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La Megàle Ellàs culla della medicina

Scritto da  Pasquale Attianese Pubblicato in Cultura Krotonese Mercoledì, 10 Dicembre 2014 22:52
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Alcmeone in un ritratto di Marco Antonio Imbrauglio Alcmeone in un ritratto di Marco Antonio Imbrauglio

Il celebre Pitagora sapeva bene che la città era rinomata per la famosa scuola di medicina

L'antica Magna Grecia, oltre ad essere stata la sede d'ogni tipo di manifestazione artistica, di qualunque esternazione del bello, di moltissime scienze, s'è distinta, a partire dalla 1^ metà del VI secolo a.C., per i grandi risultati conseguiti nel campo della medicina e chirurgia. Tanti sono i nomi di medici famosissimi che hanno contribuito allo sviluppo ed all'affermazione della scienza medica, in un'epoca così remota, da fare invidia a quella moderna. Si può, dunque, giustamente definire la Magna Grecia culla della medicina, in quanto numerosi sono stati i capisaldi scoperti da questi uomini arcaici che hanno speso la loro esistenza per curare il prossimo e tentare in ogni modo di sconfiggere quel demone infernale, che risponde al nome di jaénatov (=morte), ottenendo risultati a dir poco fantastici, soprattutto se teniamo conto del tempo in cui i rimedi (taè faérmaka) contro i mali erano spesso affidati ad apprendisti stregoni di scarsa e inaffidabile competenza. È ovvio che prima di questi i|atroié, giunti fino a noi tramite le fonti storiografiche, vi saranno stati altri personaggi più antichi, dei quali però non è rimasta traccia. Penso alla civiltà Egizia, ai Sumeri, agli Assiri, ai Babilonesi, che di sicuro avranno praticato l'arte medica (i\atrikhè teécnh). Dovevano pur curare i loro malati e certamente vi sarà stata gente all'altezza del compito. Purtroppo per noi, le fonti antiche sono avare di testimonianze e sovente ci dobbiamo accontentare di frammenti o di scarne descrizioni. Ma state pur certi che gli antichi conoscevano molte cose da noi lontanamente immaginate. I nomi tramandati, lasciando da parte la Grecia propriamente detta, sono concentrati tra le colonie greche del litorale jonico ed in parte quello tirrenico (Taranto, Metaponto, Crotone, Velia) In questo consesso ci interessa maggiormente Crotone, sede di una scuola atletica, matematico-filosofica e medica. Allorché il figliolo di Mnesarco, il celebre filosofo e matematico Pitagora di Samo, decise di veleggiare verso Crotone, sfuggendo la tirannide di Policrate, sapeva bene che la città era illustre per la rinomata scuola di medicina, facente capo ad Alcmeone, qui nato verso il 560 a.C., cioè ben 30 anni prima della venuta del filosofo. Secondo alcuni era figlio di Anfiariao ed Eurifile, altri tramandano che il padre fosse Pirito o Piriteo. Secondo Diogene Laerzio anche lui era scolaro (majhthév) di Pitagora. Era noto per aver trattato di argomenti medici, parlando anche della natura (fuésiv) ed asserendo la famosa frase "La maggior parte delle cose umane sono dualità".
Favorino sostiene che Alcmeone sia stato il primo a scrivere un'opera sulla natura ed a sostenere che la Luna ed in genere tutti i corpi celesti al di sopra di questa, hanno natura eterna. Affermava altresì che l'anima è immortale (a\jaénatov) e che si muove di continuo come il Sole.
Aristotele di Stagira, nella Metafisica A 5, 986 a 22, dice che quanto ad età, Alcmeone fiorì quando Pitagora era già vecchio. Teofrasto nel De Sensu 25 D 506, scrive :" Fra quanti pensano che la sensazione non si produce mediante il simile è Alcmeone di Crotone, il quale per prima cosa definisce la differenza tra l'uomo e gli altri esseri viventi. L'uomo, egli dice, differisce dagli altri viventi perché egli solo comprende, mentre gli altri sentono, ma non comprendono; sicché per lui il ragionare ed il sentire sono cose diverse e non, come pensava Empedocle, una sola. In seguito tratta di ciascuna sensazione. Dice che si ode mediante le orecchie perché in esse c'è vuoto; questo risuona (a sua volta la voce viene emessa da una cavità) e l'aria la ripercuote. Si sentono gli odori con il naso nello stesso tempo che si respira, aspirando il fiato verso il cervello. Si distinguono i sapori con la lingua, perché, essendo tiepida e molle, scioglie i cibi col suo calore, li accoglie e poi li distribuisce da ogni parte perché è spugnosa e pieghevole, Gli occhi vedono attraverso l'umore acqueo che li avvolge; ma che l'occhio contenga fuoco si vede da questo: se viene colpito, manda un bagliore [i cosiddetti fosfeni]. La visione avviene mediante la parte splendente e quella trasparente, quando rispecchia l'immagine; quanto più essa è pura, tanto più è chiara la visione. Tutti i sensi poi sono in certo modo collegati al cervello, sicché se questo sia rimosso e cambi la sua posizione, essi ne vengono lesi, perché ad esso mettono capo i pori, attraverso i quali si trasmettono le sensazioni. Per quel che riguarda il tatto, Alcmeone non si è pronunciato. Queste sono pertanto le sue teorie su tale argomento." In questo passo viene enunciata la geniale scoperta di Alcmeone: il cervello [o| e\gkeéfalov] come centro della sensibilità. Con tutta probabilità il medico crotoniate pervenne a questa sensazionale scoperta mediante la sezione anatomica dei sensorii, specialmente vista ed udito, e dall'osservazione che, da duplice sensorio, la sensazione è unica. Alcmeone interpretò i nervi che dai sensorii mettono capo al cervello e trasmettono le sensazioni. Da vero scienziato, Alcmeone s'astenne da qualsiasi affermazione circa il senso del tatto (periè a\fh%v), di cui non era in grado di identificare l'organo.
Chalcidius in Timaeum p. 279 Wrob, a proposito del medico crotonese scrive:"È necessario pertanto spiegare la struttura dell'occhio, intorno alla quale, fra molti altri, anche Alcmeone crotoniate, esperto conoscitore di scienza della natura e che per primo osò intraprendere la dissezione, e Callistene scolaro di Aristotele ed Erofilo fecero molte scoperte mirabili: vi sono due stretti condotti, che dalla sede del cervello, in cui è situato il supremo potere direttivo dell'anima, trapassano fino alla cavità degli occhi, contenendo spirito naturale. Queste due vie, partite da un unico principio e da una medesima radice, dopo essere rimaste congiunte per un certo tratto nella parte più interna della fronte, si separano a mo' di bivio e giungono alle concave sedi degli occhi, lungo le quali sporgono lateralmente i tracciati delle sopracciglia; e lì rigonfiandosi in un grembo di tuniche dove si raccoglie l'umore naturale, formano due globi difesi dalla copertura delle palpebre, per cui appunto si chiamano globi oculari. Che i condotti visivi partano da un'unica sede è dimostrato principalmente dal sezionamento; nondimeno si capisce anche dal fatto che i due occhi si muovono insieme, né l'uno può muoversi senza l'altro. Notarono poi che l'involucro dell'occhio consta di quattro membrane o tuniche di diverso spessore [sclerotica, coroidea, rètina, ialoidea]. Se poi di queste si volessero determinare più oltre le differenze ed indicare le proprietà di ciascuna, si assumerebbe un compito assai più grave della materia propostaci". Altra affermazione molto importante di Alcmeone, ripresa anche da Ippocrate riguarda la lucidità mentale:"L'uomo ragiona fintanto che il suo cervello rimane fermo. Perciò affermo che è il cervello il mezzo per cui comprendiamo". Qui viene chiaramente sancita la funzione del cervello come interprete delle sensazioni. Il frammento V 24, 2 (D.435) Aetius recita: "Dice Alcmeone che il sonno è prodotto dal ritirarsi del sangue nelle vene sanguigne, il risveglio dal suo ridiffondersi, la morte dal suo ritiro definitivo".
Da questa esigua ma intensa testimonianza nasce una complessa questione. Alcmeone fornisce una spiegazione fisiologica del sonno e della morte in rapporto alla presenza del sangue nei vasi; indicando alcune fleébev (=vene) come ai\moérrouv (termine ignoto prima di lui), sembra intendere che ci siano vene senza sangue e queste dovevano essere per lui le arterie, che nella sezione cadaverica appaiono vuote di sangue. La dottrina si ritrova in Erasistrato il quale sosteneva che nelle arterie, secondo natura, ci fosse solo pneu%ma (aria interna). Collegando l'osservazione con quella su individui feriti (anche senza supporre la vivisezione) che mostrava sangue sgorgante dalle arterie, Alcmeone dovè concepire questa teoria: dal punto di vista anatomico, sede naturale del sangue sono le vene; nel fenomeno vitale, che è movimento, il sangue sfocia nelle arterie e liberamente circola mentre l'individuo è sveglio; nel sonno ("imago mortis") si ha un ritorno temporaneo alla condizione statica; nella morte, il ritiro del sangue nelle vene è definitivo. Tralasciando molte altre fonti su Alcmeone, vi è un frammento che val la pena citare, in Aetius, 22 V 30 (D. 442): " Ciò che mantiene la salute, dice Alcmeone, è l'equilibrio delle potenze [i|sonomiéa tw%n dunaémenwn]: umido secco, freddo caldo, amaro dolce e così via; invece il predominio d'una di esse genera malattia, perché micidiale è il predominio d'un opposto sull'altro. E malattia può aver luogo: quanto alla causa agente, per eccesso di caldo o di freddo; quanto al motivo occasionale, per sovrabbondanza o scarsezza di cibo; quanto alla sede, o nel sangue o nel midollo o nel cervello. Altre se ne aggiungono dovute a cause esterne, come a certe qualità di acque, o ai luoghi, o fatiche, o violenze o altre cose simili. Invece la salute è la mescolanza proporzionata delle qualità [thèn deè u|geiéan thèn suémmetron tw%n poiw%n kra%sin]. Altro grande medico crotoniate, certamente influenzato dalla scienza del capo-scuola Alcmeone, è stato Filolao, da alcuni creduto di Taranto.
Menon, Anonimi Londin. [Suppl. Arist ed. Ac. Berol. III,1] 18, 8 p. 31 scrive:"Filolao di Crotone afferma che il nostro corpo è costituito di solo caldo. Che esso non partecipi del freddo lo induce da certi fatti come questi: lo sperma, che ha la proprietà di produrre l'animale, è caldo ed il luogo nel quale viene espulso, cioè la matrice, è simile ad esso ed anche più caldo. Ora, il simile possiede le stesse proprietà di ciò a cui è simile; quindi, poiché né lo sperma che produce l'animale, né il luogo nel quale viene espulso partecipano del freddo, è chiaro che neppure ne partecipa l'animale prodotto. Circa la sua costituzione, Filolao fa questa induzione: appena partorito l'animale aspira l'aria esterna, che è fredda; poi, come per un bisogno naturale, la rimanda fuori. Ed il desiderio dell'aria esterna nasce appunto da questa necessità, che il nostro corpo, essendo troppo caldo, inspirandola si raffreddi al suo contatto. In questo, egli dice, consiste la costituzione del nostro corpo. Le malattie poi si generano o per via della bile, [diaè te colhén] o del sangue, [ai&ma] o del catarro [fleégma]. E queste sono le cause del loro primo insorgere. Il sangue, egli dice, si fa denso per un comprimersi interno della carne; si fa leggero per il dilatarsi in essa dei vasi sanguigni. Afferma che il catarro si forma dalle orine e che la bile è siero della carne: ma su questo egli avanza un'idea contraria all'opinione comune quando afferma che la bile non è connessa col fegato, ma che è un siero della carne. Quanto al catarro, mentre i più dicono che è freddo, egli lo suppone caldo per sua natura; difatti dice che il fleégma (catarro) viene da fleégein (ardere) e che le infiammazioni sono tali appunto per la presenza del catarro. Queste dunque sono per lui le cause primarie delle malattie, mentre sono concause l'eccesso di riscaldamento, di nutrimento e di raffreddamento, o la scarsità di queste cose o d'altre simili." Un altro interessantissimo frammento è il n. 159 dei Theologumena arithmeticae p. 25, 17: "Quattro sono i principii dell'animale dotato di ragione, come anche Filolao dice nel libro "Della Natura" e cioè cervello, cuore, ombelico membro [e\gkeéfalov, kardiéa, o\mfaloév, ai\doi%on]. Il cervello è il principio della mente; il cuore dell'anima e del senso; l'ombelico del radiarsi e crescere dell'embrione; il membro del getto del seme e della generazione. Il cervello rappresenta il principio dell'uomo, il cuore quello dell'animale, l'ombelico quello della pianta, il membro quello di tutte quante le cose, perché tutto germina e cresce dal seme".
Figura assai famosa di medico chirurgo è quella di Democede, nato a Crotone tra il 560 ed il 558 a.C. figlio di Callifone o Calcifonte, condiscepolo di Alcmeone nella medesima grande scuola crotoniate. Fu anche clinico, ma principalmente chirurgo. Di lui si è occupato in numerosi capitoli del terzo libro delle Historiae, Erodoto storico di Thurium. Molti hanno erroneamente pensato che fosse stato discepolo di Alcmeone. Si allontanò dal padre per i maltrattamenti subiti, in quanto il genitore era di carattere scontroso ed intollerabile. Si recò prima nell'isola di Egina, Atene e Samo, dove esercitò la libera professione, guadagnandosi una meritata stima. Nell'anno 520 a.C. è in Persia, alla corte del re Dario. Sembra che durante la sua permanenza a Crotone avesse scritto, secondo quanto riferito da Diodoro, un'opera dal titolo "Iatrion", che riguardava la clinica.
In Egitto era stato nominato medico pubblico con lo stipendio di un talento! Da qui era passato ad Atene con le stesse mansioni e con uno stipendio di 100 mine, poco dopo era accolto alla corte di Policrate, tiranno di Samo. Questi fu raggirato con un tranello dal satrapo Orete, che era alle dipendenze di Dario. Invitato, infatti, per una gita di piacere a Sardi, con un grande seguito, fra cui era presente anche Democede, fu tratto in catene dal satrapo con tutti suoi amici. L'episodio non piacque al re Dario, che non mancò di punire l'odioso satrapo con la pena capitale. Si dimenticò, in ogni caso, del seguito di Policrate. Senonchè il caso volle che Dario, giunto in quella provincia per una partita di caccia, cadde da cavallo, riportando una grave lussazione al collo del piede. Inutilmente il grande re aveva interpellato i più noti chirurghi del suo regno. In pratica si era ridotto veramente a mal partito, soprattutto perché non riusciva a chiudere occhio per il forte dolore.
Un suo ministro lo informò che tra gli schiavi era presente un grande medico, Democede di Crotone. Quando il re lo vide avvolto in stracci e catene, subito diede ordine di liberarlo per avere le sue cure. Democede, adoperando linimenti greci, in poco tempo guarì perfettamente il re, il quale voleva addirittura condannare a morte i medici egizi incapaci di guarirlo. Ma Democede, divenuto ormai molto amico del re, intervenne a favore dei colleghi salvando loro la vita.
In definitiva, Democede divenne la persona di fiducia dei sovrani, che molto grati e riconoscenti, lo colmarono di ogni stima e favori. Ma la nostalgia del suolo natìo attanagliava ogni giorno di più il cuore di Democede, che, nonostante l'agiatezza e la ricchezza, agognava un ritorno nella sua diletta Crotone. Perciò, in virtù di questi segreti pensieri, per non compromettere l'irresistibile aspirazione, non rivelò a nessuno della corte i suoi piani e neppure manifestò tutti i segreti della sua scienza medico-chirurgica, aspettando un'occasione propizia per realizzare il suo sogno. Poco tempo dopo, la regina Atossa cadde ammalata di un gravissimo ascesso al seno (una mastite, molto grave per quei tempi). Superata un certa giustificata reticenza, si decise a mostrare il seno a Democede. Il medico promise di guarirla a patto che gli concedesse qualunque cosa richiesta, rassicurandola che non le avrebbe domandato nulla di disdicevole. La regina promise e Democede, con un'operazione chirurgica asportò l'ascesso, guarendo la sovrana. Atossa, mantenendo la parola data, persuase, così, il marito ad organizzare una spedizione contro la Grecia, alla quale prese parte Democede, dopo aver giurato di ritornare in Persia alla fine del viaggio. La missione partì e dopo aver visitato le coste greche, puntò verso Taranto. Qui giunti, Democede fece catturare i Persiani da Aristofillide crotoniate, re dei Tarantini, riuscendo così a raggiungere la sua Crotone. I membri della spedizione persiana, una volta liberati, giunsero a Crotone per riprendersi il medico, convinti com'erano che nessuno poteva ostacolare la volontà del grande re.
Perciò, tentarono di rapire Democede in piena agorà. Ma i concittadini, alle grida del loro illustre medico, insorsero ed uccisero molti dei marinai che avevano tentato il colpo di mano. Per convincere ancora di più la missione sul fatto che non poteva ritornare in Persia, disse di essersi fidanzato con la figlia dell'atleta Milone e che presto l'avrebbe sposata. Tutto ciò si verificava nell'anno 518 a.C. Il fatto era in parte vero, ma Democede se n'era avvalso per gli effetti sicuri che la fama ed il timore di Milone poteva incutere nei Persiani. Solo così il grande crotoniate poté rimanere in patria ricchissimo e felice. Schieratosi con gli aristocratici, Democede cadde per mano del sicario Tege dopo un sanguinoso combattimento, nel borgo di Platea nelle vicinanze di Crotone. In tal modo Democede restò vittima della fazione, ma la sua purissima luce di gloria resta per la storia di Crotone l'orgoglio ed il vanto dei posteri.

Fu certamente il più grande chirurgo dell'antichità, grazie a lui Erodoto poteva affermare in tutta tranquillità che i medici crotoniati fossero i primi dell'Ellade, dopo di loro i cirenaici. Molti sono convinti che il trattato d'Ippocrate sulle "Fratture" non era altro che un vero riporto di cognizioni e di dottrina del nostro Democede, così da rendere ragioni ai cultori della medicina moderna che vedono nel famoso "Corpus Hippocraticun" una raccolta di precetti e cognizioni medico-chirurgiche provenienti da vari autori, fra cui in modo preponderante Democede. Non molto noto l'altro medico Icco di Taranto, pitagorico vissuto verso la fine del V e l'inizio del IV secolo a.C. Platone, nel dialogo Protagora afferma che questo personaggio, in occasione di gare olimpiche o di altre, spinto com'era dalla brama d'emulazione e dall'amore dell'arte, temprato nell'anima a fortezza e temperanza insieme, non toccò mai né donna né ragazzo durante tutto il tempo del suo allenamento. Pausania (VI 10,5) racconta:"Icco figlio di Nicolaida, da Taranto, ottenne la corona olimpica nel pentatlon ed in seguito divenne il migliore maestro di ginnastica del suo tempo". Stefano di Bisanzio, s.v. Taérav, scrive:" Icco tarantino, medico, visse intorno alla 72^ olimpiade; lo ricorda anche Platone nel Protagora". Eustathius, ad Hom. P. 610, 28 :"Icco è il nome proprio di un sapiente medico, da cui venne il detto: per il suo frugale tenore di vita". Eustathius nel commento a Dionisio Periegeta 376 riferisce:"Di lì era Icco, quel medico di Taranto che per la semplicità della vita è rimasto proverbiale nel detto riferito a coloro che pranzano senza superfluità." La nostra rassegna si conclude con un altro illustre filosofo e medico della colonia di Velia, Parmenide. Anche nel caso dell'Eleate numerose sono le testimonianze che ce lo fanno conoscere. Ad esempio l'autore latino Tertulliano nel "De anima" 43, 2, scrive:" Empedocle e Parmenide dicono che il sonno è un raffreddamento".
Aezio nella "Raccolta di opinioni filosofiche" scrive:" Parmenide ed Empedocle dicono che l'appetito sorge per mancanza di nutrimento". Ancora Aezio, nella "Raccolta di opinioni filosofiche", IV 9,6 dice:"Parmenide, Empedocle, Anassagora, Democrito Epicuro ed Eraclide sostengono che le sensazioni particolari sono prodotte dalla simmetria dei pori, essendo ciascun sensibile particolare in proporzione a ciascuna sensazione." Aristotele, "Le parti degli animali" 648°, 25 afferma:" Alcuni dicono che gli animali acquatici siano più caldi di quelli terrestri, sostenendo che il calore della loro natura compensa il freddo del luogo in cui si trovano e che gli animali privi di sangue sono più caldi di quelli che hanno il sangue e così pure le femmine dei maschi. Per esempio, Parmenide ed alcuni altri affermano che le donne siano più calde degli uomini, in quanto le mestruazioni sono prodotte dal calore ed alle donne che hanno molto sangue." Censorino, nel "De Die natali", 6,8 parlando di Parmenide scrive:" Il filosofo e medico è del parere che, quando il seme venga prodotto nella parte destra, i figli siano simili al padre, quando invece dalla parte sinistra siano simili alla madre".

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