aggiunto reggente, coordinatore della Dda, Massimiliano Serpi. Nell'atto inoltrato all'ufficio Gip non ci sarebbero modifiche sostanziali rispetto all'impostazione degli avvisi di fine indagine inviati a fine giugno. L'inchiesta, che a gennaio aveva portato a 117 misure di custodia cautelare e aveva rappresentato il più importante colpo alla criminalità organizzata in Emilia-Romagna, aveva contestato a 54 persone l'associazione a delinquere di tipo mafioso. Si trattava di un sodalizio ritenuto legato alla Cosca Grande Aracri di Cutro (Crotone) operante dal 2004 e tuttora permanente, con epicentro a Reggio Emilia. E finalizzato ad acquisire direttamente o indirettamente la gestione e il controllo di attività economiche, anche nei lavori per il sisma del 2012, oltre che ad acquisire appalti pubblici e privati, ostacolare il libero esercizio del voto nel caso di elezioni dal 2007 al 2012 nelle province di Parma e Reggio Emilia. I capi erano individuati in Nicolino Sarcone, Michele Bolognino, Alfonso Diletto, Francesco Lamanna, Antonio Gualtieri e Romolo Villirillo. Dell'associazione fanno parte, tra gli altri, come organizzatori, l'imprenditore Giuseppe Giglio, Gaetano Blasco e Antonio Valerio, questi ultimi intercettati mentre ridevano dopo le scosse di terremoto. Tra i partecipanti al sodalizio, Giuseppe Iaquinta, il padre dell'ex calciatore della Juventus e della nazionale Vincenzo, anche lui indagatoper reati di armi. Confermate erano state le accuse di concorso esterno all'associazione per il consigliere comunale di Forza Italia a Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, l'ex assessore Pdl del Comune di Parma Giovanni Paolo Bernini, il costruttore Augusto Bianchini, la consulente fiscale bolognese Roberta Tattini, il giornalista Marco Gibertini. Tra i prossimi imputati anche Nicolino Grande Aracri, ritenuto un boss della 'Ndrangheta, che non risponde, però, di associazione mafiosa. Tra gli accusati anche esponenti delle forze dell'ordine. Dopo alcuni dubbi sulla possibilità di celebrare l'udienza preliminare a Bologna, per la mancanza di uno spazio adeguato a contenere circa 500 persone tra imputati e avvocati e allo stesso tempo garantire condizioni di sicurezza, sembra essere definitivamente decollata l'ipotesi di allestire l'aula bunker in un padiglione della Fiera. Il risultato è stato ottenuto grazie alla collaborazione tra il presidente del tribunale Francesco Scutellari, la Procura e l'impegno economico della Regione Emilia-Romagna.

 

 

 

 

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dda bolognaLa Procura distrettuale antimafia di Bologna ha inviato l'avviso di chiusura indagini per il secondo troncone dell'operazione Aemilia, quello che il 16 luglio aveva portato all'applicazione di nove misure cautelari, dopo i 117 arresti di fine gennaio che avevano colpito la 'Ndrangheta imprenditrice' e i suoi presunti legami politici ed economici sul territorio. L'avviso, firmato dal procuratore aggiunto Valter Giovannini e dal pm Beatrice Ronchi, è arrivato - riferiscono alcuni media - a 23 indagati. Si tratta del boss Nicolino Grande Aracri, Alfonso Diletto, ritenuto un elemento importante della cosca soprattutto per la gestione degli affari, la figlia Jessica Diletto, Michele, Domenico e Catiana Bolognino, poi l'imprenditore Giovanni Vecchio, il figlio Silvano, Patrizia e Alfonso Patricelli, oltre a Francesco e Vincenzo Salvatore Spagnolo, Bruno Milazzo, Francesco, Antonio Muto, Emanuela Morini, Ibrahim Ahmed Abdelgawad, Abdellatif El Fatachi, Mihai Vrabie, Antonio Petrone, Gennaro Gerace, Loris Tonelli, Gianluigi Sarcone. Il troncone bis dell'indagine si è concentrato sull'aspetto economico e, in particolare, sulle intestazioni fittizie delle società per evitare di ricondurre la proprietà a componenti della cosca, oltre alle false fatturazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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dda bolognaNonostante gli arresti dell'operazione Aemilia dello scorso gennaio «abbiamo appurato che fino a qualche giorno fa l'attività continuava. Dal carcere continuavano a gestire affari dando disposizioni all'esterno, facendo sì che l'attività economica delle aziende continuasse in modo fruttuoso». Lo ha detto in conferenza stampa il procuratore di Bologna, Roberto Alfonso, in merito alla seconda tranche dell'inchiesta 'Aemilia' che ha portato all'arresto di nove persone; 19 gli indagati a vario titolo. «C'era l'esigenza - ha aggiunto il procuratore - di interrompere anche in questo modo l'attività delittuosa che continuava nonostante le misure cautelari di gennaio». «Sto per lasciare l'ufficio (andrà a Milano a presiedere la Procura generale, ndr) - ha rivelato Alfonso - e faccio il massimo fino all'ultimo giorno. Siamo riusciti a dare un segnale importante. Abbiamo aperto la strada e tracciato un percorso. Spero venga proseguito sempre anche quando non ci sarò. Abbiamo tanti filoni ancora non completamente sviluppati e esauriti - ha aggiunto - Completata la prima parte più importante, l'ufficio si occupa dell'approfondimento di tanti
altri filoni». Nei prossimi «mesi assisteremo alla loro definizione con richieste e adozioni di misure cautelari a questo tipo di attività - ha detto -. Per molti anni si potrà approfondire il materiale investigativo che abbiamo e trovare ulteriori riscontri all'impianto complessivo che siamo riusciti a dare». Il primo punto sulla situazione delle infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna, ha poi spiegato, lo «abbiamo fatto con la prima ordinanza del processo Aemilia. Quella di oggi è la riprova di quello che avevamo detto allora. Si tratta di aziende importanti in molti settori nevralgici dell'attività economica, altroché infiltrazione, era più di un'infiltrazione...».

 

 

 

 

 

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taormina internaIl gip Alberto Ziroldi ha revocato la misura di custodia cautelare in carcere e ha rimesso in libertà Giuseppe Iaquinta, padre dell'ex calciatore della Juventus e della Nazionale Vincenzo, arrestato a fine gennaio nell'ambito dell'inchiesta Aemilia della Dda di Bologna contro la 'ndrangheta, in particolare nel Reggiano. Iaquinta, imprenditore, è accusato di associazione di tipo mafioso. Il giudice ha accolto l'istanza presentata dal difensore di Iaquinta, l'avvocato Carlo Taormina. L'ordinanza ha tenuto in forte considerazione, nella decisione, l'esposto alla Procura di Bologna con cui Iaquinta si 'autodenunciò' nei mesi scorsi, invitando "gli organismi requirenti da un lato a svolgere attività investigativa sul proprio conto a dimostrazione dell'insussistenza di legami con le organizzazioni criminali di tipo 'ndranghetista" dall'altro denunciando "abusi che si assume posti in essere a suo danno a seguito della legge della iscrizione alla cosiddetta 'white list'" delle imprese. In seguito sempre Iaquinta, con Taormina, sollecitò sul punto anche la Procura nazionale antimafia. Per il giudice tutto ciò non sarebbe in sostanza compatibile con "il diffuso atteggiamento di riserbo e omertà e understatement che connota la condotta degli appartenenti ai sodalizi mafiosi, in specie per quanto riguarda gli affari, e che rende del tutto sconsigliate o sconsiderate iniziative estemporanee" come quella di Iaquinta. Questa condotta 'incoerente', "disvela dunque potenzialità tali da segnare una consapevole presa di distanza dall'ambiente di appartenenza". Inoltre l'avvocato Taormina ha riferito di aver fatto richiesta alla Procura di Bologna perché venga disposto un confronto tra Giuseppe Iaquinta, il figlio Vincenzo e Roberta Tattini, consulente fiscale bolognese, pure lei tra gli arrestati nell'indagine emiliana e accusata di concorso esterno in associazione mafiosa. In una conversazione intercettata e citata nell'ordinanza di custodia cautelare tra Tattini e il marito, si farebbe infatti riferimento ad una somma di 800mila dollari da lei attribuiti a Iaquinta padre. Nell'interrogatorio di garanzia davanti al Gip, ha riferito sempre Taormina, la donna avrebbe però poi negato questa circostanza, ma avrebbe detto di aver incontrato entrambi, cioé sia Giuseppe che Vincenzo. Per il legale, invece, "non l'hanno mai vista né conosciuta".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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pagliani giuseppe internaNei confronti di Giuseppe Pagliani «non possono giudicarsi acquisiti gravi indizi di colpevolezza» in ordine al suo presunto concorso esterno in associazione mafiosa [LEGGI ARTICOLO]. Lo scrive il tribunale del Riesame di Bologna nell'ordinanza con cui motiva l'annullamento della custodia cautelare in carcere per il consigliere comunale di Forza Italia a Reggio Emilia, arrestato il 28 gennaio nell'ambito dell'operazione "Aemilia" contro la 'ndrangheta [LEGGI ARTICOLO]. Pagliani, difeso dagli avvocati Alessandro Sivelli e Romano Corsi, è stato scarcerato il 19 febbraio. I giudici dicono che le sue condotte «non integrano né l'elemento oggettivo, né quello soggettivo della fattispecie delittuosa contestata» e, in un altro passaggio, che «non Integrano un contributo dotato di una effettiva rilevanza causale nella conservazione o nel rafforzamento delle capacità operative dell'associazione». Per l'accusa Pagliani, all'epoca capogruppo Pdl in consiglio provinciale, promise sostegno alle rivendicazioni di chi lamentava 'persecuzioni' ad opera del prefetto di Reggio Emilia. Ma, secondo il tribunale, nell'incontro del 2 marzo 2012 «molto probabilmente ha promesso il proprio intervento in qualità di esponente politico per risolvere la grave difficoltà causata da predetti provvedimenti e comunicatagli dagli altri partecipanti. Tuttavia, successivamente non ha adottato alcuna iniziativa concreta causalmente idonea a determinare un diverso divisamento da parte del Prefetto». Per i giudici «l'unica sicura e diretta estrinsecazione dell'incontro del 2 marzo è stata la cena del 21 marzo successivo», al ristorante Antichi sapori, ma anche questa non avrebbe avuto rilevanza causale «nella conservazione del sodalizio e nel momento di crisi determinato dalle interdittive antimafia». Il Riesame sottolinea poi come da maggio 2012 «non risultano esservi stati contatti diretti tra l'indagato e i membri del sodalizio e pertanto non vi è prova che il primo abbia improntato le sue reazioni agli interessi dei secondi e della consorteria». In merito agli attacchi che Pagliani portò poi all'ex presidente della Provincia di Reggio Emilia Sonia Masini e alle 'cooperative rosse', il tribunale evidenzia come da sempre siano stati «uno dei dati caratterizzanti l'azione politica» e che pertanto gli interventi dell'autunno 2012 «ben potrebbero essere stati un'ulteriore estrinsecazione di tale linea politica e non aver avuto lo scopo di agevolare e di consolidare l'associazione». In una nota diffusa dalla difesa del politico si dice che «il Tribunale della Libertà non ha liberato l'avvocato Giuseppe Pagliani in ragione della sola inesistenza delle esigenze cautelari, ma si è spinto oltre ed ha, in modo pieno, integralmente demolito l'impianto accusatorio» nei suoi confronti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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massimo gagliardi2BOLOGNA - I tentacoli della 'ndrangheta pervadono l'Emilia. Da Cutro a Bologna il passo è stato breve per il clan calabrese dei "Grande-Aracri". L'operazione "Aemilia" [LEGGI ARTICOLO] che si è svolta principalmente tra le provincie di Modena e Reggio ha coinvolto, sia gli affiliati alle cosche della 'ndrangheta (in particolare al clan Grande Aracri di Cutro, presente da decenni in regione), che politici locali (un tecnico comunale, degli imprenditori e perfino un giornalista) [LEGGI ARTICOLO]. Sono stati 160 gli arresti eseguiti in tutta Italia lo scorso 28 gennaio. Duecento risultano essere invece gli indagati. Gli ordini d'arresto emessi della procura di Bologna sono stati 117, mentre i restanti provvedimenti sono stati ordinati dalla Dda di Catanzaro. Le accuse, come è noto, vanno dall'associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, porto e detenzione illegali di armi da fuoco, intestazione fittizia di beni, riciclaggio, emissione di fatture false. Il tutto sarebbe legato agli appalti per la ricostruzione post terremoto 2012. Come è possibile che tutto ciò sia potuto accadere in maniera così eclatante ed invasiva? Ne parliamo col vicedirettore del Resto del Carlino, Massimo Gagliardi (foto) che, tra l'altro, è nato a Crotone nel 1958. Dal 1976, è il numero due alla direzione dello storico quotidiano bolognese. Da anni è sposato con una bolognese e ha quattro figli (il più grande ha 27 anni, la più piccola sei). Ecco il suo punto di vista.


L'inchiesta "Aemila" ha fatto scalpore anche qui, nel Crotonese. Specialmente perché Cutro è il paese del clan Grande Aracri, la cui zona di influenza pare sia arrivata ben più lontano di quello che poteva apparire. Cosa ne pensa il giornalista Massimo Gagliardi?
Il Resto del Carlino, giornale leader in Emilia, ha seguito molto a fondo l'inchiesta Aemilia, che ha evidenziato in maniera clamorosa quello che da anni qui si pensava, ma che nessuno voleva si dicesse apertamente. Da almeno 20 anni, infatti, in Emilia Romagna ci sono evidenti segnali che mostrano atti di intimidazione mafiosa, usura e riciclaggio di denaro di provenienza camorristica o 'ndranghetistica.

In quali zone della regione si sono avuti i primi segnali che evidenziavano la presenza malavitosa?
I primi segnali si sono avuti sulla Riviera Romagnola, dove le principali organizzazioni compravano ristoranti, o alberghi, o altre strutture ricettive per riciclare in attività lecite i proventi di attività di tipo illecito. La ndrangheta si contraddistingue per un certo modo "pulito" di organizzarsi per entrare in un sistema produttivo.
Ma cosa e perché non si voleva vedere?
Dagli anni '70 in avanti, l'Emilia, ha costruito il mito del "buon governo". Non si voleva prendere coscienza ed ammettere che c'erano le infiltrazioni. Ammettere di avere delle infiltrazioni 'ndranghetistiche, o camorristiche è stato difficile per la nostra classe dirigente. Il Pd romagnolo ha sempre girato la testa da un'altra parte perché, ammettendone l'esistenza, avrebbe sporcato "la vetrina". Ma mettere la testa sotto la sabbia è stata un'azione molto dannosa. Perché da parte sua, la 'ndrangheta, si è camuffata molto bene nel frattempo. Non uccide molto, fa di tutto per non dare nell'occhio. Si occupa specialmente di edilizia, ed in genere si tratta di aziende molto piccole.
Quindi la presenza della ndrangheta in Emilia si avvertiva. Quali sono stati i primi segnali?
Negli anni, molti sono stati gli episodi dubbi per i quali non si è voluto, o non si è potuto attribuire una natura intimidatoria. Ci sono state registrazioni, intercettazioni telefoniche per provare chi e con quali modalità si dava fuoco a proprietà di coloro che si rifiutavano di pagare o di assumere imprese indicate dalla 'ndrangheta. «Te lo faccio io il capannone!», dicevano. E se non accettavano, davano fuoco ai locali...
L'inchiesta Aemilia si differenza dalle precedenti. Ci può spiegare in che cosa?
Da tre o quattro anni a Bologna si assiste a sequestri di beni a famiglie di ndrangheta, in applicazione a numerose inchieste calabresi. Cioè, le autorità locali (magistratura e forze dell'ordine) eseguivano il sequestro di beni in base ad indagini nate altrove. Non c'erano inchieste nate qui e portate avanti in Emilia. Questa inchiesta invece è partita qui. E' stata un'inchiesta ben condotta. Aemilia è il risultato di almeno 3 anni e 5 mesi di lavoro.
Gli arresti sono stati tantissimi, ricordiamo, da Bologna sono partite 117 ordinanze. Si può sperare adesso di riacquistare una dimensione di normalità?
Certo, anche se si tratta di un primo passo, di un passo importante. La vena è tutta da esplorare, siamo solo all'inizio. Secondo l'ultimo dossier di Libera, l'anno scorso in Emilia c'è stata una media di un atto intimidatorio al giorno, tra lettere anonime con bossoli, locali bruciati, ecc...
Questa inchiesta, in particolare, ha fatto emergere la presenza in Emilia di elementi appartenenti a clan cutresi. In che modo?
Si tratta di 'ndrangheta cutrese che fa riferimento alla cosca di Nicolino Grande Aracri. Ma la 'ndrangheta abbiamo visto che, oltre che a Reggio Emilia, si sta estendendo a Parma, Piacenza, Mantova. In quest'ultima città, ad esempio, c'è un sindaco di origini meridionali, Nicola Sodano, che anch'egli risulta indagato per una lottizzazione dell'imprenditore Muto [LEGGI ARTICOLO].
Quindi il settore delle costruzioni è quello più ambito dalla 'ndrangheta?
Certo. E' stato dimostrato che la 'ndrangheta puntava a costruire in determinati punti. Quindi c'è il bisogno, per loro, di avere un contatto con il potere amministrativo per avere le licenze e i vari permessi. Li si può ottenere avendo magari amici i sindaci, o eleggendo proprio consiglieri e, ancora, condizionando quelli già eletti. Come pare sia accaduto anche a un consigliere di Forza Italia, Giuseppe Pagliani [LEGGI ARTICOLO], finito nelle carte dell'inchiesta Aemilia. Non dimentichiamo le intercettazioni tra i due malavitosi che, in riferimento al terremoto in Emilia, dicono: «Faremo begli affari!».
Quali altri sono i settori con possibilità di infiltrazione mafiosa?
Ci sono settori, come quello del movimento terra, sul quale si inizia ora a indagare. Poi sono in corso altre indagini sul riciclaggio, dove risultano indagati dei commercialisti. Da analizzare, in questo senso, è anche il fenomeno delle possibili ingerenze nelle cooperative di facchinaggio.
Il Comune di Cutro è stato da poco commissariato. L'ex sindaco Migale ed altri politici cutresi avevano protestato contro l'estromissione di alcune ditte cutresi dalle gare d'appalto. Si era parlato, allora, di discriminazione. Nel 2011, poi, alcune imprese vengono accompagnate dall'attuale sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri Graziano Delrio (che all'epoca era sindaco di Reggio Emilia) a discutere con il prefetto De Miro di tale "inconveniente". Ma è così? E' vero che le ditte erano discriminate per motivi di razzismo?
Hanno protestato perché il prefetto precedente, Antonella De Miro aveva emesso delle interdittive per impedire ad alcune imprese di partecipare alle gare [LEGGI ARTICOLO]. Questo non è razzismo. Ci sono indagini, processi in corso. Le accuse naturalmente sono da dimostrare.
Cosa è cambiato? Perché ora le indagini si fanno e si concludono in Emilia?
Finora non c'è stata la volontà e la possibilità di procedere. Adesso, invece vanno nella giusta direzione, anche per merito del procuratore capo Roberto Alfonso, anche lui di origini meridionali e numero uno della Dda dell'Emilia-Romagna. È uno esperto in questo tipo di inchieste... Alfonso ha il giusto bagaglio di conoscenze e la volontà di proseguire.
Ma Bologna, la città capoluogo di regione, è indenne da questo virus contagioso?
Parrebbe di sì. Ma anche qui bisogna indagare ancora. Per la prima volta, infatti, anche a Bologna viene inquisita una commercialista bolognese che curava gli interessi del boss Grande Aracri (il riferimento è a Roberta Tattini che avrebbe curato per i magistrati gli affari del clan. Nello studio Tattini ci sarebbe stato un incontro a cui avrebbe partecipato anche Nicolino Grande Aracri, ndr).
Cosa fare per conoscere meglio il fenomeno?
Siamo solo all'inizio e quindi molto indietro. C'è la necessità di fare una mappatura per una conoscenza del fenomeno. Quanti sono, chi sono, dove si stanno posizionando. Questa indagine si basa su "pezze d'appoggio" solide. Ma la domande è: per un'inchiesta che si chiude, quante altre se ne apriranno?
L'Emilia Romagna ha degli anticorpi così forti da reagire, così come dichiarato all'indomani degli arresti?
Questo sarà il banco di prova per i magistrati, per i politici. Per prima cosa, bisognerà applicare un sistema di sorveglianza sulle gare pubbliche, escludendo le realtà che si camuffano.
Cosa si può e si deve fare? Può dare delle indicazioni?
Bisognerà stilare queste "White list", come si ama oggi chiamarle, dalle quali restino fuori le imprese che usano le "teste di legno" o prestanome. Eliminare il massimo ribasso dove s'intrufola questa gente. Eliminare il doppio subappalto. Questo per il settore costruzioni. Poi ci sono le cooperative di facchinaggio. Anche qui è necessario eliminare il sistema del massimo ribasso e sorvegliare i subappalti. Nel facchinaggio ci si serve di manodopera a basso costo, cittadini stranieri spesso sfruttati.
E per la politica? Come fare per non avere infiltrazioni o condizionamenti?
Bisogna sorvegliare. Bisognerà riuscire a muoversi all'interno del nostro contesto, che è fatto di regole democratiche. Poi, all'interno delle regole, bisogna essere capaci di gestire gli strumenti che abbiamo per impedire che persone vicine ai clan possano essere eletti, o possano inquinare in qualche modo le elezioni.
In che modo si può evitare che uno, diciamo così, simpatizzante e vicino ai clan, possa venire eletto nelle competizioni?
Non è facile. Se sono incensurato e ho i voti, ho tutto il diritto di essere eletto. Ma, si può poi vigilare sul voto di scambio. Per far questo ci vuole una volontà unanime, ci vuole il tempo per condurre le indagini.
Ma allora in Emilia, la comunità cutrese è tutta 'ndrangheta e malaffare?
No. Non è così e voglio che questo si sappia. Devo dire che i cutresi in Emilia (solo a Reggio Emilia c'è una grande comunità di cutresi, circa 13mila) per la stragrande maggioranza è gente dignitosa, meritevole di rispetto al pari degli emiliani.
E lei, direttore, si sente integrato a Bologna?
(sorride) Sì, sì! Sono inserito bene.

 

 

 

 

 

 

 

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