Italian Dutch English Russian Spanish
Facendo ricerche su un aspetto del patrimonio orale e culturale calabrese, le leggende sui folletti “nostrani”, ne esce un quadro stupefacente, per la ricchezza di credenze tramandate. Se si è a caccia di folletti e creature magiche appartenenti al “piccolo mondo”,... ...Approfondisci!
Se esiste personaggio antico che è riuscito tener e vivo il suo ricordo eterno... ...Approfondisci!
Quando si pensa all'antica Kroton, vengono subito in mente nomi come Pitagora, Milone, Alcmeone,... ...Approfondisci!
Quelli a cavallo delle due guerre mondiali furono anni travagliati e complessi per la Chiesa... ...Approfondisci!

pkr cultura 2mini

Sei qui: HomeCULTURA | SPETTACOLICultura Krotonese

Cultura Krotonese

Facendo ricerche su un aspetto del patrimonio orale e culturale calabrese, le leggende sui folletti “nostrani”, ne esce un quadro stupefacente, per la ricchezza di credenze tramandate. Se si è a caccia di folletti e creature magiche appartenenti al “piccolo mondo”, una valida alternativa alla fredda Irlanda ed al nord Europa è la Calabria, infatti per le credenze della tradizione popolare i folletti che affollano la nostra regione non sono di meno di quelli d'Oltralpe, certo non hanno nomi come elfi, goblin, troll, gnomi, ninfe (ecc.), ma, sono altrettanto bizzarri, dispettosi ed affascinanti ed inafferrabili, ospiti invisibili della natura e delle case. Di certo stiamo parlando di un aspetto culturale della nostra tradizione, di credenze e non della reale esistenza di un “piccolo mondo” fatto di esseri mitologici, eppure molti calabresi fino a qualche tempo fa ci credevano, dando talvolta a questi esseri la colpa di alcuni accaduti accidentali domestici. Nell'immaginario collettivo quindi (non solo calabrese, ma in tutta Europa), fino a qualche decennio addietro, queste creature erano particolarmente rispettate e temute, ma le leggende sono sopravvissute fino ad oggi. Nei boschi si aveva la sensazione di essere scrutati da dietro le foglie, e piccoli incidenti domestici erano attribuiti a dispetti di questi piccoli ospiti, come alla loro bontà nel caso di fortuiti e preziosi ritrovamenti. Curiosi e vispi erano presenti ovunque, in una società ancora rurale dove la natura ne faceva da padrona, ed in Calabria assumevano nomi ancora più bizzarri. Nella nostra regione troviamo “I monaci folletti” originari ed il “Monacello”, diffuso secondo l'immaginario collettivo in tutta l'Italia meridionale, quest'ultimo era un burlone dispettoso. I Monaci folletti vivrebbero nelle case delle famiglie calabresi più povere, sono raccontati in forme ed aspetti diversi, chi li vuole nani con i calzoni ed il berretto rosso, chi addirittura giura che siano animaletti antropomorfi ricoperti da peli. Sono avari e disturbano il sonno dei padroni di casa, che vengono aggrediti sul petto mentre riposano. Questi folletti possiedono ciascuno una pignatta piena d'oro, che nascondono ai piedi di un albero, può essere rubata solamente quando seguono il loro padrone verso una nuova casa. Attenzione anche al maligno “Cuscu” di cui si sa poco se non quello di essere tremendamente cattivo. Molto dispettosi, anche i folletti “Ora”, si possono allontanare dalle abitazioni, ponendo sul pavimento due oggetti incrociati, questo prima di andare a dormire. Nelle cantine e nei solai delle case di campagna calabresi possiamo trovare anche i “Fajetti”, che tra tutti i folletti sono i più dispettosi, di notte si sbizzarriscono e creerebbero molti guai, nascondendo gli oggetti. Sono famosi per i dispetti di ogni genere, che riservano alle ragazze. Con i Fajetti non bisogna arrabbiarsi, sennò continuano divertiti, l'unico rimedio è far finta di niente, così annoiati vanno via. Se incontrate invece un “Vuvitino”, rallegratevi perché siete vicino ad un tesoro, infatti questo folletto è il custode dei tesori calabresi. A Catanzaro possiamo trovare gli “Augurielli”, il folklore locale ne indica una precisa iconografia: Paffuti, capelli ricci, berretto rosso e piedi con gli zoccoli di cavallo. Gli Augurielli portano fortuna a chi si ci imbatte, da qui il loro nome che fa riferimento al buon auspicio; comunque sono gelosi delle case che infestano (preferiscono le case coloniche abitate da sette persone) e diventano molto dispettosi all'arrivo di nuovi inquilini, per farseli amici basta donargli un oggetto luccicante, un pezzo di metallo o anche un vetro, di cui sono particolarmente bramosi. I più famosi di tutti sono gli Augurielli, a Crotone chiamati i “l'agureddri”, la credenza è diffusa a Napoli e tutto il Sud, compreso la Calabria, hanno presunti parenti a Bari, infatti della stessa famiglia sarebbero considerati gli “Augurie” pugliesi. Molto simili agli Augurielli, nel resto della Calabria troviamo “i Faretti”. Poi v'è “u Monacheddru”; la sua iconografia è quella di un nanetto vestito da frate, con fibbie d'argento ai sandali e lo zucchetto rosso in testa,la credenza è diffusa a Crotone e Catanzaro ed altre zone, chi riesce ad impossessarsi del suo simpatico copricapo riesce a trovare la fine dell'arcobaleno, dove secondo una leggenda popolare vi si trova nascosta una pentola piena di monete d'oro zecchino. L'impresa, tuttavia, non è semplice, infatti se il furto del cappello dovesse fallire “u Monacheddru” si vendicherebbe. A quel che si dice, chi fosse capace di rubargli lo zucchino, potrebbe facilmente vedersi offrire quale riscatto, addirittura un tesoro. In alcune zone del crotonese regna “u Scavuseddru”, indossa un berretto ed un mantello rosso ed è naturalmente scalzo, questa creatura è di bassissima statura, tarchiato e dall'aspetto sgradevole; secondo altri versioni popolari è invece una creatura leggera ed agilissima. Le credenze vogliono che all'improvviso dia violenti scappellotti in testa a uomini burberi e rudi, e che offenda le donne esclamando “brutta!”, tuttavia è gentile e cortese e risponde se chiamato. S'incontra solo di notte, ha il dono della bilocazione ed è molto difficile acchiapparlo. Segue sempre la famiglia che lo ospita nell'eventuale cambio di residenza; come i suoi cuginetti, se gli si ruba il berretto promette oro in riscatto, ma a differenza loro, è truffaldino, e fa trovare carbone al posto dell'oro promesso, quindi attenzione. A Cutro, alcune famiglie, la prima notte trascorsa in una casa nuova, lasciavano imbandita una tavola per lo Scavuseddrru, se il mattino seguente i cibi erano intatti, voleva dire che non erano stati di suo gradimento, una vera sciagura per la casalinga, d'ora in poi sarebbe stata vittima dei dispetti. Sui monti della Sila abitano i “Marrauchini”, dalla corporatura molto gracile e dal loro vestiario composto da tunica e cappuccio nero. Non sono molto amati dagli abitanti della zona, visto che sono soliti rubare le galline nei pollai, uova e animali di piccole dimensioni. Con nome simile, invece, abitano sulla costa Jonica i “Marrauchicchi”, secondo le credenze locali alti due palmi circa, sono velocissimi, hanno piccoli occhi e mani rosso fuoco, stesso colore il berretto da cui non si separano mai, come del resto tutti i folletti. Conoscono luoghi in cui si trovano tesori segreti, per farselo nemico basta rubare loro il berretto rosso e minacciarli di non restituirglielo più. A quanto parrebbe soffrono di bipolarismo, hanno una doppia personalità, che può essere gentile e generosa, oppure, crudele e spietata. Non hanno problemi a farsi vedere dalla gente, ama servire e riverire le fanciulle di bell'aspetto, mentre è dispettoso con le donne anziane o di aspetto poco attraente. Nella tradizione di Reggio Calabria troviamo “u Fuddettu”, dalla bianca barba, usano spostarsi in groppa ad un ranocchio, importunano i neonati nel sonno, gli cambiano posizione, oppure li mettono a terra o sotto il letto. Inoltre amano scambiare il barattolo del sale con lo zucchero, l'aceto con l'olio, addirittura gli escrementi con la cioccolata; i loro dispetti avvolte sono eccessivi. Per non farli entrare in casa la tradizione reggina consiglia di lasciare una scopa all'esterno della porta, questo non potrà fare a meno di contare e ricontare le setole, in una tentazione compulsiva che lo indurrà a sbagliare e continuare a contare e ricontare fino al sorgere del sole. Anche a Crotone per non fare entrare “u l'agureddru”, essere in alcuni casi descritto terrificante che la notte aggredisce nel sonno (accostato alle smanie del dormiveglia), si consiglia di lasciare una scopa all'esterno con lo stesso intento dei reggini; questa della scopa come rimedio all'intrusione notturna di esseri sgraditi è una tradizione che era molto diffusa, si trova anche nel cosentino a Firmo, dove le “setole da contare” salvano non solo da esseri del “piccolo mondo”, ma anche da streghe, “magare” e diavoli. Nell'immaginario popolare di Campana (CS), vive una altra versione dell'augurello, detto auguriellu, che avrebbe le sembianze di una bambino con cappellino e vestiti rossi; anche in quella zona si usa lasciare una tavola imbandita per accattivarselo, ma la notte di Natale. A Vibo Valentia invece le credenze popolari volevano l'esistenza di un terrificante folletto, lo Schiavotto di Cuseju, questo folletto nero, brutto e peloso, è molto sanguinario, aggredisce le ragazze che osano uscire dopo il tramonto, dopo averne abusato le farebbe sfracellare nei burroni; rapisce bambini, scava buche che ricopre con fogliame; insomma dallo Schiavotto si ci può aspettare le cose peggiori. In fine bisogna annoverare tra gli esseri immondi che “vivono” in Calabria: Orchi, Fate e Ciclopi, che in maniera sparsa troviamo in credenze, racconti e favole di tutta la regione. E' il caso di dirlo, in Calabria la varietà di esseri “fatati” che popolano fantasie e racconti, è così vasta da poter fare invidia alle popolazioni del nord Europa.

Davide Pirillo

 

 

 

Se esiste personaggio antico che è riuscito tener e vivo il suo ricordo eterno nell'immaginario popolare questo è senza dubbio l'eroe Milone di Crotone, non solo nella sua Città, dove al dire il vero è un po' immeritatamente sottotono, ma in tutto il mondo dove è considerato l'uomo più forte di tutti i tempi ed è celebrato al pari, se non più, delle icone pop moderne. Monumenti, nomi di città, operazioni di marketing e prodotti di colossi commerciali a lui vengono dedicati periodicamente, oltre le celebri produzioni artistiche neoclassiche a quelle meno conosciute contemporanee. Se ci sta luogo per cultura e geografica molto distante da quella Magna Grecia che ha dato i natali a Milone, beh anche lì troverete celebrazioni di questo atleta-campione. In un caso, addirittura, con una città che porta il suo nome. Negli Usa, infatti, precisamente nella regione Maine del New England, troviamo una cittadina (un paese diremmo in Calabria) fondata nel 1823 che dedica il suo nome - dicono nei loro siti istituzionali - a Milo of Croton: stiamo parlando della città appunto chiamata Milo, un borgo tranquillo di 2300 anime. Rimanendo in quegli Stati Uniti, avidi di storia antica altrui, il nome di Milone si è legato a quello della Coca Cola, un’operazione di marketing che ha portato il colosso a pubblicare una serie di cartoline con i campioni olimpionici più famosi, tra cui l'eroe crotoniate. E speriamo che la multinazionale si fermi qui, visto che l'ultima volta che la Coca Cola ha preso di mira un personaggio per farsi pubblicità, parliamo di San Nicola (in arte Babbo Natale), la sua propaganda ha cambiato il colore tradizionale del vestito, facendolo da verde a quello attuale rosso. La Coca cola ha modificato così per sempre l'iconografia del Santo, tanto da portare il Natale a essere rappresentato a livello cromatico con un colore affine all'onnipresente brand. Questo per dire che non si sa mai: magari ci trasformano Milone in qualche americanata o col costume di Zio Sam! E rimanendo sui colossi commerciali, anche la famigerata holding Nestlé, in passato ha usato il nome di Milone, a lui dedicando una serie di prodotti alimentari e bevande “Milo Nestlè”. Povero Milone: magari qualcuno gli farà fare la fine commerciale di Guevara impresso su milioni di T-Shirt. Dagli espedienti di marketing del capitalismo avanzato, che banalizza tutto e tutti, passiamo alle più rassicuranti celebrazioni artistiche. Il nostro eroe vive da ormai tanti anni una certa fama che lo ha trasformato in soggetto rappresentativo, dalle statue barocche di fine '600 e un pullulare di interesse neo-classico, alla digital art di oggi, passando per la musica della band nord-irlandese Cutaways, che ha intitolato un suo singolo nel 2009: Milo of Kroton. Arriviamo via via ai “souvenir” del Louvre di Parigi con la copia in scala del celebre Milone marmoreo di Puget. Digital Art, dicevamo, una bella rappresentazione è stata creata dall'artista greco Kostas Nikellis, utilizzata come copertina da ΜΑΧΕΣ & ΣΤΡΑΤΙΩΤΕΣ (Battaglie e Soldati), un periodico culturale greco, che nell'edizione aprile 2011 ha pubblicato un approfondimento storico intitolato “Milone di Crotone e la battaglia del fiume Nika (510 a.C.)”, la rappresentazione di Nikellis, vede Milone con elmo corinzio che impugna il ceppo d'ulivo, come la celebre mazza di herakles, raffigurazione tradizionale di Milone alla guida delle truppe crotoniate, durante la guerra contro Sybaris. Per non parlare poi delle raffigurazioni pittoriche alle molte statue in parchi ed importanti città europee, una lista, non completa, delle opere la si può trovare su Wikipedia. A proposito di arte digitale, su vimeo.com, si può trovare un'animazione tedesca molto bella: “Sedung mit der maus – Milon von Kroton” pubblicato da Mickis Studio. Non può mancare la TV in questa milo-mania, programmi televisivi stranieri si sono occupati in maniera irriverente della morte di Milone (ed anche di Pitagora), che se per gli artisti è divenuta sublime momento di rappresentazione artistica, portando Puget sotto critica negativa per la rappresentazione non rassegnata dell'accettazione della morte, dovuta agli eroi classici, come meritava Milone, per alcuni “telestupidi” è divenuta addirittura morte stupida, tranquilli si tratta solo di tele-spazzatura. Tra piccole e grandi celebrazioni, alcune grandiose alcune meno riuscite, credo che Milone sia nella la Top Ten degli eroi greci più rappresentati, alla pari di Eracle e Achille e se non credete sia giusto, allora, provate voi a portare un vitello sulle spalle da Crotone a Olimpia e divenire 33 volte campioni. «Marte divida l'eternità della sua gloria, e ne dia una parte a quegli che ti istruì a combattere: la tua forza è tale che Milone è appresso a te un fanciullo» (Shakespeare).

Davide Pirillo

 

 

Quando si pensa all'antica Kroton, vengono subito in mente nomi come Pitagora, Milone, Alcmeone, un po' meno quello di Faillo e di Cilone. Pochissimi, invece, hanno sentito parlare di personaggi come Onata o Arignota. Molti sono infatti i personaggi sconosciuti ai più, legati agli antichi fasti della città, una moltitudine di filosofi, matematici, militari, medici e personalità legate alla Scuola pitagorica. La storia si complica e si intreccia, personaggio su personaggio, che secondo la tradizione e i miti molto spesso si vogliono imparentati o legati a Pitagora, come Milone stesso del resto. Vediamone qualcuno con qualche nota biografica, più o meno storica. Per alcune fonti, tra i primi quattro redattori della prima edizione dei poemi di Omero, è probabile che ci sia il poeta Orfeo di Crotone, eppure gran parte della sua città non lo conosce. Brontino crotoniate, filosofo e medico, secondo alcune fonti era padre di Teano, moglie di Pitagora, per altre era invece il marito di Teano che diventerebbe quindi solo discepola di Pitagora. La filosofa Teano per altri sarebbe la figlia di Pitagora. Tornando a Brontino, la tradizione lo vorrebbe tra gli scrittori che, sotto il nome Orfeo, avrebbero scritto dei poemi mistici, oltre ad essere stato lo scopritore di una misteriosa polvere filosofica (forse un medicamento). A lui sono dedicate le opere di Alcmeone, secondo lo storico greco antico Diogene Laterizio. Tra i nomi meno conosciuti, il primato di vero patriota crotoniate va consegnato a Gartiga di Crotone, tant'è che morì, secondo Giamblico, di crepacuore nel vedere la sua città distrutta durante la Battaglia dell'Elleporo, tra la Lega Italiota di cui Kroton ne era capitale. Gartiga è stato anche tra i numerosi successori di Pitagora alla guida della Scuola pitagorica. Altro filosofo quasi sconosciuto era Millia di Crotone, marito della filosofa Timica di Sparta. Secondo l'opera “Varia Historia” dello storico latino Claudio Eliano, Millia fu reso edotto da Pitagora di essere la reincarnazione del re dei Frigi Mida, anche se poi Gianblico racconta che Millia era convinto di essere invece la reincarnazione di Euforbo figlio di Panto, per segni indubitabili. Aristotele ci ha parlato di un altro filosofo crotoniate, Xuto, che tentò di spiegare l'esistenza del vuoto, con un rompicapo che sembra una lezione di fisica. Suda, Giamblico e Porfido, sostengono che Myia fosse figlia di Pitagora e Teano, nonché moglie di Milone. Della filosofa crotoniate purtroppo si sono perse le opere, tranne una lettera, ma si dice che il suo pensiero e opere fossero molto famose nell'antichità. Quindi se la lista dei filosofi è lunghissima, questi riportati sono solo alcuni. Dei nostri avi che andrebbero riscoperti ne troviamo in altri ambiti, esempio in quello militare spicca il nome di Leonimo, “sconosciuto” si fa per dire, vanta citazioni da Strabone, di Cicerone in De Natura Deorum, poi da Plutarco, Giustino, Pausania. Leonimo quindi fu un militare che prese parte alla battaglia della Sagra, insieme a Formione. Secondo le leggende, sia Leonimo, che Formione, dopo la battaglia contro Locri Epizefiri, si recarono dall'oracolo di Delfi. La Pizia ordinò a Leonimo di partire per l'isola di Leuca, dove incontrò Achille ed Elena, quest'ultima gli consigliò di andare a trovare il poeta Steisicoro dove poi entrambi sarebbero guariti dalla cecità. Mentre Formione, fu indirizzato dall'oracolo a Sparta, dove come consigliato, chiese aiuto al primo medico incontrato. Ospitato da un giovane e dopo aver partecipato alla festa in onore dei Dioscuri, venne trasportato miracolosamente da Sparta a Crotone, guarito e poi trasportato a Cirene dove avrebbe incontrato re Batto II. Quindi fu ritrasportato in fine a Crotone. Nell'ambito storico, Formione, dopo la battaglia contro i Lacedemoni, fu comandante della truppe crotoniate guidandole alla distruzione ed alla colonizzazione di Cleta. Ed ancora chi ha sentito parlare di un altro, forse, figlio di Pitagora, il filosofo Arimnesto? O di Astone? E di un’altra figlia di Pitagora, la sempre filosofa Damo? C'è da diventare matti tra filosofi, figli veri e probabili di Pitagora, di certo appartenenti alla sua stretta cerchia, per non parlare della moltitudine di crotoniati antichi legati al mondo dello sport e della medicina, conosciuti da pochi “addetti alla cultura” e che la città farebbe bene a riscoprire.

Davide Pirillo

Un rapporto intenso perché legato allo Spirito ed all’interiorità lega la Calabria all’Italia centro settentrionale dell’Umbria e della Toscana. E’ stata inaugurata a Ravenna, capitale bizantina, all’interno delle celebrazioni in onore di Dante Alighieri, un’intensa mostra dedicata ai luoghi del “Sommo Poeta”, di san Francesco d’Assisi e Gioacchino da Fiore: il pensatore e teologo calabrese, primo riformatore dell’Ordine cistercense e “profeta della Spirito Santo” che dai periferici monti della Sila, ad otto secoli dalla morte, continua ad ispirare il pensiero filosofico teologico dell’Europa occidentale. Col contributo del comune ravennate e la consulenza scientifica del Centro internazionale di studi gioachimiti, il progetto culturale è stato curato dal fotoreporter Giampiero Corelli e dal saggista Francesco Tassone autore di “Ecologia consapevole” secondo cui “la mostra è un percorso straordinario nella cultura green attraverso i sentimenti più intimi di Gioacchino da Fiore, Francesco d’Assisi e Dante Alighieri: il profeta precursore, il santo della natura ed il sommo poeta”.
“Trait d’union” fra Gioacchino da Fiore e Dante Alighieri il “Liber figurarum” di Gioacchino da Fiore che giustamente Giuseppe Succurro, presidente del Centro internazionale di studi giaocchimiti definisce “la più importante opera di teologia figurativa dell’alto Medioevo” e “l’espressione più alta della simbologia giacchimita”. I suoi codici furono ritrovati a Reggio Emilia alla vigilia della seconda guerra mondiale. “Ciò che non riusciamo a dire come si conviene con le parole – scriveva lo stesso Gioacchino – possiamo almeno introdurlo tramite le figure esposte”. Capita così che la stessa opera non è una casuale raccolta di figure fra quelle inserite negli scritti di Gioacchino da Fiore, ma molto di più: un supplemento che, con precisione fotografica, racchiude secondo Succurro “le strutture portanti e l’immaginazione caleidoscopica del pensiero del fondatore dell’Ordine florense”. Fra le immagini gioachimite che affiorano nella “Divina Commedia” dantesca, la figura del Veltro liberatore ed innovatore della Chiesa e della società cristiana citato nel primo canto dell’Inferno; il simbolismo di Beatrice descritta nei canti XXI e XXX del purgatorio come un’innovata “Ecclesia spiritualis”; l’enigma dei Cinquecento Dieci e Cinque (DUX) che come fece il personaggio biblico Zorobabel, proprio nel 515 a.C., avrebbe liberato la Chiesa dalla “nuova Babilonia” che affiora nel XXXIII canto del Purgatorio; la visione della “Candida Rosa” in cui , nel XXXI canto del Paradiso è facile riconoscere sia la simmetria e la gerarchia del “Salterio decacorde” che il “Liber figurarum” ed i Cerchi trinitari che, nel trentatreesimo canto della stessa Cantica, descrivono l’ordinamento dello stesso Paradiso. Contemplando la Trinità, Dante così la descrive: “Nella profonda e chiara sussistenza \ dell’alto Lume parvemi tre giri \ di tre colori e d’una contenenza;\ e l’un da l’altro, come iri da iri \ parea reflesso, e il terzo parea de foco, \ che quinci e quindi ugualmente si raggiri”. E se fino alla scoperta del “Liber Figurarum” di gli studiosi dell’Alighieri ritenevano che tali giri potessero essere visti con gli occhi della fede mentre la geometria non li avrebbe mai visti; dopo la scoperta dei codici di Reggio Emilia fu facile immaginare che gli occhi umani del Vate fiorentino avevano visto gli stessi cerchi nell’ undicesima immagine del “Liber figurarum”. La stessa immagine che sintetizza le tre età a base del pensiero teologico gioachimita, è così descritta dal Teologo calabrese nella “Expositio In Apocalypsim” così scrive: “trea in ea colores esse perpendimus: unum viridem, alium caerrulum, tertium rubicondum”.
Secondo gli storici, lo scenario dell’incontro ideale fra il giovane studente Dante Alighieri ed il pensiero di Gioacchino da Fiore avvenne nel convento fiorentino di Santa Croce. Colui che sarebbe divenuto il Vate per antonomasia si formò in quel convento che ospitava uno dei più importanti luoghi della formazione francescana. Negli anni degli studi danteschi, la cattedra di teologia era affidata a Pietro di Giovanni Olivi. Proprio questo colto francescano francese, in una delle proprie opere, la “Lectura super Apocalypsim” aveva rilanciato il sogno gioachimita della Terza età della storia, quella dedicata allo Spirito Santo. Secondo frate Pietro Olivi, proprio l’Ordine francescano rappresentava il momento più alto della storia ecclesiastica e quindi come quella purezza destinata a redimere quella “Ecclesia spiritualis” che Gioacchino contrapponeva alla “Ecclesia carnalis”.Nello stesso convento francescano, un altro teologo gioachimita conosciuto da Dante fu Umbertino da Casale che con i propri scritti ispirò una lettura apodittica della storia della Chiesa ispirata al pensiero di Gioacchino secondo cui sarebbe presto arrivato un “papa Angelico” che avrebbe guidato il Cristianesimo. E l’attesa dell’età dello Spirito che sarebbe stata caratterizzata da una pacificazione generale presente sia nei sogni di numerosi Francescani, particolarmente nella corrente degli Spirituali. Effettivamente, un positivo rapporto fra la teologia di Gioacchino andò a crescere proprio con la “minoranza” francescana degli Spirituali che, dopo l’elezione a superiore di frate Elia da Cortona, non accettarono l’uniformarsi dell’Ordine francescano alle altre comunità religiose, preferendo ad ogni compromesso con la proprietà nell’esigenza di una maggiore spiritualità. A ben vedere, sia san Francesco d’Assisi che Gioacchino da Fiore immaginavano una società cristiana in cui gli eletti non fossero coloro che “abbandonano il secolo” ma anche coloro che, rimanendovi, ne accettassero uno stadio sovrannaturale mediante l’adesione al “terzo ordine”. Mentre nel progetto di Gioacchino c’era una comunione dei beni monastici per annullare il concetto della proprietà, per i propri frati Francesco d’Assisi scelse la dote della “povertà evangelica”. Entrambi, inoltre, furono contrari alle Crociate. A dividere il pensiero dei due il fatto che il Frate assisiate non sentiva vicino quella “fine dei tempi” che era uno dei fondamentali dell’escatologia del Teologo calabrese.

Francesco Rizza

    • La Provincia Kr di Antonio Carella |FONDATO NEL 1994
  • Uffici e Redazione  88900 CROTONE (KR)  Via San Francesco, 6 Pal.8 tel. 0962.1920909
  • Autorizzazione n. 70 del 12.8.94 - Tribunale di Crotone | PI 00961990793 | All Rights Reserved
    • DA 23 ANNI SUL TERRITORIO CROTONESE

  • DIRETTORE RESPONSABILE Antonio CARELLA : DIRETTORE EDITORIALE Giuliano CARELLA
  • SCRIVICI
  • email2
    • "La collaborazione è aperta a tutti ed a titolo assolutamente gratuito. Manoscritti e fotografie, anche se non pubblicati, non verranno restituiti. La responsabilità civile e penale è da imputare esclusivamente agli autori; non necessariamente la redazione di questa testata è da considerarsi in linea con gli stessi".