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Il culto di Hera Lacinia nel Crotonese

Scritto da  Salvatore Ventura Pubblicato in Cultura Krotonese Mercoledì, 10 Dicembre 2014 18:04
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Il tempio di Hera Lacinia a Capo Colonna ricostruito dalla Soprintendenza Il tempio di Hera Lacinia a Capo Colonna ricostruito dalla Soprintendenza

Tesi di laurea di Salvatore Ventura università statale di Milano: Scienze dei beni culturali

Premessa

Fin da bambino, la zona del Promontorio di Capocolonna, ma in assoluto tutta mia città, Crotone, ha esercitato su di me un fascino forte, particolare. Un legame che ho scoperto essere sempre più forte. Sensazioni vive e nitide che vorrei ma non so spiegare. Il vento, la luce accecante del sole, i colori dei papaveri e del grano. L'odore del mare. Tutto qui mi ha sempre trasportato verso qualcosa di lontano e vicino allo stesso tempo, e che quando mi sono allontanato mi è mancato profondamente. Da bambino, andare su quelle alture isolate era quasi come fare una gita. Anche se distante pochi chilometri da casa mia, ogni volta mi sembrava di andare in un posto perduto, un "non-luogo". Sentivo le persone anziane dire: "una volta Crotone faceva parte della Magna Grecia". Ma non capivo. Immaginavo, fantasticavo. Prima di intraprendere gli studi universitari non sapevo praticamente nulla del perché quella splendida colonna dorica se ne stesse lì, in bilico tra la gloria e la rovina, tra la terra e gli abissi del mio amatissimo mare Jonio. Solo dopo ho avuto la possibilità di comprendere l'importanza della civiltà greca, dei suoi principi rivestiti dal racconto mitologico. Tutto aveva un significato profondo; luoghi, storie, personaggi, azioni. A coronamento del mio percorso di studi non ho avuto dubbi nel voler scoprire la storia culturale della colonia crotonese. Questo lavoro vuole essere un piccolo approfondimento sui valori mitologici del passato, portatori di storia e civiltà; sull'identità culturale e religiosa da sempre cercata dal popolo crotonese. L'aspetto sul quale ho voluto concentrarmi è soprattutto quello religioso, preponderante per ogni tipo di società, su quella capacità di creare e aggregare gruppi di persone che riescono a sentirsi parte di un qualcosa, che possono credere. Ho voluto scoprire proprio in che cosa prestavano fede gli antichi coloni achei che qui fondarono la mia città, Crotone appunto. Cosa li avesse mossi nel fondare qui il Santuario dedicato ad una tra le più grandi dee greche, Hera. Attraverso l'analisi dei lavori di illustri archeologi e letterati ho cercato di afferrare quali fossero le peculiarità del culto, i riti e le feste a lei dedicate e presenti nel cosmo religioso della colonia, e di riscoprire gli altri Santuari presenti nella zona del crotonese. Ho cercato di comprendere come i crotoniati avessero concepito e organizzato il Santuario nella società della chora e come questo fosse considerato all'interno della Magna Grecia. E attraverso lo studio del culto greco ho cercato di capire come in un'altra devozione, più nuova, cattolica e incentrata sulla figura della Madonna stabilitasi sempre in questa zona, aspetti del culto ellenico fossero confluiti verso quello cristiano. Ho cercato di riallacciare i fili di una continuità cultuale presente in questo luogo, che partendo dall'epoca della colonizzazione achea si è protratta ai giorni nostri e proiettata verso il futuro.

 

Cap. I

I Santuari del Crotonese

 

I. 1 – I centri di Culto nella chora crotonese.

Il cielo sempre terso, un mare così insidioso ma generoso e affascinante, la vegetazione così varia e rigogliosa e un vento mai troppo freddo. Tutto qui è sempre stato venerato, amato e santificato, fin dai tempi remoti. E proprio questo mare, questa natura, ancora oggi si dimostrano unici custodi di uno scrigno colmo di segni, testimonianze e riti che aspettano di essere portati alla luce, per permettere di ricostruire la storia di un popolo, quello crotonese che per molti versi aspetta ancora di essere scoperta e ricostruita, di avere delle basi storiche certe, in modo da riuscire a ricostruire in modo certo anche il proprio presente e il futuro. E' importante premettere che allo stato attuale è molto difficile riuscire a definire con sicurezza gli spazi sacri e i confini della chora crotonese. Le matrici religiose accertate sono pochissime e per tutto il resto si dispone di segni e tracce sparse nel territorio, di incognite a cui ancora oggi l'archeologia non ha trovato delle soluzioni del tutto precise. A ciò va ad aggiungersi la sostanziale condizione di abbandono e trascuratezza in cui riversano la maggior parte dei luoghi che permetterebbero di ricostruire in maniera più esatta la storia politica, sociale e religiosa dell'antica Kroton. Le fonti, che sono appunto complesse e frammentarie, delineano uno spazio geografico e storico ricco ed articolato, concentrato prevalentemente sul mare ma che trova riscontri importanti anche nell'entroterra.Dominano gli estremi del territorio costiero due importanti Santuari: quello di Apollo Alaios presso Krimisa Nord e quello di Hera Lacinia a Capo Colonna, presso Crotone. Tutti e due i Santuari appaiono come punti indelebili di confine della colonia crotonese, uno a Nord, l'altro a Sud. Tutte e due sono terre sacre, in modo diverso ma assolutamente imprescindibili dalla religione dei coloni achei. I Santuari presentano caratteristiche e storie diverse ma tutte e due hanno un unico comune denominatore, il mare. Elemento importantissimo per i greci negli scambi commerciali, per i contatti con la terra d'origine e per l'espansione delle colonie stesse. Altro elemento importante che accomuna in modo forte le due aree è la presenza del fiume Neto, che secondo molte fonti, in tempi arcaici rappresentò una ricchezza importante per le due cittadine, Krimisa e Kroton appunto, soprattutto per la coltivazione e la pastorizia. Così come importante fu per Crotone la presenza di un altro fiume, l'Esaro, che arriva fino al Marchesato e che viene menzionato anche nella tradizione letteraria circa la fondazione della città[1]. Questi due luoghi si configurano in un quadro importantissimo per quanto riguarda il momento della fondazione della colonia crotonese, dell'assetto politico, sociale e soprattutto religioso.

 

I. 2 - Krimisa e il Santuario di Apollo Alaios

La storia della fondazione di Krimisa, così come per tutte le storie di città antiche e misteriose, si intesse di mito e storia, di realtà e finzione, immergendo tutto in uno scenario affascinante ma proprio per questo difficile da decifrare. Lo stesso Paolo Orsi, noto archeologo che ne fu lo scopritore nel 1921, definisce Krimisa come "una incognita archeologica". Ancora oggi infatti è stato praticamente impossibile definire con certezza i tratti costitutivi di questa cittadina ma sembra essere lontana dall'idea di un abitato organizzato quale quello di una colonia greca. Si deve pensare a piccoli nuclei abitativi che dalla costa risalgono verso le alture di Cirò Superiore, identificata oggi coma Punta Alice. Assolutamente certa però è l'importanza "sacrale" che il Santuario di Apollo ebbe in tempi arcaici e ancora prima della stessa Crotone, del prestigio e risonanza di cui godette per molto tempo in tutti i territori della Magna Grecia. La tradizione mitologica lega il nome della città di Krimisa, e soprattutto del tempio di Apollo, a Filottete, celebre arciere greco che aveva condotto a Troia Magneti e Ftioti, e che al ritorno da Troia, rifugiatosi sulle alture di Krimisa fondò la città di Chone[2].

Molti autori vedono in Filottete anche il fondatore delle città di Makalla (identificata nelle Murge di Strongoli) e Petelia[3], ma sono fonti che non hanno trovato riscontri del tutto certi e che lasciano spazio a diverse interpretazioni, a volte contraddittorie tra loro; tra queste si ricordano Licophrone (Vv. 911-929) Virgilio (Eneide III, 401-2) e Lo Pseudo-Aristotele(De Mirabilibus ascultationibus, CVII) che non cita Petelia ma attribuisce a Filottete la fondazione di Makalla e la consacrazione delle frecce donategli da Eracle nel Santuario di Apollo, ricordato come Alaios[4].
Secondo Stefano di Bisanzio invece Krimisa sarebbe stata una città fondata dagli Enotri ed il nome stesso deriverebbe dalla ninfa omonima[5]. Gli Enotri (chiamati anche Chones) erano riconosciuti come bravissimi coltivatori di vigneti e in ciò si può notare come già dai tempi remoti in questa terra si sarebbe introdotta e praticata la preziosa tradizione della coltura della vite che ancora oggi lega il nome di Cirò ad uno dei vini più pregiati e conosciuti d'Italia. Inoltre l'importanza di questa piccola città era data non solo dalla presenza del tempio di Apollo ma anche dalla sua felice posizione geografica che permetteva a chi arrivava dalla Grecia e dall'Oriente di approdare in tutta la zona con molta facilità. La vicinanza tra Crotone e Krimisa creava dei rapporti di alleanza e amicizia che si confermavano e rafforzavano in un sistema stabile e articolato, non solo dal punto di vista economico e militare ma anche culturale e religioso. Dopo la vittoria dei crotonesi su Sibari e la conseguente distruzione di quest' ultima alla fine del VI sec., però, la cittadina passò quasi per inerzia sotto l'influenza militare, economica e politica della chora crotoniate. Anche il tempio di Apollo, come centro culturale e religioso, iniziò a perdere centralità e il grandioso Santuario di Hera Lacinia ben presto lo sostituì per imponenza e afflusso di pellegrini. Al di là della magia esercitata dalla mitologia o dall'incertezza, che molto spesso permette di riempire alcune mancanze con delle incursioni nella fantasia, il dato certo e assolutamente importante per la storia di Krimisa è rappresentato dal rapporto che i coloni greci instaurarono con i popoli indigeni dell'entroterra già presenti in epoche precedenti e di cui sono state scoperte tracce certe in tutti e due i luoghi, tracce che risalgono all'età del ferro (VIII sec. a.C.) e si prolungano fino a quella romana.Proprio sul Promontorio di Punta Alice, sono stati rinvenuti i resti del Tempio di Apollo, tra larghe spiagge e fitte boscaglie. Purtroppo, come detto precedentemente, si conosce poco di questo Santuario e la sua stessa storia aspetta ancora di essere approfondita ma dalle proporzioni della struttura stessa e dai resti rinvenuti emerge in maniera assoluta il ruolo centrale che il Tempio di Apollo Alaios ebbe per molto tempo nell'assetto religioso della colonia crotonese. Il posto era sicuramente conosciuto e raggiunto da molti centri del Mediterraneo, dalla Puglia, alla Sicilia alla Grecia stessa e ciò è confermato anche dalle numerose monete rinvenute nelle sue immediate vicinanze. Il tempio presenta una fase tardo arcaica (prima metà VI sec. a.C.) e una fase ellenistica (primi decenni del III sec. a.C.) Il tempio arcaico aveva la cella molto allungata, aperta verso est e costituita da un unico zoccolo di pietra calcarea di fiume, un elevato ligneo ed una copertura di terracotta. Il tempio arcaico fu demolito e sostituito in età ellenistica da un nuovo tempio che ne riprendeva lo stesso posto e lo stesso orientamento; la cella aveva 8 colonne sulla fronte e 19 sui lati lunghi. Sotto il piano della cella del tempio ellenistico furono rinvenuti la testa e gli arti marmorei della statua di culto, il celebre acrolito (statua dall'estremità di pietra) databili al V sec a.C. e conservati oggi al Museo di Reggio Calabria. Il paesaggio di Punta Alice è completato in maniera molto affascinante dai Mercati saraceni, complesso costituito da tanti piccoli vani frequentati dai mercanti provenienti dall'Oriente, una torre cinquecentesca e l'eremo della Madonna di mare. Tutta la zona si presenta oggi immersa nel silenzio e nella solitudine. Nulla disturba una pace continua e avvolgente e l'unico suono che si ascolta è quello leggero e ininterrotto del mare, che accarezza le distese di sabbia bianca della vicina spiaggia.

 

I. 3 - Il Santuario di Hera Lacinia

Il Santuario di Hera Lacinia rappresenta il luogo di culto assoluto per Crotone e tutto il comprensorio. Livio ricorda come fosse famoso e venerato per le sue ricchezze e i doni che riceveva dai pellegrini[6]. Circondato da una certa aura sacrale e non estraneo ad aspetti prodigiosi. Era asilo tra i più importanti del Mediterraneo e più famoso della città stessa cui era legato, Kroton appunto. Il culto della dea fu il maggiore per la città e assolveva gran parte delle funzioni civiche, politiche e sociali. Qui, ancor più che a Krimisa, il mito, le tradizioni, gli eroi e i riti si intrecciano in modo indissolubile. Il Lacinio è da sempre teatro di tante storie e tradizioni cultuali che, anche se difficili da decifrare, non fanno altro che accrescere il prestigio e l'importanza del luogo. La chora crotonese rappresentava una delle più importanti città della Magna Grecia e la sua potenza doveva riflettersi per motivi religiosi ma anche competitivi con le altre colonie, anche sul suo Santuario che era imponente e fastoso. Qui viveva inoltre una popolazione molto numerosa che andava crescendo a dismisura nei periodi di festa e durante le celebrazioni religiose. Intorno al tempio invece si trovavano le abitazioni dei sacerdoti. L'importanza del luogo si rifletteva anche su fattori commerciali. Qui infatti si recavano pellegrini da ogni parte e questo non poteva che avere una ricaduta positiva sull'economia crotonese. La risonanza posseduta dal tempio di Hera Lacina insomma era tra le maggiori del Mediterraneo. Il fatto che oggi dell'antico Santuario sia rimasto ben poco, su tutte una sola splendida colonna dorica, rappresenta da una parte una grave mancanza, artistica e archeologica per una ricostruzione più precisa della storia sociale e religiosa della città, ma dall'altro contribuisce a creare uno degli angoli archeologici a mio avviso più belli e affascinanti d'Italia. Questa mancanza non impedisce di percepire l'imponenza e la sacralità del luogo. Visitando oggi il promontorio si viene quasi immersi in un'atmosfera mitica e lontana a cui contribuiscono sicuramente anche la posizione geografica del luogo e tutti gli altri elementi che fanno da cornice ai resti dell'antico santuario: alla sinistra della colonna è ammirabile un faro, ancora funzionante, mentre alla destra si trova una piccola chiesa cristiana, anch'essa custode di ricchissima storia. Il fascio di luce del faro richiama all'attenzione dei naviganti la pericolosità di quel tratto di mare, così insidioso eppure affascinante e, a chi lo osserva dalla città, sembra quasi ricordare che lì, da quelle alture isolate e ventose la grande dea osserva e protegge ancora i crotonesi un tempo a lei così devoti. Alla destra della colonna dorica si presenta appunto una piccolissima chiesa cattolica dedicata alla S.S. Maria Vergine. Parlare di questo Santuario, diverso rispetto a quello legato al culto greco, e praticamente inglobato geograficamente in esso, diventa assolutamente indispensabile. Per quanto piccola nel senso fisico del termine, la presenza di questa chiesetta dedicata alla Madonna si dimostra di grandezza assoluta per quanto riguarda la storia della religione crotonese che, per quanto ricca e affascinante, a mio modesto avviso non si slega poi tanto dalla primordiale fase pagana della colonia achea, incentrata sul culto di Hera.

 

I. 4 - Il Santuario della Madonna di Capocolonna

L'epoca di costruzione della chiesetta è molto incerta. Inoltre recenti studi e scavi archeologici portati avanti dalla Sovrintendenza per i beni archeologici della Calabria hanno messo in evidenza come la costruzione attuale sia sorta sulle fondamenta di una antica villa romana, una delle numerose trovate nelle immediate vicinanze e risalenti almeno al 267 a.C., quando Crotone era già diventata terra di dominio romano. Già dal 1700 si è a conoscenza dell'esistenza della costruzione, custodita da due eremiti che in nome della Vergine raccoglievano i frutti della terra per il proprio sostentamento e per la cura della cappella. Nato come modesto tempietto dedicato alla Madonna, la chiesetta subì nel tempo vari interventi. Tra i più importanti, quello del 1897, quando venne ampliata e riformata e quello del 1910, quando venne dotata di marmi per combattere l'umidità e la salsedine[7].
L'spetto che rende così particolare la presenza di questa piccolissima chiesa, al di là del valore storico, archeologico e artistico che possiede indiscutibilmente, il punto di forza che la rende così importante, credo risieda nel gioco dei contrasti così forti e unici che la sua presenza scatena. In questo luogo infatti, credenze arcaiche e pagane hanno fatto da padrone per molto tempo. Mitico e sacro, religioso e profano si intersecano e confondono come forse in pochi altri posti. Anche in questo caso l'aspetto della devozione, dell'importanza di questo luogo per la città e tutto il comprensorio assume rilievo assoluto, come se la sua funzione sacrale non fosse mai venuta meno. Niente è riuscito a scalfire nell'animo dei crotonesi l'esigenza di recarsi in pellegrinaggio in questo posto, neanche il corso di tempi così lunghi. Ma c'è qualcosa di più, e di più affascinante, che secondo me rende forte e continuativo il legame religioso dei crotonesi con il territorio di Capocolonna, qualcosa che si può provare a raccontare ma che deve essere slegato per un attimo da tutto quello che è tangibile e databile, documentabile.

 

I. 5 – Continuità cultuale del Lacinio.

La Madonna di Capo Colonna è oggi sicuramente la più importante realtà cristiana per Crotone, addirittura più venerata e amata del Santo patrono della città, S. Dionigi. Ma una serie di analogie, di echi lontani affondano le radici in quell'epoca remota e antica di cui già abbiamo parlato, quella della colonizzazione achea appunto. Analogie tra il culto di Hera Lacinia e quello di Maria, nella storia, nel rito, nella fede, così radicata e carnale per i crotonesi tutti. Parallelismi che forse potrebbero lasciare perplessi ma che parlano in modo molto chiaro, rendendo anche più luminose alcune tradizioni che secondo me vale la pena di raccontare. La storia della Madonna di Crotone esprime prodigio, fascino e devozione da cui i crotonesi non si sono mai sottratti... Ma tanti sono gli interrogativi, le incognite, forse necessarie, quando ci si addentra in un mondo così complesso come quello della religione, che catalizza l'attenzione dei fedeli, bisognosi di certezze ma anche di mistero. Interrogativi che tornano forti ogni volta che si fa visita al santuario di Capocolonna dedicato alla S.S. Maria Vergine. Chi ha dipinto quella sacra immagine?, da dove, e grazie a chi l'azzurro Jonio l'ha condotta a noi?, quando la madre di Gesù è arrivata qui? Domande che non hanno trovato e mai troveranno risposte certe. La storia della sacra effige è misteriosa e intrisa di Miracolo. Alcune tradizioni antiche, prive però di riscontri storici certi, attribuiscono per Crotone la predicazione del Vangelo cristiano a quel Dionigi membro dell'Areopago di Atene convertito da S. Paolo e diventato poi il primo vescovo di Atene[8]. Un greco dunque avrebbe portato qui il Vangelo e conseguentemente la devozione verso la Madonna. Un greco, che dalla terra di Hera porta qui l'immagine di una nuova donna; la donna Santa, vergine e madre, protettrice verso cui accorrere. Quasi un «nuovo ecista», un nuovo colonizzatore, ora portatore dei valori e dei bisogni dei primi cristiani che non distrussero questa religiosità già manifesta con sontuose processioni e offerte votive, ma che la canalizzarono verso la figura simbolo dell'Amore cristiano, Maria appunto. Non più la dea irascibile, gelosa e vendicativa ma la donna umile che accetta di ubbidire a Dio e dà alla luce suo figlio senza l'intervento di un uomo. Un passaggio di trono, metaforico naturalmente, dalla regina alla serva, un passaggio di potere, vero nel suo senso più tangibile e manifesto nell'aspetto miracoloso, qui così vivo da sempre. Non esiste dunque un periodo o una precisa zona da cui la sacra effige proviene; alcuni la inseriscono in una corrente bizantina, altri spostano ancora una volta l'attenzione verso la vicina Grecia e ipotizzano che l'immagine sia stata dipinta e portata qui da S. Luca e regalata a S. Dionigi l'Areopagita. Altri la attribuiscono a qualche anonimo pittore e monaco basiliano intorno al 1100. Ipotesi appunto. Di sicuro è dal 1519, epoca in cui la zona si chiamava già "Capo delle colonne", che la presenza della Madonna diventa più documentata e radicata per i crotoniati. E' soprattutto in questo periodo che gli eventi prodigiosi si legano alla sua immagine, evidentemente già presente. La tradizione ricorda come in una notte del 1519 la zona del crotonese fosse afflitta da una violenta tempesta che sembrava volesse spazzar via ogni cosa. Ad un certo punto, in uno squarcio improvviso tra le nuvole apparve imponente la figura di una donna con in braccio un bambino, proprio sulla chiesetta a lei dedicata. Dopo di lei la quiete, la pace. Il giorno dopo tutti i testimoni del miracoloso evento si recarono alla chiesetta per deporre offerte davanti alla Sacra immagine. Ed è ancora la tradizione che racconta come nel 1519 la Madonna compì il prodigio più grande, quello che la rese in assoluto la "Madonna di Crotone". In una notte di Giugno di quell'anno, dal mare arrivarono i turchi, con l'intenzione di saccheggiare tutto il possibile e portare via uomini e donne da destinare alla schiavitù. Alcuni di loro si trovarono davanti alla sacra immagine e non capirono chi fosse quella donna così bella e venerata. Pieni di rabbia, strapparono l'immagine dal suo supporto e la portarono sulla spiaggia dove, buttata tra legna secca, le diedero fuoco. Per più di tre ore si accanirono nel loro intento distruttivo, ma nulla sembrava potesse intaccare l'effige, che anzi emanò un'accecante luce. Convinti del prodigio i turchi decisero di portare con loro l'immagine. Ma un altro evento prodigioso sconvolse i pirati. Infatti mentre una delle imbarcazioni procedeva spedita sulla rotta di ritorno, la galea dove era stata caricata l'immagine non riusciva a muoversi né con le vele ne con la forza dei remi. Intimoriti da tale prodigio i Turchi buttarono allora il quadro in mare che arrivò sulla spiaggia e venne trovato da un pastore, Agatio Lo Morello, che per molto tempo lo custodì gelosamente in un cassettone accanto al suo letto. Il contadino divenne sordo e cieco in poco tempo. Nessuna cura aveva rimedio sulla sua condizione. Compresa la grave colpa confessò. L'immagine della Madonna era vicino al suo letto, ma non era quello il suo posto. Appena l'effige fu spostata dall'umile casa, il contadino tornò in salute, sano come prima e da quel giorno grandissimo devoto di Maria. E proprio su questo aspetto miracoloso attribuito alla Mado Capocolonna va posta l'attenzione. Come già affermato, molti sono gli interrogativi circa la diffusione del culto mariano nel crotonese, e molto spesso elementi pagani e cristiani si fondono fascinosamente. E ancora una volta forte appare il rapporto religioso tra la Madonna ed Hera Lacinia. Una serie di comunanze cultuali appaiono all'attenzione di chi osserva attentamente le usanze radicate nella terra del crotonese. Una su tutte secondo me merita di essere messa in evidenza. Una tradizione, narrata da Menodoto e riportata da Ateneo[9], restituita inoltre recentemente da Walter Burkert[10] racconta di una usanza attestata a Samo, sede di uno dei principali Heraîa, considerato tra i più belli del mondo greco dedicati alla dea. La leggenda racconta come nottetempo alcuni pirati etruschi tentarono di rapire l'immagine sacra della dea. Ma l'impresa non riuscì in quanto pur remando di gran voga le navi non si mossero minimamente dal porto di Era. Stupiti dal prodigio e pieni di paura i pirati scaricarono allora il simulacro sulla spiaggia e prima di partire le resero importanti offerte di cibo. Admeta, sacerdotessa della dea denunciò la scomparsa del simulacro che venne poi rinvenuto sulla spiaggia. Alcuni uomini, credendo che il simulacro avesse tentato di andarsene di sua spontanea volontà lo legarono ad una armatura di salice. Ma la sacerdotessa lo liberò, lo purificò nelle acque del mare e lo ripose sulla sua base, dove stava prima. Da quel giorno, ogni anno i Sami usarono portare il simulacro sulla spiaggia per purificarlo e offrire alla dea cibo e altri tipi di doni. Inoltre per espiare il sacrilego tentativo di legare la dea, da quel giorno i Sami si coronarono con rami di salice, mentre la sacerdotessa usava portava la corona d'alloro. Il banchetto festivo di purificazione si teneva nel Santuario, sopra uno stramo di salice, con corone di salice, al cospetto del simulacro della dea. Tale festa, di tipo purificatoria appunto, veniva chiamata Tònaia.

 

Questa la testimonianza di Menodoto:
"...Gli Etruschi, dunque, fecero rotta verso il porto di Era e, una volta sbarcati, subito si misero all'opera. Dal momento che il tempio era a quel tempo privo di porta, riuscirono a impadronirsi velocemente del simulacro; portatolo fino al mare lo caricarono sulla loro nave. Sciolsero quindi gli ormeggi e tirarono su le ancore; ma, pur remando con tutte le forze che avevano in corpo, non riuscirono a salpare. Ritenendo dunque questo fatto un prodigio divino, scaricarono dalla nave il simulacro della dea e lo depositarono sulla riva. Dopo aver preparato in suo onore delle focacce, partirono in preda ad un vero panico. Il giorno dopo, di buon mattino, Admeta denunciò la scomparsa del simulacro. Iniziarono le ricerche, esso fu ritrovato sulla spiaggia..." (Ateneo, "I Sofisti a banchetto", XV, 672°-673e.) Due tradizioni dunque. Una cristiana, l'altra pagana. Molti elementi in comune; la Donna, il mare, il sacrilegio, la purificazione, le offerte. L'egoismo dell'uomo e il ritorno all'equilibrio. Il legame indissolubile con la terra; Maria non avrebbe mai lasciato Crotone, così come Hera mai si sarebbe allontanata da Samo. Hera torna nel suo tempio, Maria nella sua Chiesa. E il legame con i fedeli; ricco, fastoso e rituale. Casualità, coincidenze, suggestioni che diventano parte preponderante di una religione. Un segno, un gesto, una processione, che ha radici forti, al di là del tempo e della provenienza e che sicuramente confluiscono in bisogni arcaici e immortali, senza religione o appartenenza. Non c'è bisogno di legittimare la provenienza, la verità, l'origine; c'è un solo comune denominatore: la devozione. Tante altre sono le sottili affinità tra «le due Donne» di Crotone. Tante le offerte votive alla dea; corone adornavano i suoi simulacri, coppe d'oro, bracciali preziosi e quanto di più inimmaginabile. Tesori incommensurabili. Tante le offerte ricevute dalla Madonna di Capocolonna. Chiunque, nel percorso intrapreso dalla città al santuario porta con se qualcosa da donarle; un bracciale, una catenina d'oro, denaro, orecchini. Oro e argento. Segni di gratitudine e devozione assoluta.
Ogni sette anni l'immagine Sacra viene portata dalla città al santuario su di un carro trainato da buoi, in occasione di quella che viene chiamata «la Festa Grande». Gli stessi buoi che portavano al santuario di Hera le sacerdotesse della dea durante le processioni tenute nella festa di Capodanno degli Heraîa[11].

 

Le processioni. Incontro tra cristiano e pagano.
Atto di devozione assoluta per il venerato. Gesto arcaico e riconciliatore. Massa in movimento, dolore e amore. Canto, speranza. Le stesse donne, oggi come ieri, abbigliate di nero, scalze e doloranti, piangenti. Ieri per un eroe[12], oggi per una grazia da ricevere, per una speranza, una sofferenza. Ancora oggi ogni anno, il mese di Maggio rappresenta per i crotonesi il mese dedicato alla S.S. Maria Vergine e la terza domenica di tale mese un lungo pellegrinaggio accompagna il quadro miracoloso in un percorso che partito in piena notte dal Duomo della città si conclude all'alba nella piccola chiesa del Lacinio. La sacra effige viene poi riaccompagnata in città in un suggestivo percorso via mare, quasi protetta da un lungo corteo di barche e attesa in città dai fedeli, tra fuochi d'artificio e folklore. Ancora oggi il pellegrinaggio mariano ripropone un legame arcaico con il divino. Ogni anno si ripete la stessa formula, lo stesso rito, lo stesso patto tra il celeste e l'uomo; ringraziamento e prostrazione. Affidamento di speranze, credenza in qualcosa di così grande e così presente, tangibile in queste terre amareggiate. Nel pellegrinaggio il fedele cristiano calpesta la stessa terra, percorre le stesse contrade che seguiva il devoto in tempi antichi per portare i suoi voti alla dea Hera. Quando alle luci dell'alba si arriva sulla strada che porta al santuario di Capocolonna, la prima cosa che appare in lontananza agli occhi del pellegrino è quella solitaria colonna; ostinatamente ancorata su quella terra a strapiombo sul mare e simbolo di passato, di religione arcaica, paganesimo non distrutto ma convertito. Segno di preparazione. Di «ieri per l'oggi». E arrivati a Capocolonna, lei, la piccola chiesa di Maria. E cos'è lei, se non la vera colonna?. L'unica pilastro della società cattolica, l'appiglio dell'uomo, speranza per il futuro. Insomma, la zona del Lacinio appare da sempre luogo sacro e di preghiera. Da sempre è la presenza femminile a farne da padrona; prima attraverso il culto della «Madre terra», venerata dagli indigeni del posto, poi con il tempio di Hera, simbolo di crescita culturale e religiosa della città e in epoca cristiana attraverso il santuario della Madonna di Capo Colonna. Forse è un po' azzardato mettere sullo stesso piano due culti, uno cristiano e uno pagano, così diversi e così forti, ma a mio avviso, su un piano più antropologico e culturale si può leggere in ciò il bisogno eterno dell'uomo di legarsi e riversare le proprie speranze in qualcosa; di aggiudicarsi il ben volere della terra, del divino, del celeste. E' possibile leggere il cambiare dei tempi, delle paure e dei bisogni universali. Gli indigeni possedevano solo la terra, che era la loro unica ricchezza, garantiva loro la sopravvivenza. Il modo migliore e immediato per assicurare una continuità di questa prosperità era quello di venerare la terra stessa, la "Grande Madre". I coloni achei invece avevano già superato questa fase indigena e riversavano nel culto paure e speranze diverse, per esempio la paura del mare e della navigazione. Legavano alla dea le speranze per la crescita della polis, della chora, molto spesso muovevano guerre e assedi proprio nel suo nome, nel suo volere. Il fedele cattolico affida alla preghiera per la Madonna del Lacinio le speranze nuove, dei tempi moderni, legate alla paura del presente e del futuro, all'incertezza che avvolge l'esistenza di ognuno, soprattutto in posti come quello crotonese dove le condizioni sociali, economiche e politiche sono sicuramente difficili.

 

I. 6 -Vigna Nuova e S'Anna

Ai due principali luoghi di culto di Punta Alice e Capo Colonna vanno ad aggiungersi i Santuari di Vigna Nuova e quello in località S' Anna. Le notizie per questi due luoghi sono molto scarse[13]. Il Santuario di Vigna Nuova è posto subito fuori dalla città ma ugualmente importante. Molto spesso viene identificato come secondo Heraîon dedicato alla dea del Lacinio e rappresenta l'unico Santuario urbano finora ritrovato. La funzione sarebbe stata quella di rappresentare un punto di passaggio, frontiera tra polis e chora, segno della volontà dei crotoniati di godere della protezione della dea anche al di fuori del territorio colonizzato. La stessa posizione del Santuario, cioè appena fuori dalle mura urbane e non lontano dalla foce dell'Esaro, che a quel tempo era navigabile nel tratto terminale era legato particolarmente a un culto di Hera, tra le cui più antiche caratteristiche c'era quella della tutela dai nemici con le armi e la protezione degli approdi. Le fonti sul Santuario di S'Anna sono ulteriormente scarse. La vita di tale santuario, di tipo 'agreste', posto cioè in una vallata con sorgenti d'acqua, è attestata dagli inizi del VI sec a.C. e continua fino al III a.C. E' Proprio la particolare posizione geografica del piccolo Santuario e soprattutto la vicinanza a sorgenti d'acqua che permette di riproporre l'immagine della dea e alcuni suoi aspetti del culto direttamente mutuati dal Santuario del Lacinio e riadattati alle esigenze locali. Anche il ritrovamento di figurine femminili in terracotta simili a quelle presenti a Capocolonna ricollegano ancora una volta la sfera della cultualità all'importanza rappresentata da Hera per il Lacinio e il territorio circostante.

 

I. 7 - La zona del Marchesato

Oltre a Crotone l'intero territorio legato alla polis è stato oggetto di studio attento e complesso attestando la presenza di culture e religioni già in tempi più antichi di quelli dei coloni achei. Presenze importanti si sono rivelate le tracce di villaggi indigeni nelle zone del Marchesato come le Murge di Strongoli, il Timpone del Gigante a Cotronei (nel cuore della Sila), Casabona, Cerenzia e Cirò Superiore. La zona del Marchesato è tagliata a metà dal fiume Esaro, posta tra il mare e la montagna silana, delimitata a Nord dallo stesso Esaro e a Sud dal Tacina. Molto fertile, ricca di sorgenti e macchie boschive. Sempre di più ormai rappresenta un vero e proprio scrigno di storia e cultura, prezioso e utile per ricostruire la storia sociale e religiosa di tutta la zona del crotonese, per capire quali aspetti della civiltà greca sono confluiti nelle popolazioni indigene qui già presenti dai tempi antichi e come queste due realtà così diverse si sono intrecciate e hanno dato vita a una delle più grandi colonie della Magna Grecia. Per Crotone l'ambiente a Nord del Neto rappresentò inizialmente un preciso limite; in seguito costituì un imprescindibile referente di contatti e scambi, commerciali e religiosi. Resti di un ristretto insediamento abitativo e di un luogo di culto arcaico (VII-VI sec.) legato appunto alla Madre terra sono stati ritrovati sulle montagne di Cotronei (Timpone del Gigante, a 30 Km dal fiume Neto) È la zona a Nord del Neto a configurarsi come quella più importante per Crotone, soprattutto le zone delle colline delle Murge, a 4-5 Km da Strangoli e Cirò superiore. In queste zone sono stati rinvenuti insediamenti indigeni con rilevante continuità dell'età del ferro fino all'Ellenismo. I materiali di stampo greco scoperti fanno datare entrambe le zone al periodo che va dalla seconda metà del VII sec. Soprattutto il sito in località delle colline delle Murge ha riconsegnato alla storia indizi di un luogo di culto tipicamente ellenico, tra cui tracce di cremazione dei defunti. Tutti luoghi già citati nelle fonti letterarie e che furono considerati fondamentali nell'insediamento e crescita della colonia.
La zona di Cirò superiore invece presenta una zona che a partire dal VII sec. sarebbe stata continuamente frequentata a scopo sacrale e in cui circa un secolo dopo sarebbe sorto un importante tempio arcaico, successivamente dedicato appunto ad Apollo. Tutti questi luoghi presentano maestranze greche ma anche un contesto 'misto' dal punto di vista etnico-culturale, ancora una volta a sottolineare lo stretto rapporto che i coloni achei instaurarono con gli indigeni che già popolavano queste zone. Insomma la zona del crotonese si presenta già prima dell'arrivo dei coloni come una zona abitata, anche se in piccoli villaggi. Erano presenti già dei culti indigeni dedicati alla natura, appunto così rigogliosa, varia e generosa. La terra e il mare rappresentavano le ricchezze primarie per gli indigeni e l'interesse degli Achei per questi territori si presenta quindi come tutt'altro che casuale.

 

Cap. II

L'Heraîon di Crotone

 

II. 1 – Il tempio di Hera Lacinia

Una grande distesa color giallo grano, spruzzi di timido verde e davanti l'azzurro dell'immenso, profondo Jonio, custode di segreti e tesori che non verranno mai svelati, simbolo mitologico ed eterno, eco di tempi e civiltà lontane e pure così vicine. E qui, su questa lingua di terra a strapiombo sul mare, tra gli echi del vento sorgeva imponente la dimora della Regina di Kroton, la più grande tra tutti gli dèi, Hera. Visitare il promontorio del Lacinio significa immergersi in un passato mitico e glorioso, in tempi in cui eroi, dèi e uomini comuni hanno incrociato le loro vite contribuendo a rendere leggendario e sacro questo posto per tutti i popoli della Magna Grecia. La divinità assoluta presente a Crotone e quindi nel suo Santuario è Hera, che nella religione greca è la dea per eccellenza, la più grande tra tutte, sorella e moglie di Zeus e madre di altri dei come Ares, Prometeo, Hebe, Hekate, Ephaistos. La dea è la protettrice per eccellenza della donna e di tutti gli aspetti della vita femminile, come il matrimonio, la procreazione, il parto e la nutrizione della prole. Nel Santuario del Lacinio si ritrovano tutti questi aspetti della dea e inoltre si aggiungono ulteriori peculiarità della divinità che qui è anche protettrice degli animali, della natura e della navigazione. Inoltre come pochi altri celebri Santuari dedicati ad Hera (Argo, Samo ) era Asylos famosissimo in tutta la Magnagrecia. Tutta la storia del Santuario di Hera Lacinia esprime fascino e complessità. Qui mito e storia si intrecciano e diverse sono le tradizioni circa la sua fondazione. Molto spesso è difficile capire dove la storia cede il passo alla tradizione ma sicuramente anche dove ci si serve della leggenda per spiegare eventi e fatti storici quello che emerge è l'assoluta intenzione di esaltare e glorificare un evento così importante per la storia italiana; la colonizzazione greca sulle coste meridionali e la conseguente fondazione di quelle città che formeranno la gloriosa Magna Grecia. Città che vengono fondate da mitici eroi: i Troiani fondano Siri, l'arciere Filottete muore a Krimisa, tra Sibari e Crotone. La stessa Kroton riveste di leggendario e glorioso la sua storia e lo fa servendosi di uno dei più celebri eroi mitologici, Eracle.La storia quindi si riveste inevitabilmente di leggenda, affonda le radici in tempi remoti, divenuti veicoli di valori universali e senza tempo; la colonizzazione, rivestita di leggenda, il coraggio, il contatto tra culture diverse e soprattutto il culto di un popolo, che si affidava al volere divino e riversava nel suo nome speranze, desideri e la voglia di crescita e di prestigio.

 

II. 2 - Tra storia e leggenda

Parlando della fondazione dell'Heraîon di Capo Colonna non si può tralasciare la fondazione della città stessa cui il tempio è legato e di cui diventa simbolo religioso e sociale per eccellenza, Kroton appunto. La fondazione storica è ormai comunemente accordata dagli storici negli ultimi decenni dell'VIII secolo, tra il 710-709 a.C. ed è attribuita all'acheo Myskellos di Ryphe ( un villaggio montuoso dell'Acaia del Peloponnneso ). All'ecista è strettamente legato l'oracolo di Delfi che per ben tre volte nel suo responso divino ordina all'uomo di fondare la città. La prima volta, i dubbi dell'uomo sulla sua stirpe vengono placati con una chiara risposta:

"Myskellos dalle spalle curve Apollo lungisaettante ti ama
e ti darà stirpe, ma prima ti comanda
di fondare una grande Crotone nelle belle pianure"

In un primo momento il futuro ecista sembra non ascoltare le parole sacre della Pizia, ma l'oracolo interviene nuovamente fornendo più precise informazioni a riguardo:

"Così ti parla il dio lungisaettante, e tu ascolta.
Questo è il monte Tafio incolto, questa è Calcide,
questa la terra sacra dei Cureti, queste sono le Echinadi;
e poi a sinistra il grande mare;
così ti dico: non allontanarti dal Lacinio,
né dalla sacra Krimisa né dal fiume Esaro"

Il secondo responso quindi parla chiaro, e chiari sono i riferimenti a Crotone, al fiume Esaro che la attraversa e che rappresenta una ricchezza importante per il luogo. Chiaro è anche il riferimento a Krimisa, già terra sacra ad Apollo è che vuole sulle coste ioniche un nuovo Santuario. Myskellos parte quindi in perlustrazione per conoscere i luoghi dove dovrà fondare la nuova colonia, ma arrivato a Sibari, resta colpito dalla grande pianura che si presenta dinnanzi ai suoi occhi e pensa che è questo il luogo più adatto per fondare una città. Di ritorno a Delfi consulta ancora una volta l'oracolo che però è chiaro e minaccioso nella sua risposta:

"Myskellos dalle spalle curve,
cercando cose diverse da quelle ordinate dal dio
piangerai lacrime amare;
onora il dono che il dio ti fa"

L'ecista quindi non ha altra scelta che fondare la nuova colonia sulle rive dello Ionio, colonia che poi diventerà la potente Kroton. Questa affascinante chiave storica circa la fondazione della città ci viene tramandata da Diodoro Siculo[14] che fa emergere tratti costitutivi molto chiari della città e della sua storia. Innanzitutto lo storico lega la colonia achea al volere dell'oracolo di Delfi e quindi alla figura di Apollo Pizio. Nella mitologia greca Apollo nasce a Delo, figlio di Zeus e di Latonia. Dio della bellezza, della luce e della poesia, e fu detto Pizio per l'uccisione del serpente Pitone a Delfi, poi sede del suo oracolo più famoso. La discendenza delfica era un prestigio assoluto per una colonia e sarà sempre un vanto di Kroton. Emerge chiaramente nei responsi dell'oracolo la salubrità dei luoghi dove il dio vuole che sorga la città; luoghi ricchi di vegetazione e spalancati verso il Mediterraneo. Crotone insomma rappresentava il punto giusto dove fondare una nuova colonia, un porto di sicuri scambi commerciali, politici e sociali. È ancora Diodoro Siculo che fornisce un ulteriore chiave di lettura degli eventi, questa volta intessuti di mitologia e che lega la fondazione del Santuario di Hera Lacinia e della città alla saga di uno dei massimi eroi greci, Eracle[15]. La leggenda narra che dopo aver sottratto le mandrie a Gerione, in una delle sue celebri fatiche, l'eroe sostò nel territorio crotoniate, ospite di Kroton, suo amico e sposo di Laurete. Durante la notte però, fu vittima di un tentativo di furto delle mandrie da parte di Lakinion, suocero di Kroton. Eracle punì il ladro uccidendolo, ma per errore colpì a morte anche il suo amico che era accorso in suo aiuto. Addolorato per il tragico errore e intenzionato a espiare la sua colpa l'eroe seppellì splendidamente Kroton, costruendo un sepolcro per rendergli splendidi onori funebri. Prima di tornare a Micene predisse agli indigeni del posto la fondazione di una grande Crotone (Kroton megas) e subito dopo fondò il santuario di Hera. In questa chiave di lettura è dunque un fatto di sangue a caratterizzare la fondazione della città e del Santuario; ciò spiegherebbe anche la particolare inclinazione guerresca della città, che nel corso della sua storia muove molte battaglie, molto spesso in nome dell'eroe greco, e anche l'aspetto guerresco della stessa dea del Lacinio. Ma qui si allude anche ai rapporti dei primi colonizzatori achei con gli indigeni del posto (enchorioi), già presenti da diverso tempo in queste terre e di cui sono stati trovati riscontri importantissimi negli scavi attorno all'area dell'Heraîon, riscontri di materiali votivi risalenti all'età del bronzo (VIII e VII sec. a.C.) Il Lacinio quindi si configura come "Santuario di frontiera", un "luogo di contatto" tra greci ed indigeni, luogo di incontro-scontro tra culture diverse ma convergenti. L'ipotesi di origine pre-greche dell'Heraion di Capocolonna, quindi di una dea dai tratti indigeni viene valorizzata oltre che dai ritrovati reperti archeologici anche dalle fonti classiche che parlano in maniera continua dell'esistenza di un "bosco sacro" della dea[16]. Inoltre il concetto stesso di temenos, cioè lo spazio sacro, delimitato, destinato alla divinità, e ben conosciuto a Capocolonna, contiene in sé l'idea stessa del "bosco" che viene tagliato, per ricavarvi uno spazio da destinare agli dèi. Infatti il verbo greco temno, da cui temenos, significa "io taglio, io recido, io divido". Quindi, il taglio di una parte del bosco primitivo, per ricavarvi un area sacra dedicata agli dei è all'origine stessa del tempio[17]. Di "bosco sacro" parla Tito Livio: A sei miglia dalla famosa città di Crotone c'era un tempio ancora più famoso della città stessa, quello di Giunone Lacinia, venerato(sanctus) da tutti i popoli circostanti. Lì un bosco sacro (lucus), denso di alberi e circondato da alti abeti, aveva ricchi pascoli, dove pascolava, senza alcun pastore, bestiame di ogni razza, sacro alla dea... Con le ricchezze derivato da quel bestiame fu poi costruita e consacrata una colonna d'oro. Perciò il tempio fu celebre non solo per il suo carattere sacro, ma anche per le sue ricchezze[18].Da un altro autore, Licophrone, poeta vissuto nel III sec. a.C. apprendiamo l'importanza rappresentata nel Lacinio dalla presenza del bosco sacro. Nei versi della sua più famosa opera, l'Alexandra, affascinante quanto misteriosa, l'autore definisce il bosco sacro come un orchatos (giardino fiorito), dove tutto cresce spontaneo e rigoglioso, e in questa chiave di lettura rappresentato come dono di Thetis, madre di Achille, ad Hera[19].
Thetis era una Nereide, cioè un' onda del mare, allevata da Hera e a lei sempre fedele. Zeus, Poseidone ed Apollo la vollero in sposa di Pelèo e dalla loro unione nacque Achille. Dunque secondo la tradizione la divinità trasformò il Lacinio in una sorta di Eden. Sempre secondo Licophrone ella in cambio affidò alla dea e alle donne di Crotone, per sempre, la cura dei riti funebri in onore del figlio Achille, ucciso da Paride. L'autore rammenta il penthos (lutto) espresso al Lacinio dalle donne indigene, vestite di nero, piangenti per la morte dell'eroe. Oltre a Licophrone e ai suoi versi antichi altre sono le fonti affascinanti riguardo alla fondazione della chora e del suo santuario. Un 'altra leggenda, attestata da Strabone e da numerosi autori più tardi per spiegare l'origine del fiume Neto, riguarda le navi degli achei reduci dalla guerra di Troia, date alla fiamme in loro assenza dalle donne troiane al seguito, desiderose di porre finalmente fine alle lunghe peregrinazioni[20]. Inoltre il Santuario aveva il suo posto nel ciclo delle tradizioni relative alle migrazioni di Enea in Italia. Virgilio lo ricorda come uno dei punti dell'itinerario marittimo dell'eroe troiano, all'arrivo sulle coste della penisola; Dionigi di Alicarnasso ricorda addirittura come nel secolo II dell'era cristiana il tempio mostrasse tra i suoi tesori una patera di bronzo dedicata dall'eroe alla dea[21]. Insomma tutte fonti queste, che attingono alla favola e che, molto spesso sono frammentarie. Forse non spiegano e non spiegheranno mai con sicurezza l'origine di un luogo, di un culto, ma sicuramente spiegano con chiarezza l'importanza che questo aveva per il territorio crotonese, il prodigio, la sacralità che era pregnate e che era rappresentata assolutamente dalla figura delle dea.

 

II. 2 - Notizie sulla POLÌS

Dunque storia e mitologia spiegano la storia di questo posto. Ma qualunque sia il punto di vista o la chiave usata per raccontare gli eventi quello che emerge, in ogni caso, è una continua linea di sacralità del luogo e lo strettissimo rapporto tra città e santuario. Sia l'origine oracolare, legata alla figura di Apollo, che il legame con l'eroico hanno permesso a Kroton di instaurare profondi e saldi rapporti con la madre patria, rapporti di scambio commerciale, politico, militare e religioso. La città venne organizzata a modello aristocratico e proprio l'aristocrazia era l'unica che presidiava all'assemblea popolare e interveniva solo dopo che il consiglio degli anziani, i personaggi più importanti della città (il consiglio dei Mille) aveva deciso di renderla partecipe della decisione. Il consiglio inoltre aveva il compito di prendere decisioni importanti per l'intera società, e aveva l'incarico di tutelare l'ordine morale e la costituzione, compito che gli permetteva quindi anche di giudicare i reati gravi. Il magistrato di tale consiglio era il prytanis. Proprio all'aristocrazia degli atleti vennero affidati i comandi militari e i sacerdozi più importanti[22]. Tra gli atleti più valorosi si ricorda Milone, che divenne anche il più importate sacerdote del tempio. Nel corso del tempo la chora crotoniate accrebbe la sua egemonia verso tutto il territorio circostante e in tutta la Magna Grecia. Raggiunse uno splendore senza precedenti ma che tuttavia faticò a mantenere. Le fonti, sopratutto quelle archeologiche permettono di pervenire ad un quadro storico che non lascia dubbi. Innanzi tutto i resti delle mura cittadine che, anche se in maniera discontinua e in alcuni tratti assenti, fanno delineare una città dalle grandi dimensioni per l'epoca, e sicuramente altamente popolata.Secondo Tito Livio all'inizio del III sec. le mura della città percorrevano circa 18 Km.L'Acropoli invece sorgeva su di un promontorio su cui oggi si erge un castello fortificato da don Pedro da Toledo nel 1541. E'ormai storicamente certo che fuori dalle mura cittadine Crotone non faticò ad avere sotto la sua influenza Krimisa, dalla quale importò la leggenda di Filottete e l'importanza religiosa del Santuario di Apollo. Così facendo la città ebbe due importanti Santuari che corrispondono poi alle due principali divinità religiose della città, Apollo appunto, ed Hera.Inoltre sottomise anche Makalla, la cui identificazione resta ancora oggi misteriosa e Petelia, l'attuale Strangoli. Inoltre sotto la sua influenza si ritrovò anche Skylletion a metà strada tra Caulonia e l'attuale Capo colonna e che permetteva ai crotonesi di dominare l'istmo più stretto della costa calabrese. I confini della potente colonia erano segnati da due fiumi, a Nord dal fiume Traente che segnava la zona di influenza sibarita, nemica di Crotone e che come noto in seguito cadde sotto il suo dominio, a Sud invece dal fiume Sagra che rappresentava il confine settentrionale di Locri contro la quale un imponente esercito crotonese perse amaramente nella cosiddetta battaglia della Sagra nel 560 a.C[23]. Dopo questa inaspettata sconfitta lo splendore e la potenza di Kroton sembravano destinati a scemare inesorabilmente. Ma l'arrivo di Pitagora cambiò momentaneamente la situazione.

 

II. 3 - Pitagora e l'Apollinismo crotonese

La figura di Pitagora rappresentò per la città di Kroton un vero e proprio momento di crescita sociale, religioso e anche militare. Poco si sa con chiarezza della sua personalità che dalle fonti risulta comunque complessa e misteriosa. Nato a Samo e appartenente all'aristocrazia mercantile, nel 530 a.C. si allontana dalla sua isola e approda a Crotone dove resterà per più di venti anni. Qui Pitagora ha modo di sviluppare la sua filosofia e le sue idee politiche, aiutato e appoggiato dai suoi discepoli locali, che lo considerano l'unico in grado di operare per l'interesse della città e dotato di poteri divini. Proprio per queste ragioni al filosofo verrà data fiducia incondizionata. La sua dottrina, il suo sapere avevano molti lati per un certo senso considerati arcaici, in quanto sapere mitico, religioso ed iniziatico, ma anche, in quanto dottrina filosofica e politica, di critica rispetto alle forme tradizionali della cultura aristocratica[24]. L'aspetto fondamentale che aleggia intorno alla figura di Pitagora è rappresentato dagli aspetti sovrannaturali attribuitigli; capace di ricordare il passato della sua anima fino a venti generazioni prima, di comunicare con il mondo dell'aldilà, di eliminare la fame e la sete e di usare il dono dell'ubiquità per apparire in più luoghi contemporaneamente.

 

Il filosofo viene visto come incarnazione di Apollo, ovvero Iperboreo[25].
D'altronde il rapporto tra Apollo e il suo oracolo a Delfi e Pitagora con Crotone appare strettissimo per diverse ragioni. Negli ultimi decenni del VI secolo la polis crotoniate afferma in modo preponderante uno stretto e privilegiato rapporto con Delfi, sviluppando il culto pubblico di Apollo Pizio e adottando il tripode oracolare come emblema civico. Altro elemento rilevante di questo rapporto è testimoniato dalle prime monete, dove su di un lato appare la testa del dio e sull'altro il tripode coi piedi leonini, simbolo di Delfi La stessa tradizione d'altronde collega la fondazione della città al volere dell'oracolo delfico che la preferisce su Sibari, al di là del fallace volere dell'ecista acheo, Myskellos, che invece rifiutava di fondare qui la nuova colonia. Il pensiero e l'orizzonte culturale degli akousmata si presenta pregnante di aspetti arcaici che li collega direttamente al rango divino, come l'ossessione per la purezza rituale, la presenza del mondo dei morti, l'idea di un mondo umano intriso di soprannaturale; delineando quindi una mentalità mitica che collega direttamente la figura di Pitagora a rango divino. Proprio per questo il filosofo viene chiamato Pizio. L'oracolo di Delfi, che rappresenta la tetrade, cioè l'armonia, è inoltre strettamente connesso con due aspetti del pensiero pitagorico, quello dell'armonia e quella della tetrade[26]. D'altronde le stesse fonti storiche, tra le quali Giamblico[27] e lo Pseudo-Aristotele[28] raccontano di un tempio di Apollo Pizio nella città di Crotone: qui il filosofo teneva i suoi discorsi diretti ai ragazzi. Proprio per questo motivo il culto di Apollo a Crotone è legato soprattutto alla formazione del cittadino e all'aspetto politico e militare. Hera e Apollo appaiono accomunati nell'insegnamento pitagorico, in quanto, secondo la tradizione, i discorsi del filosofo a Crotone si rivolgevano nel tempio del primo ai ragazzi e nel tempio della dea del Lacinio alle donne. Due categorie che si legano strettamente al tessuto sociale della polis e su cui il filosofo ebbe appunto influenza assoluta.

 

II. 4 - La zona sacra del Lacinio

Così scrisse del Santuario di Hera Lacinia Amedeo Maiuri, archeologo scopritore di Pompei: "Dalla punta del Promontorio, la dea guardava con i suoi grandi occhi il mare, le fortune, le ricchezze, la gloria di Crotone, dei suoi atleti vincitori, delle sue belle donne, ed i Crotoniati consacrarono con il tempio tutta la terra del promontorio, con le torme degli armenti che scendevano dalla Sila. Era il più gran vanto di Crotone, archivio e tesoro sacro della città. Annibale vi lasciò i commentari delle sue gesta e Polibio poté consultarli. Cicerone ne ammirò il tetto in tegole di marmo. Poi vennero la spoliazione ed il massacro, il più delittuoso che si sia commesso sulla terra della Magna Grecia."[29] Queste parole, così cariche di sincera ammirazione riassumono e spiegano esemplarmente, secondo me, tutta la storia, l'importanza e i punti forti della città di Crotone, perla nella Magna Grecia, e del suo glorioso Santuario. Certo oggi è difficile credere alle parole di celebri autori; molto, anzi quasi tutto è cambiato in questi posti. Poche sono le vestigia rimaste dell'antico tempio e degli altri edifici che facevano parte del Santuario. Diverso è anche il paesaggio, non resta traccia della rigogliosa vegetazione attorno all'Heraîon. Cemento armato, fili elettrici e desolazione hanno minacciato il precario equilibrio nel quale giace adagiato un piccolo frammento della civiltà Magnogreca. A ciò vanno ad aggiungersi fattori che hanno inciso in maniera considerevole sulla storia strutturale e monumentale del luogo; innanzitutto gli eventi idrogeologici che hanno compromesso la conservazione del tempio. A tal proposito si ricorda un terribile terremoto che nel 1638 distrusse quasi tutto quello che era rimasto dell'antico tempio, graziando dalla sua furia una sola colonna dorica che solitaria guarda il grande Jonio sbattere le sue onde proprio sulla scogliera a lei sottostante. Ma sono state soprattutto le depredazioni che l'intero Heraîon ha subito nel corso del tempo che lo hanno spogliato della sua gloria. Spoliazioni e riusi sono stati frequentissimi e hanno fatto disperdere la maggior parte dei materiali facenti parte dell'antica struttura. Il tempio fu addirittura utilizzato come cava di materiale da costruzione, basti pensare agli spagnoli che nel XVI si servirono di blocchi di calcarenite per la costruzione delle mura e del castello della città. Inoltre anche l'attenzione delle istituzioni locali e nazionali fino a pochi anni fa è stata molto scarsa, infatti la maggior parte dei ritrovamenti sono da considerarsi fortuiti e privi di attenzione e tutela; questo ha permesso ai cosiddetti "tombaroli"di dar vita a un vero e proprio mercato "sotterraneo" dell'archeologia e moltissimi pezzi importanti sono stati dispersi, compromettendo inevitabilmente questo tesoro.

 

II. 5 - I resti del Santuario

Ricostruire con certezza la storia del tempio e di tutta la zona sacra del Lacinio è molto difficile. Le notizie sono molto rade e spesso discordanti tra loro, e inoltre allo stato attuale gli scavi non hanno ancora restituito con chiarezza la fisionomia totale di tutto il territorio.
Ė quindi difficile mettere dei punti fermi sulla storia del santuario. Organizzazione dell' Heraîon del Lacinio. Il muro peribolare

Il confine dell'area sacra viene definito in antico come temenos, e nel Santuario di Hera Lacinia è racchiuso da un muro peribolare, opera quadrata e reticolata, dall'andamento regolare ed articolato ad angolo retto, scandito da una grande porta d'accesso. Due torri quadrangolari, una delle quali esterna, proteggevano la porta di accesso e sottolineavano la funzione difensiva di questo muro, strutturalmente robusto ed elegante. Proprio la caratteristica combinazione di opera squadrata con il reticolato ha motivato l'ipotesi di due fasi costruttive e rimanda presumibilmente alla seconda metà del IV secolo a.C., quando al termine della tirannide di Dionigi di Siracusa, la città ricostruì il suo impianto. La costruzione del nuovo muro del temenos taglia la grande strada sacra, diversamente orientata. Inoltre i restauri del muro in opera reticolato e vittata attestano l'uso del santuario tra il II secolo a.C. ed il III secolo d.C. conservando il suo ultimo schema.

 

La strada sacra

Si individua in prossimità dei propilei di accesso. Costruita anch'essa intorno alla metà del V sec. a.C. Larga m 8,5, attraversava il temenos e sicuramente proseguiva verso l'interno del promontorio. Dalla parte del mare invece doveva concludersi in una zona importante che costituiva la meta dei pellegrini e il punto di arrivo delle processioni. E' probabile che sempre sul lato mare si trovasse il tanto ricercato altare sacro, di cui parlano solo le fonti antiche. Secondo Livio[30], Plinio[31] e Valerio Massimo[32] grande era il prodigio che qui si esprimeva in quanto le ceneri delle vittime sacrificate non venivano mai disperse nonostante il vento soffiasse imperante in questo luogo. Ma su questo dato è ancora impossibile esprimersi con sicurezza dati i continui movimenti franosi che hanno interessato l'area con continuità. Alcuni geologi a riguardo ipotizzano l'esistenza di una spianata di almeno 60 m, ma appunto sono solo supposizioni in parte confermate da alcuni pezzi di muro peribolare rinvenuti sulle terrazze sottostanti la colonna superstite.

Il Katagonion e l'Hestiatorion. Percorrendo la strada sacra, immediatamente dopo i propilei d'accesso si trovano due edifici importanti, rispettivamente a Nord e a Sud della stessa. Il Katagonion, albergo per gli ospiti di riguardo, a pianta quadrangolare. Il portico circondava parzialmente. L'edificio,assumendo forma di L e contribuendo a dare all'insieme un aspetto più ricco e decorato. Gli ambienti sono più o meno quadrangolari anch'essi e si affacciano su un cortile – peristilio, decorato da colonne di ordine dorico. L'edificazione di tale edificio risale al IV sec. a.C. L'Hestiatorion, è anch'esso un edificio di forma quasi quadrata, formato da locali che si affacciano sul cortile. I numerosi resti di terracotte e di ossa di animali configurano questo luogo come un edificio per banchetti che erano parte del rituale delle feste religiose di Hera. Anche in questo caso il complesso sembra risalire al IV secolo a.C.

 

Il Tempio

Indicato anche come edificio A, cioè quello di principale interesse. Le notizie sull'epoca di fondazione del tempio sono incerte. Molti studiosi sono dell'avviso che la struttura sia stata costruita tra il VI e prima parte del V secolo a.C. Lo stile è quello dorico, di cui l'antica Kroton risulta fortemente caratterizzata per la costruzione di edifici pubblici e sacri nella città e nel territorio circostante. Il tempio era esastilo e l'unica colonna rimasta miracolosamente in piedi è la penultima verso Nord, alta m 8,29. Sull'effettiva grandezza e composizione dell'edificio diverse sono state le ipotesi: Oggi sembra accertato il fatto che fosse composto di 15 colonne sul lato lungo e 6 sulle fronti[33]. Dalla curvatura del capitello si è potuto richiamare la produzione siceliota del secondo venticinquennio del V secolo a.C. ed è possibile confrontarlo con il tempio di Athena di Siracusa. Un attento esame delle terracotte ha permesso a Mertens, attento e ultimo studioso del tempio di ricostruire dieci rifacimenti dei tetti, coprendo un arco di tempo che va dalla metà del VI al IV secolo a.C[34]. Le tegole di marmo e la decorazione scultorea dello stesso materiale arricchivano ulteriormente il tempio. Un gravissimo evento purtroppo concorse nel 173 a.C. a compromettere irrimediabilmente l'originale splendore del tetto. Il censore Q. Fulvius infatti ordinò che il copertura marmorea del tempio fosse smontato per la necessità, o forse capriccio, di decorare il tempio della Fortuna Equestris a Roma. Dopo le proteste del Senato crotoniate le tegole vennero restituite ma nessuno fu mai in grado di riporle allo stesso modo e vennero quindi abbandonate da qualche parte nelle vicinanze del santuario. Uno scempio gravissimo, che segnò l'inizio della decadenza dell'intero Santuario. Uno degli aspetti più importanti ricollegabili al tempio è stato dato da un complesso studio che ha permesso di accertare l'esistenza di un edificio sacro più antico, lo stesso cui probabilmente appartengono i frammenti di colonna dorica, tagliati a disco e sparsi all'interno dell'edificio B, che gli è a fianco in direzione Nord.

 

L'edificio B

Dagli studi e dagli importanti ritrovamenti si attesta al luogo una funzione assolutamente sacra. Gli scavi hanno permesso di ricostruire tre grandi fasi. La prima risale all'inizio del VI secolo a.C. L'edificio era costituito probabilmente di mattoni crudi e tetto di paglia e legno.
Nei primi anni del V secolo si assiste ad una massiccia ricostruzione di tre lati dell'edificio. A questa fase corrisponde il basamento quadrato, centrale dell'edificio. La terza fase corrisponde al primo venticinquennio del V sec. a.C. In questo periodo fu raddoppiato il muro meridionale al quale si addossano quattro blocchi parallelepipedi. Con ogni probabilità questo spazio rettangolare dalle proporzioni allungate poteva essere un primo centro di culto, sostituito dal tempio che si impiantò laddove sarebbe stato edificato il l'edificio classico le cui tracce ci rimangono oggi. Le particolari proporzioni, l'attenzione che gli si dedicò ripetutamente, la sua prossimità ai templi dimostrano la notevole importanza dell'edificio B, molto probabilmente primo luogo di culto nel Santuario di Hera Lacinia che è stato possibile identificare. Il basamento quadrato rappresenta forse il segno del culto il basamento del simulacro della divinità, di cui è stato ritrovato lo splendido diadema d'oro. L'importanza di questo edificio arcaico è confermata soprattutto dalla ricchezza di materiale in oro, argento, ritrovato. E' possibile inoltre ripercorrere un arco di tempo che va dall'inizio dell'VIII secolo a.C. fino al V sec. a.C

 

I doni alla dea

Strabone scrive della ricchezza del tempio: "Dopo Skylletion viene il territorio dei Crotoniati e il promontorio Lacinio, un Santuario di Hera un tempo ricchissimo e pieno di oggetti offerti in dono alla dea"[35] Il Santuario era dunque ricco di anathemata (doni alla divinità) Attraverso le fonti vanno ricordate iscrizioni sacre, famosa quella delle res gestae di Annibale, incisa in greco e punico su tavola di bronzo, dove venivano raccontate le imprese contro i Romani[36]. E ancora la veste di bisso donata dalla nobile Teofilis ricordata dalla poetessa Nosside. Inoltre secondo la tradizione celebri erano le tabulae di Zeusi, che aveva dipinto le storie di Elena servendosi come modelle delle cinque donne più belle della città[37]. Un magnifico mantello è dedicato da Alkysthenes, nobile di Sibari, la phiale, cioè la coppa di bronzo riccamente decorata offerta da Enea o la bucala (giovenca) aurea dono di Annibale. Inoltre si ricorda la statua del celebre olimpionico Astylos, citata da Pausania, e che venne distrutta dagli stessi crotoniati, indignati del fatto che Astylos si fosse fatto proclamare siracusiano. Sono stati soprattutto oggetti votivi alla dea a venire alla luce, un vero e proprio tesoro formato da più di cento pezzi[38]. Alcuni pezzi di questi possono essere considerati veri e propri capolavori; per esempio la Sirena, la Sfinge e la Gorgone alata, opere nelle quali è possibile ravvisare testimonianze delle grandi scuole di bronzistica attive in Grecia nello scorcio del VI sec. a.C. Sicuramente il pezzo più prezioso tra tutte le offerte di Hera è rappresentato dallo splendido diadema d'oro che probabilmente incoronava un simulacro della dea; decorato con treccia sulla fascia e doppio serto vegetale all'esterno con foglie e bacche di mirto e foglie forse di acero (VI – V sec. a.C.).  38 R. Spadea, Il tesoro di Hera, 1994

 

Gli edifici di origine Romana

Nei pressi della chiesetta dedicata alla Madonna, quindi leggermente spostati dalla zona sacra vera e propria si trovano i resti di costruzioni romane, risalenti circa al 194 d.C. quando una colonia Romana si stanziò qui e mantenne per qualche tempo ancora il culto della divinità, chiamata da ora Giunone Lacinia. Gli edifici sono molto diversi rispetto a quelli di fattura greca. Il primo che si osserva arrivando al santuario e percorrendo il vecchio percorso, quello che porta direttamente alla chiesetta della Madonna, si trova subito sulla destra del visitatore e consiste sostanzialmente in resti di un edificio termale, destinato probabilmente al bisogno dei Sacerdoti e del personale addetto alla custodia del tempio. Il pavimento centrale si presenta riccamente ornato da un bellissimo mosaico accompagnato da lunga iscrizione tassellata. Gli altri edifici si trovano sostanzialmente a ridosso della chiesetta, anzi, osservando il tutto si potrebbe affermare che è quest'ultima a trovarsi praticamente in maniera anomale tra questi. Tali edifici, risalenti anch'essi al 194 d.C. e venuti alla luce casualmente negli anni 70, consistono sostanzialmente nei resti di una villa, di cui sono ancora osservabili i resti delle mura che delimitavano le stanze e in cui sono stati ritrovati anche mosaici simili a quelli precedentemente citati. A pochi metri dalla villa inoltre, sono state rinvenute due bellissime fornaci, risalenti allo stesso periodo e utilizzate probabilmente durante la costruzione della villa e delle terme.

 

Cap. III

 

Culti identificati

III. 1 - Il Pantheon Crotoniate

È molto difficile riuscire a definire con sicurezza la vita politica, sociale e religiosa dell'antica Kroton. Le fonti storiche parlano in maniera frammentaria di culti e divinità[39] e quasi sempre sono questi, personaggi o episodi legati in maniera sporadica alla vita crotonese o comunque inseriti in contesti più generali, che toccano gli ambiti religiosi del pantheon cittadino senza lasciare linee molto profonde. A ciò si aggiunge la poca attenzione riservata fino ad oggi alla tutela di tutte quelle tracce o segni archeologici che avrebbero potuto permettere di fare luce e chiarezza su molti aspetti della vita della polìs. Come detto più volte il ruolo assolutamente centrale per la vita religiosa dei crotoniati è rappresentato da Hera, la dea di Argo, protettrice degli Achei del Peloponneso che avevano per lei un'antica devozione nazionale e che qui diventa divinità poliade[40], cioè protettrice per eccellenza della città. Ciò è riscontrabile inoltre anche in altri centri della Magna Grecia, come Sibari e Metaponto, dove la divinità si lega alle origini di queste città. I coloni organizzarono nell'Heraîon del Lacinio il luogo di culto assoluto per la dea e questo divenne in assoluto il polo accentratore del cosmo religioso anche per tutto il comprensorio. Possiamo comunque trovare accanto ad Hera e Apollo, le divinità principali del pantheon crotonese per cui esistono notizie più sicure, altre divinità come Demeter, Thetis, le Muse, il fiume Esaro ed eroi legati alla fondazione della chora, come i già menzionati Myskellos ed Eracle a cui si aggiungono Achille, Odisseo, Menelao, Elena ed Enea

 

III. 2 - Fisionomia della dea
Nella tradizione greca, soprattutto quella riportataci da Omero[41], Hera è la regina degli dei, è la dea per eccellenza, sposa/sorella di Zeus e il fatto che sia sua sorella carnale, oltre a infrangere il tabù dell'incesto la pone allo stesso rango del fratello/sposo, quindi con gli stessi diritti e con caratteristiche proprie. Questa sua autonomia è confermata dal fatto che, nonostante Zeus abbia sempre molte spose e molti figli, Hera sarà sempre l'unica a sedere sul trono dorato e a portare lo scettro. La dea mostra nella tradizione un carattere forte e ostinato, che non si sottomette mai, molto facile alla collera e vendicativa, il suo essere la migliore e la più grande fra le dee trova molto spesso conferma nella sua capacità di fare del male ai suoi nemici. Hera è ricordata inoltre come protettrice di tutti gli aspetti della sfera femminile; la verginità, il matrimonio, la procreazione, il parto. Ancora, assolutamente importante per la dea è il rapporto con il tempio: i più antichi e importanti infatti sono proprio quelli a lei dedicati e i più celebri sono quello di Samo e quello tra Argo e Micene. Tra le colonie Magnogreche santuari importanti sono, oltre a quello di Crotone, quelli di Sibari e Metaponto, Pasteum.

 

III. 3 - Hera a Kroton

La Hera di Kroton, prende qui l'epiteto di Lakinia, proprio dal promontorio che ospita il suo Santuario, derivato dal vecchio vocabolo pelasgico Lakis, che significa terra[42]. Proprio il legame con la terra sarà fondamentale per la dea del Lacinio, che sarà vista come la protettrice della pastorizia e della vegetazione, dei frutti da lei regalati e necessari alla sopravvivenza. Anche la tradizione, narrata da Livio, racconta come nelle immediate vicinanze del santuario di Capocolonna animali di ogni specie e sacri alla dea pascolassero in mezzo a una magnifica vegetazione che cresceva ricca e spontanea[43]. Tornano quindi i riferimenti al già citato "Bosco sacro", fondamentale per il culto della dea, che come tipica sfera della sua influenza possiede soprattutto le vaste e fertili pianure. La protezione degli animali avveniva qui in un contesto che non è quello cittadino, ma quello extraurbano, selvaggio, un area cioè non abitata dai coloni ma dagli indigeni. Ancora una volta quindi viene sottolineato il rapporto tra il «prima» e il «dopo», tra lo stato selvaggio e quello civile, la coesistenza tra popoli diversi. Infatti sembra ormai comunemente accettato il fatto che ancora prima dell'arrivo dei coloni achei, il promontorio fosse in mano agli indigeni del posto, i Chones e i Iapigi e che almeno un temenos di origine pelasgica fosse stato consacrato ad una divinità femminile, una «Madre Terra» chiamata anche Vitulia o Vitelia protettrice della pastorizia e della natura di questi popoli e che trova il suo simbolo nella vacca. Gli achei permisero quindi ai barbari, (così chiamati i popoli che non appartenevano alla loro razza) di continuare a vivere nei luoghi da loro colonizzati, ricchi e indispensabili per la sopravvivenza della colonia. Qui si instaurarono rapporti economici, sociali e quindi religiosi. Si avviò una sorta di reciproco rispetto e di coesistenza vigilato dagli achei e proprio in nome della dea. Ciò implicava il fatto che gli indigeni sottostessero anche ad una sorta di accettazione religiosa della divinità. Prende inizio quindi il passaggio dal culto della «Madre Terra», indigeno, al culto della «grande Hera», regina degli dei e portatrice di civiltà. In molti sono propensi nel vedere in Hera Lacinia una strettissima parentela con la Hera Argiva, ma la dea si instaura qui con caratteristiche molto particolari[44] Innanzitutto questa sorta di inclinazione politica e militare si trova anche in uno degli epiteti riconosciuti qui alla dea, cioè quello di Hoplosmia, che significa probabilmente «signora delle armi». Inoltre la stessa tradizione mitologica ricorda come la dea concepisce da sola Ares, il dio delle guerre e per questo motivo le si attribuisce anche il nome di Areia o Marziale. È Licophrone (Alexandra V. 858) che vede in Hera Lacinia appunto la «signora delle armi». La dea è armata di scudo e dall'aspetto guerresco e tale caratteristica trova, sempre secondo i versi del poeta un legame proprio con l'Hera di Argo[45], dove questo aspetto si fa ancora più forte che in altri posti e dove si ritrova lo scudo nelle cerimonie di culto a lei dedicate[46]. Inoltre sono sempre le fonti antiche a sottolineare questo aspetto militare della dea a Crotone; per esempio Filostrato (Vita Ap. IV, 28 ) ricorda la statua del celebre atleta crotoniate Milone, sacerdote della dea, raffigurato incedente su uno scudo[47]. A Crotone la divinità giustifica molto spesso gli interventi degli stessi crotoniati in accesi scontri con colonie rivali; un esempio può essere la distruzione di Sibari, acerrima nemica dei lacini, giustificato dalla stessa divinità in seguito agli atti disdicevoli dei sibariti, macchiatisi di colpe nefande e sacrilegi che la dea non tollerò. Secondo un pretesto moralistico dei crotoniati, molto spesso la dea manifestò il suo dissenso e secondo la tradizione antica (Filarco, in Ateneo XII, 521)[48] apparve per la città di Sibari vomitando bile e lasciando fuoriuscire un rivolo di sangue dalla base del suo tempio, per esempio quando durante lo scontro tra Sibari e Crotone gli ambasciatori crotoniati furono uccisi dai sibariti. La dea predisse ai sibariti la fine della loro città, che effettivamente avvenne proprio ad opera dei crotoniati e proprio in nome della dea. Ma è anche un altro celebre epiteto presente nel santuario di Hera Lacinia, cioè quello di Eleutherìa, che lega la dea di Kroton a quella di Argo. I due santuari infatti, insieme a quello di Samo, vengono ricordati come celebri asili. Ad Argo in particolare la dea conferiva la libertà a chi per ragioni sociali non l'avesse mai avuta o per cause belliche l'avesse perduta.
Questa caratteristica faceva sì che in questi luoghi si potesse godere della protezione della divinità ed essere quindi inviolabili. Inoltre il carattere di inviolabilità si traduceva anche sulla tutela di tutti gli ambienti sacri del santuario, soprattutto lì dove venivano poste le offerte sacre, che costituivano un tesoro immenso, e sulla monumentalità degli edifici, nulla infatti poteva essere spostato o manomesso se non per volere della dea. Inoltre, come detto precedentemente Hera agisce in maniera fondamentale su tutti gli aspetti della vita della donna. Forse ciò potrebbe apparire in netto contrasto con le caratteristiche più violente precedentemente descritte, ma sono queste peculiarità che appartengono soprattutto all'ambito tradizionale della figura della dea, ritratta come sposa e protettrice delle nozze e dei ritmi femminili. Tutte queste caratteristiche vengono raccolte dalla dea del Lacinio. Qui la dea viene venerata con un'altra importante epiclesi, che è quella di Hera Kourotrophos. Le poche e preziose tracce archeologiche rinvenute fino ad oggi segnalano a conferma di ciò delle statuette votive provenienti dal Santuario e mostrano una figura femminile con le mani sui seni scoperti in espressione di allattamento. E d'altronde sono ancora una volta i versi della letteratura antica che ci danno questa visione «materna» di Hera. I già citati versi dell'Alexandra di Licophrone ricordano come fosse forte tra le donne di Crotone l'usanza di vestirsi di nero e piangere Achille, l'amato figlio di Thetis, che in cambio di questi perpetuati riti funebri in onore dell'eroe, sul promontorio del Lacinio regala alla dea un bellissimo orchatos, dove il culto protrae il suo carattere curotrofico anche sulla terra e la vegetazione che grazie al suo volere materno si dimostrano generosi e da lei amati e tutelati. Forte appare quindi il rapporto tra madre e figlio, e forte appare anche la connessione dei rituali del penthos di Achille al Lacinio con quelli di un altro Santuario di Hera, conosciuta come Akraia, a Corinto, dove si piangevano i figli di Medea; Una dimensione luttuosa contraddistingue questi santuari, dove è la maternità infelice ad essere riscattata, trasformando in positivo una situazione negativa comune a tante donne. Ricapitolando, Hera è a Crotone signora delle armi, della natura e degli animali, liberatrice dalla schiavitù, protettrice degli approdi e di tutti gli aspetti delle vita femminile. A Crotone la dea unifica nella sua figura aspetti che nella tradizione appartengono molto spesso ad altre dee femminili arcaiche e quello che emerge è quindi l'assoluta centralità che rappresenta per la vita del pantheon cotoniate. Caratteristico per esempio è il rapporto con il mondo animale e vegetale proprio di Artemide, le connotazioni guerresche appartenenti in genere ad Atena o ancora l'aspetto curotrofico legato anche in questo caso ad Artemide. Tutte queste caratteristiche vengono qui portati dai colonizzatori del Peloponneso in un periodo di consolidamento religioso, che veicola elementi che danno l'impressione di un ampio bacino geografico, che arriva anche all'Egeo meridionale e orientale, cretese in specie. Molti studiosi, vedono la dea di Crotone appartenente ad una fase di formazione non lontana dall'età minoico-micenea[49] e dalle caratteristiche di una delle dee del Palazzo, eredi a loro volta di una o più grandi dee minoiche, successivamente confluite e adattate dagli achei del Peloponneso. Non si parla di colonizzazione cretese ma di reminescenze appartenenti ad una frequentazione di Achei-micenei prima della fondazione della chora crotonese, in cui i Greci posteriori ravvisarono i seguaci di Minosse, i cosiddetti Coni, che per primi arrivarono sulle coste calabresi. Affinità si ritrovano quindi con i santuari di Samo e Argo, dove molti riti, epiteti e peculiarità appaiono molto simili a quelli di Hera Lacinia. L'idea che ci si può fare quindi, al di là di sicurezze che in questi casi sono molto labili, è quella di una grande influenza culturale e quindi cultuale che abbraccia ampie zone della Grecia e che dal VII secolo a.C. , epoca a cui risale la fondazione dell'Heraion di Capocolonna si incontra e confluisce con i culti dei popoli indigeni risalenti a un periodo precoloniale risalente al VIII-VII sec. Quello che emerge insomma, al di là delle incerte origini della dea e l'assoluta centralità da lei ricoperta nella pietas dei Crotoniati. Hera quindi è protettrice di Crotone, guardiana dei suoi confini, e «madre» per tutti i popoli vicini che, sotto la sua tutela e la sua forza a lei si affidano.

 

III. 4 - Apollo e le altre divinità

La figura di Apollo e della sua adorazione rimanda sicuramente a un'importante fase della colonia crotonese, e si lega alla figura di Pitagora che a Crotone consolidò tale culto facendolo entrare in maniera stabile nel suo mondo religioso. Come precedentemente detto, il Samio rappresentò per Crotone una figura fondamentale e i suoi stessi discepoli lo identificarono con la figura di Apollo Iperboreo, in segno di ammirazione per il suo sapere, a loro parere "divino". Vale la pena sottolineare comunque che la stessa figura di Apollo era già precedentemente ancorata al patrimonio culturale della chora, basti pensare alla già citata tradizione della fondazione della stessa città, da parte di Myskellos e per volere dell'oracolo di Delfi. Ciò rimanda al rapporto di prestigio che i crotoniati vollero instaurare con Delfi e quindi al ruolo fondamentale di Apollo Pizio nel Pantheon locale. A tale riguardo si tenga conto inoltre che dal 530 a.C., il simbolo monetale principale della città sarà proprio l'immagine del tripode, simbolo assoluto dell'universo pitico. E' da sottolineare come fosse caso rarissimo per una colonia l'adozione del simbolo di un santuario panellenico, soprattutto per l'età classica e arcaica, cosa che qui si verifica in maniera unica rispetto alle altre colonie. La stessa vicinanza del Santuario di Krimisa, consacrato proprio ad Apollo, e sotto l'egemonia della colonia crotonese faceva sì che il legame con la figura del dio fosse ancora più forte, soprattutto per il ruolo politico che veniva a lui attribuito, visto infatti come tutore dell'ordine e dell'armonia sociale costituita. Apollo insomma è legato all'apollinismo civico di Crotone, soprattutto negli ultimi tre decenni del VI sec. Pitagora quindi non fece altro che rendere più saldo il rapporto che i crotonesi avevano già con la figura del dio e il suo contributo si inserisce dunque in una prospettiva di «evoluzione» piuttosto che di «tradizione».Un legame che prende forma in un momento di affermazione dell'identità e del ruolo della comunità attraverso il riferimento al mondo pitico e quindi a funzioni simboliche di prestigio riferite all'identità della città. Ciò spiegherebbe anche perché la divinità non ha in Crotone un centro di culto locale, niente infatti è stato ancora ritrovato che possa far pensare a un tempio o un edificio sacro al dio; solo gli storici ci ridanno qualche traccia a riguardo, per esempio Giamblico (De vita Pyth.,IX, 50) menziona un Tempio dove sembra che Pitagora tenesse i suoi discorsi ai ragazzi della città, per formarli ai valori civili e militari e dove sempre secondo altre fonti storiche furono trasportate le favolose armi di Eracle, depositate da Filottete nel tempio di Apollo Alaios a Krimisa. E sempre nel Tempio di Pitagora e nella sua casa secondo alcuni storici, tra cui Valerio Massimo (VIII, 15) i crotonesi invitarono il Samio a rivolgere il suo sapere anche alle donne. A riguardo si ricorda l'esortazione del filosofo alle gynaikes, o matrone del posto a dedicare alla dea le loro vesti sontuose. Dopo la morte del filosofo, il luogo fu trasformato in un piccolo tempio dedicato a Demeter, che fino ad allora non aveva avuto un suo culto nella città. Ma è questa una notizia difficile da confermare; d'altronde lo stesso Giamblico[50], che è la fonte più autorevole per quanto riguarda la figura di Pitagora, riporta la stessa notizia ma questa volta spostata a Metaponto. Sempre lo stesso Pitagora (Giamblico, De Pyth. Vita, IX, 45) avrebbe raccomandato ai crotoniati l'instaurazione del culto delle Muse, come protettrici di tutto ciò che contribuisce alla prosperità dei popoli. Solo supposizioni dunque e interpretazioni incerte alle quali è molto difficile dare un punto fermo[51] Come detto precedentemente, i crotoniati comunque coltivarono fin dalla fondazione della colonia la memoria di diversi eroi dell'epos, rifacenti al mondo religioso di matrice peloponnesiaca. Va citato ancora una volta Achille il semidio e il penthos funebre perpetuato delle donne crotonesi per commemorare la sua morte nel giardino della dea del Lacinio. E vanno poi ricordati Menelao ed Elena che sicuramente godettero di importanza all'interno del mondo religioso dell'apoikìa... A riguardo è ancora l'Alexandra di Licophrone, nel monologo della visionaria figlia di Priamo, Cassandra appunto, nel momento in cui Paride si apprestava a salpare per Troia per rapire la bella Elena, che parla del nostos, viaggio di ritorno di Menelao che, insieme a Elena, nel suo errare, toccherà le coste crotonesi[52] Inoltre si ricordi per la figura di Elena, come tra le bellezze del tempio di Hera Lacinia venisse ricordato proprio il dipinto di Zeusi raffigurante della bella di Troia. È quindi probabile che la presenza delle pitture di Zeusi implicasse l'esistenza di un qualche culto dedicato ad Elena proprio nel tempio di Hera Lacinia o nelle immediate vicinanze.E per quanto incerto, fu sicuramente il versante eroico che permise ai crotonesi di alimentare culti legati alla storia della sua fondazione. Lo stesso Myskellos di Ryphe, universalmente riconosciuto come ecista della città godette di ammirazione e adorazione. E ancora lo stesso Eracle, secondo la tradizione mitologica, anche lui ecista della città e dello stesso Tempio di Hera Lacinia ricoprì sempre un ruolo eminente nel mondo religioso dei crotoniati, che a lui legarono il vanto eroico e la loro inclinazione violenta, inneggiando spesso nel suo nome rivolte e battaglie cruente.

 

CONCLUSIONI

Come più volte affermato in questo lavoro, ricostruire la storia sociale e religiosa della colonia crotonese ha significato osservare e accedere a delle fonti che sono, per diversi motivi, frammentarie e discontinue. Neanche i segni archeologici rimasti oggi purtroppo permettono di dare una chiave di lettura definitiva e precisa della fisionomia dell'Heraîon di Capocolonna. Per quanto riguardo il versante religioso, nonostante la scarsa quantità di informazioni disponibili, quello che emerge in maniera chiara e definita è il ruolo assolutamente centrale che il promontorio del Lacinio ha avuto nel patrimonio sacro della città ancora prima dell'arrivo dei colonizzatori achei e che si è protratto nei tempi fino ad oggi. La frequentazione di tale zona e quindi di tutto il crotonese, in un periodo compreso tra l'VIII e VII sec. a.C, al di là dei problemi storici e cronologici ha permesso di affrontare proprio la continuità religiosa di questo luogo, che partendo dagli insediamenti indigeni, adoratori di una divinità femminile protettrice della terra e della vegetazione, e di cui sono stati ritrovati importanti riscontri votivi, con l'arrivo dei colonizzatori greci è quindi confluita nei valori religiosi e cultuali di questo popolo, che vide incarnare nella figura di Hera le caratteristiche divine pertinenti al luogo colonizzato. La magnificenza e il fasto è stato padrone di questo territorio per molti secoli, attraverso il perduto tempio, gli altri edifici sacri e la bellezza e la salubrità dei luoghi; e qui i crotoniati organizzarono in maniera assoluta il loro polo religioso, che vide appunto in Hera la divinità principale, attraverso le molteplici peculiarità che quest'ultima esercitò su diversi ambiti della vita sociale e religiosa della colonia. Una piccola parte dei ritrovati tesori dedicati alla dea ha permesso inoltre di attestare l'importanza che questa ebbe per la Calabria Jonica e nella Magna Grecia tutta. Sicuramente altre divinità hanno avuto importanza nella chora. Apollo soprattutto affianca Hera, e si lega alla crescita politica ed economica dei crotoniati. Si ritrovano poi tracce di altre presenze religiose, come Demeter, le Muse, gli eroi legati alla fondazione. Ma tanto ancora va scoperto e approfondito su questo versante. Quello che è emerso dall'analisi delle figure presenti nel pantheon religioso della città è un'assoluta presenza femminile che partendo appunto dalla divinità indigena non si esaurisce con la fine del periodo magno-greco ma che in maniera particolare e meno fastosa confluisce in un altro culto presente negli stessi luoghi ancora oggi, quello della Madonna di Capocolonna, la protettrice assoluta dei crotonesi, a cui sono dedicate solenne processioni e feste folkloristiche. Naturalmente questa non vuole essere un'affermazione, un volere screditare valori cristiani forti e radicati , ma nella necessaria sinteticità di questo lavoro, quello che ho cercato di fare emergere in maniera chiara e sempre attraverso lo studio delle fonti letterarie è una comunanza di elementi sacri, che al di là della provenienza o valenza storica corrispondono al bisogno arcaico dell'uomo di credere in qualcosa di forte e superiore, di creare una comunità compatta e intrisa di religiosità. Quello che emerge è l'idea personale di una venerazione mai spezzata, sradicata, ma continua e mutata, di valori che vanno dal primitivo al pagano al religioso in maniera naturale. Diversi e molteplici sono gli elementi in comune del culto di Hera e quello della Madonna di Capocolonna, dalla storia di insediamento della divinità alle processioni e riti preponderanti nella credenza e nel culto. La letteratura greca, attraverso la testimonianza di Menodoto, ha permesso di trovare queste comunanze che sicuramente non possono essere semplici coincidenze, ma riflussi di civiltà diverse che nell'antichità si sono incontrate nella comunanza religiosa. Sicuramente bisognerebbe ampliare questo argomento, per molti versi ancora incerto e oscuro, ma questo vuole essere un piccolo contributo alla storia sociale e soprattutto religiosa di Crotone, che proprio da crotonese ho avuto modo di osservare da sempre e capire. Una città che cerca un riscatto che non è ancora avvenuto, che inneggia con poco coraggio ai fasti perduti ma che guarda in maniera ostinata a quella colonna solitaria come a qualcosa che nonostante tutto - il vento, il mare, la precarietà - si aggrappa alla propria terra.

 

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[1] Diodoro Siculo, libro VIII, 17
[2] Strabone, VI, 1, 3
[3] Petelia era considerata metropoli dei lucani ed era abbastanza abitata. Fu inoltre l'unica cittadina che sopravvisse alla decadenza di Crotone e nel I° sec. a.C., dopo la fine della guerra italica divenne florido municipio romano.
[4] P. Rende, Miti e leggende della Magna Grecia. Il presente imperfetto, in «La Provincia Kr », 1998, p. 11.
[5]A. Terminelli, Cirò dalle origini fino al secolo XVIII, Cirò Marina 1972, p. 78
[6] T. Livio, XXIV, 3,3
[7] P. C. Silvano, La Madonna di Capocolonna e la città di Crotone, Crotone 1987, p.p. 47-49
[8] G. Covelli, la Madonna di Crotone, tradizione, storia e miracoli, Crotone 2000, p.p. 245-246
[9] Menodoto in Ateneo, "I Sofisti a banchetto", XV, 672°-673e.
[10] W. Burkert, La religione Greca, 2003, p. 275
[11] W. Burkert, La Religione... op. cit., p. 275
[12] Cfr. cap. II, parag. 2, p. 38
[13] G. Maddoli, I culti di Crotone, in Atti del XXIII convegno di studi sulla Magna Grecia 1983, Taranto 1984, p.p. 329-331
[14] Diodoro Siculo, VIII, 17
[15] Diodoro Siculo, Biblioteca Storica – IV, 24
[16] G. Greco, Miti e storie della Magna Grecia, Cosenza 1990, p. 117
[17] D. Marino, Il Ritorno di Pitagora, quaderni di Pitagora n. 3, in "Atti del Convegno", Crotone 2003, p. 103.
[18] T. Livio, XXIV Ab Urbe condita, 3,3 – 7
[19] Licophrone, Alexandra – vv 856
20 Strabone, VII 12, 262
[21] Dionigi di Alicarnasso, Antiquitatis Romanee, 1, 51, 3
[22] R. Spadea, Kroton, ricerche archeologiche dal 1985 al 1998, Crotone, 2000, p. 20
[23] M. Giangiulio, Ricerche su..., op. cit. p.p. 238 - 260
[24] R. Spadea, Kroton..., op. cit. p. 21
[25] M. Giangiulio, Ricerche... op. cit. pp. 79-92.
[26] M. Giangiulio, Ricerche..., op. cit. pp. 148 -150.
[27] Giamblico, De vita Pythagorica, IX, 50
[28] Pseudo-aristotele, De mirab. Ausc., 107, p. 840
[29] G. Incorpora, Miti e leggende dell'archeologia magnogreca, Locri 2000, p. 97
[30] T. Livio, XXIV, 3
[31] Plinio, Naturalis Historia, II, 240.
[32] V. Massimo, I, 8, ext. 18.
[33] C. Bellofatto, G. Scida, La colonna del terzo millennio, Crotone, 1988, pp. 26-27
[34] D. Mertens, Aspetti dell'architettura a Crotone, in "Atti del XXIII Convegno di Studi sulla Magna Grecia, Taranto 1984, pp. 189-228
[35] Strabone, Geografia, VI, 1, 11
[36] T. Livio, Ab Urbe condita, XXVII, 46, 16
[37] Cicerone, De Inventione, II, 1, 1.
[39] Giannelli G., Culti e miti della Magna Grecia, Firenze, 1963
[40] Pausania, VI 13, I
[41] W. Burkert, La religione... op. cit. p. 269-276
[42] F. Lenormant, La Magna Grecia, paesaggi e storia, Litorale del mar Jonio, Catanzaro 1976, p. 215
[43] T. Livio, XXIV, 3, 4.
[44] F. Lenormant, La magna Grecia...op. cit. p. 215
[45] Lycoph., Alexandra, v. 857-858, 864.
[46] G. Giannelli, Culti e miti... op. cit. p. 147
[47] A. Mele, Crotone e la sua storia, in Crotone, "Atti del XXIII Convegno di studi sulla Magnagrecia, Taranto 1983", Napoli 1984, p. 46
[48] G. Maddoli, I culti... op. cit., p. 331
[49] D. Marino, Il Ritorno..., op. cit. p. 101
[50] Giamblico, De Vita Pyth., 170
[51] G. Giannelli, Culti e miti..., op. cit. p. 156
[52] Licophrone., Alexandra, vv. 851 – 865.

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