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La Chiesa calabrese durante gli anni bui del Fascismo: don Carlo De Cardona al fianco dei contadini calabresi

Scritto da  Pubblicato in Cultura Krotonese Giovedì, 06 Ottobre 2016 09:01
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Quelli a cavallo delle due guerre mondiali furono anni travagliati e complessi per la Chiesa cattolica impegnata, nell’ Europa ridisegnata dal primo conflitto mondiale, nella ricerca di quel proprio ruolo che andava ridisegnato anche nella stipula di nuovi concordati che le avrebbero sancito libertà di azione nei nuovi Stati e nei nuovi scenari politici usciti dalla grande guerra. Ciò è particolarmente vero nell’Italia del Regime fascista dove, nel 1929, si arrivò alla stipula dei “Patti Lateranensi” con cui, non solo fu istituito lo Stato Vaticano, ma si pose fine alla “Questione Romana” conseguente alla “Presa di Porta Pia” del 1871. Nello scenario politico europeo che, in conseguenza della grave crisi socio economica, veniva caratterizzato dalla nascita di regimi totalitari conservatori, si registrò un po’ ovunque un avvicinamento della stessa Gerarchia ecclesiastica a questi stessi Regimi nonostante che apparivano sempre più chiare le divergenze ideologiche fra gli stessi Governi ed il magistero della Chiesa, particolarmente l’esaltazione della violenza e di un nazionalismo sempre più esasperato. Come osserva Arturo Carlo Jemolo, la simpatia della Gerarchia ecclesiastica verso tali Regimi conservatori era motivata dal fatto che gli stessi rappresentavano, per il Vaticano, una sorta di “male minore” rispetto .alle ideologie socialista e comunista. “Di fronte al pericolo dell’Ateismo e del Comunismo – evidenzia lo storico Guido Verrucci nel saggio “La Chiesa nella società contemporanea” del 1988. – la Chiesa guardava come baluardo del Cattolicesimo a quegli Stati come l’Italia, l’Austria, il Portogallo, più tardi la Spagna franchista, dotati di regimi autoritari o dittatoriali in grado di contenere quel pericolo”. In questo contesto, a fianco delle fasce deboli calabresi, davvero importante fu a Cosenza e nel suo circondario la figura di don Carlo De Cordona che, nato a Morano Calabro il 4 maggio 1871, focalizzò la propria missione in favore delle genti delle campagne cosentine con un impegno religioso e politico nello stesso tempo. Si era laureato in Filosofia e Teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, dove era entrato in contatto col movimento democratico cristiano di Romolo Murri. Ordinato sacerdote il 7 luglio 1895, fu nominato segretario particolare del vescovo cosentino mons. Camillo Sorgente. Nel 1899 diventa direttore del settimanale “La Voce Cattolica” che aveva fondato nell’anno precedente. E’, invece, del 1901 la fondazione della “Lega del Lavoro” che, aderendo all’Opera dei Congressi, voleva rappresentare la voce della Chiesa in quel mondo del lavoro che già a quei tempi vedeva sorgere in Calabria le prime leghe socialiste. Figlie della “Lega del Lavoro” furono quelle “Casse Rurali” che, partendo da Cosenza, rappresentarono un’innovativa novità nella Calabria del tempo. La Lega, scrive Emanuela Castellucci nel proprio “Dizionario Biografico degli Italiani” edito dalla Treccani nel 1987” era composta da gruppi professionali e univa, in sezioni distinte, operai e contadini, con l'esclusione di possidenti e borghesi: era inoltre articolata in sezioni locali, dipendenti da un consiglio centrale. La lega si proponeva l'istruzione degli operai, il miglioramento delle condizioni morali, economiche ed igieniche del lavoro, l'incentivazione della cooperazione ed il collocamento dei disoccupati”. Guardando agli stessi contadini e partendo dalle idealità della “Rerum Novarum” di Leone XIII, don Carlo De Cardona riuscì ad essere percussore del Concilio Vaticano II; con degli scritti molto vicini alle idealità della “Gaudium et Spes” ed al pensiero di Giovanni XXIII e Paolo VI. “Il Cristianesimo – osserva, infatti, il sacerdote cosentino - è stato fatto dal suo divino Istitutore, per salvare l’uomo soprannaturalmente: l’uomo intero con la sua intelligenza, col suo sentimento, coi suoi bisogni, col suo provvidenziale istinto alla socialità, al progresso. Di modo che è semplicemente un assurdo oltre che un’eresia il concepire un Cristianesimo non informatore di tutto l’uomo e della sua civiltà, ma di una parte soltanto, di quella che forse che desse meno fastidio. Furono questi i presupposti di un impegno sociale e politico che, fra l’altro, vide lo stesso Sacerdote consigliere comunale e provinciale nel Partito cattolico ed assessore comunale alle finanze. “Nell'azione sociale del De Cardona la “Rerum Novarum” – continua la Catalucci - rappresentò il punto di partenza per un radicale rinnovamento della Chiesa, attraverso l'alleanza con le masse popolari. Per lui democrazia cristiana non era solo un movimento di idee e di fatti nel campo economico, ma un radicale rinnovamento nelle coscienze, nella economia, nella civiltà, secondo lo spirito cristiano”. “Nel 1906 promosse il primo congresso provinciale operaio, che si tenne a Cosenza nel marzo; il congresso si proponeva di dare all'organizzazione una precisa base economica, costituendo una Cooperativa in ogni Lega. Fu in questa occasione ribadito il concetto fondamentale che tutte le leghe dovessero essere composte di soli lavoratori, principio che il De Cardona difendeva anche l'anno seguente, al congresso dei giovani cattolici a Benevento”. Se con l’enciclica “Pieni L’animo” pubblicata nel 1906 da Pio X, la Lega democratica fu condannata ed il Sacerdote cosentino dovette abbandonare l’insegnamento di filosofia nel seminario, i problemi aumentarono con la salita al potere del fascismo. Il nuovo Regime, infatti, liquidò ben presto le Leghe del Lavoro, il Partito Popolare e le Casse Rurali. Capita così che il De Cordona, anche su invito dell’arcivescovo consentino monsignor Roberto Nogara, abbandonò Cosenza; ritirandosi a Todi dove viveva fratello Ulisse. “Nei confronti della Cassa Rurale federativa di Cosenza – osserva Luigi Intrieri in “Don Carlo De Cardona e il Movimento delle Casse Rurali in Calabria”, edito nel 1985. - l’intervento del fascismo fu pesante: la banca d’Italia prima impedì la concessione di un prestito della Banca dell’Agricoltura negandole l’apertura di un’agenzia a Cosenza, infine infierì anche nella liquidazione estromettendo il comitato nominato regolarmente, dall’assemblea sociale”. In un sol colpo, dunque, i contadini dell’Altopiano silano persero non solo un loro paladino nel mondo politico del tempo, ma anche quelle “Banche Rurali” e quella “Lega del Lavoro” che essendo state pensate dal basso avrebbero potuto rappresentare una positiva risposta ai loro problemi.

Francesco Rizza

 

 

 

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