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Cultura Krotonese

Quando si pensa all'antica Kroton, vengono subito in mente nomi come Pitagora, Milone, Alcmeone, un po' meno quello di Faillo e di Cilone. Pochissimi, invece, hanno sentito parlare di personaggi come Onata o Arignota. Molti sono infatti i personaggi sconosciuti ai più, legati agli antichi fasti della città, una moltitudine di filosofi, matematici, militari, medici e personalità legate alla Scuola pitagorica. La storia si complica e si intreccia, personaggio su personaggio, che secondo la tradizione e i miti molto spesso si vogliono imparentati o legati a Pitagora, come Milone stesso del resto. Vediamone qualcuno con qualche nota biografica, più o meno storica. Per alcune fonti, tra i primi quattro redattori della prima edizione dei poemi di Omero, è probabile che ci sia il poeta Orfeo di Crotone, eppure gran parte della sua città non lo conosce. Brontino crotoniate, filosofo e medico, secondo alcune fonti era padre di Teano, moglie di Pitagora, per altre era invece il marito di Teano che diventerebbe quindi solo discepola di Pitagora. La filosofa Teano per altri sarebbe la figlia di Pitagora. Tornando a Brontino, la tradizione lo vorrebbe tra gli scrittori che, sotto il nome Orfeo, avrebbero scritto dei poemi mistici, oltre ad essere stato lo scopritore di una misteriosa polvere filosofica (forse un medicamento). A lui sono dedicate le opere di Alcmeone, secondo lo storico greco antico Diogene Laterizio. Tra i nomi meno conosciuti, il primato di vero patriota crotoniate va consegnato a Gartiga di Crotone, tant'è che morì, secondo Giamblico, di crepacuore nel vedere la sua città distrutta durante la Battaglia dell'Elleporo, tra la Lega Italiota di cui Kroton ne era capitale. Gartiga è stato anche tra i numerosi successori di Pitagora alla guida della Scuola pitagorica. Altro filosofo quasi sconosciuto era Millia di Crotone, marito della filosofa Timica di Sparta. Secondo l'opera “Varia Historia” dello storico latino Claudio Eliano, Millia fu reso edotto da Pitagora di essere la reincarnazione del re dei Frigi Mida, anche se poi Gianblico racconta che Millia era convinto di essere invece la reincarnazione di Euforbo figlio di Panto, per segni indubitabili. Aristotele ci ha parlato di un altro filosofo crotoniate, Xuto, che tentò di spiegare l'esistenza del vuoto, con un rompicapo che sembra una lezione di fisica. Suda, Giamblico e Porfido, sostengono che Myia fosse figlia di Pitagora e Teano, nonché moglie di Milone. Della filosofa crotoniate purtroppo si sono perse le opere, tranne una lettera, ma si dice che il suo pensiero e opere fossero molto famose nell'antichità. Quindi se la lista dei filosofi è lunghissima, questi riportati sono solo alcuni. Dei nostri avi che andrebbero riscoperti ne troviamo in altri ambiti, esempio in quello militare spicca il nome di Leonimo, “sconosciuto” si fa per dire, vanta citazioni da Strabone, di Cicerone in De Natura Deorum, poi da Plutarco, Giustino, Pausania. Leonimo quindi fu un militare che prese parte alla battaglia della Sagra, insieme a Formione. Secondo le leggende, sia Leonimo, che Formione, dopo la battaglia contro Locri Epizefiri, si recarono dall'oracolo di Delfi. La Pizia ordinò a Leonimo di partire per l'isola di Leuca, dove incontrò Achille ed Elena, quest'ultima gli consigliò di andare a trovare il poeta Steisicoro dove poi entrambi sarebbero guariti dalla cecità. Mentre Formione, fu indirizzato dall'oracolo a Sparta, dove come consigliato, chiese aiuto al primo medico incontrato. Ospitato da un giovane e dopo aver partecipato alla festa in onore dei Dioscuri, venne trasportato miracolosamente da Sparta a Crotone, guarito e poi trasportato a Cirene dove avrebbe incontrato re Batto II. Quindi fu ritrasportato in fine a Crotone. Nell'ambito storico, Formione, dopo la battaglia contro i Lacedemoni, fu comandante della truppe crotoniate guidandole alla distruzione ed alla colonizzazione di Cleta. Ed ancora chi ha sentito parlare di un altro, forse, figlio di Pitagora, il filosofo Arimnesto? O di Astone? E di un’altra figlia di Pitagora, la sempre filosofa Damo? C'è da diventare matti tra filosofi, figli veri e probabili di Pitagora, di certo appartenenti alla sua stretta cerchia, per non parlare della moltitudine di crotoniati antichi legati al mondo dello sport e della medicina, conosciuti da pochi “addetti alla cultura” e che la città farebbe bene a riscoprire.

Davide Pirillo

Un rapporto intenso perché legato allo Spirito ed all’interiorità lega la Calabria all’Italia centro settentrionale dell’Umbria e della Toscana. E’ stata inaugurata a Ravenna, capitale bizantina, all’interno delle celebrazioni in onore di Dante Alighieri, un’intensa mostra dedicata ai luoghi del “Sommo Poeta”, di san Francesco d’Assisi e Gioacchino da Fiore: il pensatore e teologo calabrese, primo riformatore dell’Ordine cistercense e “profeta della Spirito Santo” che dai periferici monti della Sila, ad otto secoli dalla morte, continua ad ispirare il pensiero filosofico teologico dell’Europa occidentale. Col contributo del comune ravennate e la consulenza scientifica del Centro internazionale di studi gioachimiti, il progetto culturale è stato curato dal fotoreporter Giampiero Corelli e dal saggista Francesco Tassone autore di “Ecologia consapevole” secondo cui “la mostra è un percorso straordinario nella cultura green attraverso i sentimenti più intimi di Gioacchino da Fiore, Francesco d’Assisi e Dante Alighieri: il profeta precursore, il santo della natura ed il sommo poeta”.
“Trait d’union” fra Gioacchino da Fiore e Dante Alighieri il “Liber figurarum” di Gioacchino da Fiore che giustamente Giuseppe Succurro, presidente del Centro internazionale di studi giaocchimiti definisce “la più importante opera di teologia figurativa dell’alto Medioevo” e “l’espressione più alta della simbologia giacchimita”. I suoi codici furono ritrovati a Reggio Emilia alla vigilia della seconda guerra mondiale. “Ciò che non riusciamo a dire come si conviene con le parole – scriveva lo stesso Gioacchino – possiamo almeno introdurlo tramite le figure esposte”. Capita così che la stessa opera non è una casuale raccolta di figure fra quelle inserite negli scritti di Gioacchino da Fiore, ma molto di più: un supplemento che, con precisione fotografica, racchiude secondo Succurro “le strutture portanti e l’immaginazione caleidoscopica del pensiero del fondatore dell’Ordine florense”. Fra le immagini gioachimite che affiorano nella “Divina Commedia” dantesca, la figura del Veltro liberatore ed innovatore della Chiesa e della società cristiana citato nel primo canto dell’Inferno; il simbolismo di Beatrice descritta nei canti XXI e XXX del purgatorio come un’innovata “Ecclesia spiritualis”; l’enigma dei Cinquecento Dieci e Cinque (DUX) che come fece il personaggio biblico Zorobabel, proprio nel 515 a.C., avrebbe liberato la Chiesa dalla “nuova Babilonia” che affiora nel XXXIII canto del Purgatorio; la visione della “Candida Rosa” in cui , nel XXXI canto del Paradiso è facile riconoscere sia la simmetria e la gerarchia del “Salterio decacorde” che il “Liber figurarum” ed i Cerchi trinitari che, nel trentatreesimo canto della stessa Cantica, descrivono l’ordinamento dello stesso Paradiso. Contemplando la Trinità, Dante così la descrive: “Nella profonda e chiara sussistenza \ dell’alto Lume parvemi tre giri \ di tre colori e d’una contenenza;\ e l’un da l’altro, come iri da iri \ parea reflesso, e il terzo parea de foco, \ che quinci e quindi ugualmente si raggiri”. E se fino alla scoperta del “Liber Figurarum” di gli studiosi dell’Alighieri ritenevano che tali giri potessero essere visti con gli occhi della fede mentre la geometria non li avrebbe mai visti; dopo la scoperta dei codici di Reggio Emilia fu facile immaginare che gli occhi umani del Vate fiorentino avevano visto gli stessi cerchi nell’ undicesima immagine del “Liber figurarum”. La stessa immagine che sintetizza le tre età a base del pensiero teologico gioachimita, è così descritta dal Teologo calabrese nella “Expositio In Apocalypsim” così scrive: “trea in ea colores esse perpendimus: unum viridem, alium caerrulum, tertium rubicondum”.
Secondo gli storici, lo scenario dell’incontro ideale fra il giovane studente Dante Alighieri ed il pensiero di Gioacchino da Fiore avvenne nel convento fiorentino di Santa Croce. Colui che sarebbe divenuto il Vate per antonomasia si formò in quel convento che ospitava uno dei più importanti luoghi della formazione francescana. Negli anni degli studi danteschi, la cattedra di teologia era affidata a Pietro di Giovanni Olivi. Proprio questo colto francescano francese, in una delle proprie opere, la “Lectura super Apocalypsim” aveva rilanciato il sogno gioachimita della Terza età della storia, quella dedicata allo Spirito Santo. Secondo frate Pietro Olivi, proprio l’Ordine francescano rappresentava il momento più alto della storia ecclesiastica e quindi come quella purezza destinata a redimere quella “Ecclesia spiritualis” che Gioacchino contrapponeva alla “Ecclesia carnalis”.Nello stesso convento francescano, un altro teologo gioachimita conosciuto da Dante fu Umbertino da Casale che con i propri scritti ispirò una lettura apodittica della storia della Chiesa ispirata al pensiero di Gioacchino secondo cui sarebbe presto arrivato un “papa Angelico” che avrebbe guidato il Cristianesimo. E l’attesa dell’età dello Spirito che sarebbe stata caratterizzata da una pacificazione generale presente sia nei sogni di numerosi Francescani, particolarmente nella corrente degli Spirituali. Effettivamente, un positivo rapporto fra la teologia di Gioacchino andò a crescere proprio con la “minoranza” francescana degli Spirituali che, dopo l’elezione a superiore di frate Elia da Cortona, non accettarono l’uniformarsi dell’Ordine francescano alle altre comunità religiose, preferendo ad ogni compromesso con la proprietà nell’esigenza di una maggiore spiritualità. A ben vedere, sia san Francesco d’Assisi che Gioacchino da Fiore immaginavano una società cristiana in cui gli eletti non fossero coloro che “abbandonano il secolo” ma anche coloro che, rimanendovi, ne accettassero uno stadio sovrannaturale mediante l’adesione al “terzo ordine”. Mentre nel progetto di Gioacchino c’era una comunione dei beni monastici per annullare il concetto della proprietà, per i propri frati Francesco d’Assisi scelse la dote della “povertà evangelica”. Entrambi, inoltre, furono contrari alle Crociate. A dividere il pensiero dei due il fatto che il Frate assisiate non sentiva vicino quella “fine dei tempi” che era uno dei fondamentali dell’escatologia del Teologo calabrese.

Francesco Rizza

Quelli a cavallo delle due guerre mondiali furono anni travagliati e complessi per la Chiesa cattolica impegnata, nell’ Europa ridisegnata dal primo conflitto mondiale, nella ricerca di quel proprio ruolo che andava ridisegnato anche nella stipula di nuovi concordati che le avrebbero sancito libertà di azione nei nuovi Stati e nei nuovi scenari politici usciti dalla grande guerra. Ciò è particolarmente vero nell’Italia del Regime fascista dove, nel 1929, si arrivò alla stipula dei “Patti Lateranensi” con cui, non solo fu istituito lo Stato Vaticano, ma si pose fine alla “Questione Romana” conseguente alla “Presa di Porta Pia” del 1871. Nello scenario politico europeo che, in conseguenza della grave crisi socio economica, veniva caratterizzato dalla nascita di regimi totalitari conservatori, si registrò un po’ ovunque un avvicinamento della stessa Gerarchia ecclesiastica a questi stessi Regimi nonostante che apparivano sempre più chiare le divergenze ideologiche fra gli stessi Governi ed il magistero della Chiesa, particolarmente l’esaltazione della violenza e di un nazionalismo sempre più esasperato. Come osserva Arturo Carlo Jemolo, la simpatia della Gerarchia ecclesiastica verso tali Regimi conservatori era motivata dal fatto che gli stessi rappresentavano, per il Vaticano, una sorta di “male minore” rispetto .alle ideologie socialista e comunista. “Di fronte al pericolo dell’Ateismo e del Comunismo – evidenzia lo storico Guido Verrucci nel saggio “La Chiesa nella società contemporanea” del 1988. – la Chiesa guardava come baluardo del Cattolicesimo a quegli Stati come l’Italia, l’Austria, il Portogallo, più tardi la Spagna franchista, dotati di regimi autoritari o dittatoriali in grado di contenere quel pericolo”. In questo contesto, a fianco delle fasce deboli calabresi, davvero importante fu a Cosenza e nel suo circondario la figura di don Carlo De Cordona che, nato a Morano Calabro il 4 maggio 1871, focalizzò la propria missione in favore delle genti delle campagne cosentine con un impegno religioso e politico nello stesso tempo. Si era laureato in Filosofia e Teologia alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, dove era entrato in contatto col movimento democratico cristiano di Romolo Murri. Ordinato sacerdote il 7 luglio 1895, fu nominato segretario particolare del vescovo cosentino mons. Camillo Sorgente. Nel 1899 diventa direttore del settimanale “La Voce Cattolica” che aveva fondato nell’anno precedente. E’, invece, del 1901 la fondazione della “Lega del Lavoro” che, aderendo all’Opera dei Congressi, voleva rappresentare la voce della Chiesa in quel mondo del lavoro che già a quei tempi vedeva sorgere in Calabria le prime leghe socialiste. Figlie della “Lega del Lavoro” furono quelle “Casse Rurali” che, partendo da Cosenza, rappresentarono un’innovativa novità nella Calabria del tempo. La Lega, scrive Emanuela Castellucci nel proprio “Dizionario Biografico degli Italiani” edito dalla Treccani nel 1987” era composta da gruppi professionali e univa, in sezioni distinte, operai e contadini, con l'esclusione di possidenti e borghesi: era inoltre articolata in sezioni locali, dipendenti da un consiglio centrale. La lega si proponeva l'istruzione degli operai, il miglioramento delle condizioni morali, economiche ed igieniche del lavoro, l'incentivazione della cooperazione ed il collocamento dei disoccupati”. Guardando agli stessi contadini e partendo dalle idealità della “Rerum Novarum” di Leone XIII, don Carlo De Cardona riuscì ad essere percussore del Concilio Vaticano II; con degli scritti molto vicini alle idealità della “Gaudium et Spes” ed al pensiero di Giovanni XXIII e Paolo VI. “Il Cristianesimo – osserva, infatti, il sacerdote cosentino - è stato fatto dal suo divino Istitutore, per salvare l’uomo soprannaturalmente: l’uomo intero con la sua intelligenza, col suo sentimento, coi suoi bisogni, col suo provvidenziale istinto alla socialità, al progresso. Di modo che è semplicemente un assurdo oltre che un’eresia il concepire un Cristianesimo non informatore di tutto l’uomo e della sua civiltà, ma di una parte soltanto, di quella che forse che desse meno fastidio. Furono questi i presupposti di un impegno sociale e politico che, fra l’altro, vide lo stesso Sacerdote consigliere comunale e provinciale nel Partito cattolico ed assessore comunale alle finanze. “Nell'azione sociale del De Cardona la “Rerum Novarum” – continua la Catalucci - rappresentò il punto di partenza per un radicale rinnovamento della Chiesa, attraverso l'alleanza con le masse popolari. Per lui democrazia cristiana non era solo un movimento di idee e di fatti nel campo economico, ma un radicale rinnovamento nelle coscienze, nella economia, nella civiltà, secondo lo spirito cristiano”. “Nel 1906 promosse il primo congresso provinciale operaio, che si tenne a Cosenza nel marzo; il congresso si proponeva di dare all'organizzazione una precisa base economica, costituendo una Cooperativa in ogni Lega. Fu in questa occasione ribadito il concetto fondamentale che tutte le leghe dovessero essere composte di soli lavoratori, principio che il De Cardona difendeva anche l'anno seguente, al congresso dei giovani cattolici a Benevento”. Se con l’enciclica “Pieni L’animo” pubblicata nel 1906 da Pio X, la Lega democratica fu condannata ed il Sacerdote cosentino dovette abbandonare l’insegnamento di filosofia nel seminario, i problemi aumentarono con la salita al potere del fascismo. Il nuovo Regime, infatti, liquidò ben presto le Leghe del Lavoro, il Partito Popolare e le Casse Rurali. Capita così che il De Cordona, anche su invito dell’arcivescovo consentino monsignor Roberto Nogara, abbandonò Cosenza; ritirandosi a Todi dove viveva fratello Ulisse. “Nei confronti della Cassa Rurale federativa di Cosenza – osserva Luigi Intrieri in “Don Carlo De Cardona e il Movimento delle Casse Rurali in Calabria”, edito nel 1985. - l’intervento del fascismo fu pesante: la banca d’Italia prima impedì la concessione di un prestito della Banca dell’Agricoltura negandole l’apertura di un’agenzia a Cosenza, infine infierì anche nella liquidazione estromettendo il comitato nominato regolarmente, dall’assemblea sociale”. In un sol colpo, dunque, i contadini dell’Altopiano silano persero non solo un loro paladino nel mondo politico del tempo, ma anche quelle “Banche Rurali” e quella “Lega del Lavoro” che essendo state pensate dal basso avrebbero potuto rappresentare una positiva risposta ai loro problemi.

Francesco Rizza

 

 

 

A cura di Franco Federico - Accade piuttosto di rado che un docente della Secondaria Superiore si cimenti con un “mostro sacro” della letteratura come Ariosto, riuscendo a redigere sullo stesso un’ampia e ben documentata monografia. L’opera in questione, intitolata “Orlando Furioso: il lettore, l’ironia, la corte” (costata anni e anni di duro e appassionato lavoro di ricerca) è stata pubblicata proprio in questi giorni dalla Casa Editrice Simple. Il suo autore è Franco Di Bella, professore per tanti anni dell’istituto magistrale G.V. Gravina di Crotone e che è ormai giunto alla sua terza importante pubblicazione. Come si evince dal titolo, il baricentro del voluminoso Saggio di Di Bella (formato da ben 543 pagine) è rappresentato dal capolavoro ariostesco, così che tutto è riconducibile ad esso. E se, come nella trattazione delle Satire, l'attenzione dello Studioso sembra deviare su altro, ciò accade per assicurare il dovuto approfondimento ad un aspetto che risulta centrale nel poema, qual è quello dell’ideologia ariostesca e della grande coerenza che, sotto lo stesso profilo, è dato cogliere nel passaggio dall’una all’altra opera. A qualunque risultato sia approdata la valutazione critica di Di Bella, essa risulta correttamente suffragata dal continuo raffronto con quanto è emerso dai cosiddetti studi canonici in relazione all’aspetto o alla questione presi in considerazione. Ma, ad orientare la valutazione analitica di Di Bella in un senso o nell’altro è, innanzitutto, il convincimento della giustezza della sua intuizione critica, la quale trova sempre la sua più forte giustificazione nel costante ancoraggio al testo ariostesco, oltre che nella non rara conferma del giudizio critico espresso da altri Studiosi. Va precisato, a tal proposito, che l’autore ha potuto confrontarsi con i più autorevoli studi ariosteschi fin qui realizzati grazie al fatto che, ormai da più anni, la Biblioteca comunale di Crotone consente ai propri utenti l’utilizzo del materiale librario giacente presso le più fornite Biblioteche nazionali. Senza questo prezioso servizio, l’opera di Di Bella non avrebbe potuto, mai e poi mai, essere realizzata in loco. Uno dei principali pregi del lavoro di Di Bella è rappresentato dal modo efficace secondo cui risulta suddivisa l’ampia materia della sua analisi, la quale muove da un lungo e bene articolato capitolo introduttivo che riguarda settori e/o questioni, la cui conoscenza è ritenuta indispensabile, ovvero propedeutica alla comprensione dei capitoli successivi. Viene così tracciato un quadro alquanto accurato sulla biografia dell’Ariosto, sulle differenze tra un’edizione e l’altra del poema, sulla conversione del poeta ferrarese al genere epico-cavalleresco ed, infine, sulla tipologia propria del pubblico al quale si rivolge il Furioso; tema questo che viene ripreso ed ulteriormente approfondito nel penultimo capitolo. Per ricostruire una quanto più dettagliata biografia dell’Ariosto, lo studioso crotonese si è avvalso di ben cinque lavori biografici, che vanno da quello composto da A. Cappelli nel lontano 1887 a quello di A. Gareffi del 1995. Il capitolo più corposo, il terzo, è dedicato interamente all’ironia che, per quanto sia da ritenersi uno dei temi più importanti del poema sia dal punto di vista ideologico che sotto il profilo tecnico-narrativo, non ha ricevuto fino ad oggi - fatta eccezione dei recenti Saggi di F. Musarra e di C. Rivoletti - l’impegno e la cura che allo stesso ha riservato Di Bella. Basterebbe un merito come questo, per fare considerare questo lavoro una novità nel panorama degli studi ariosteschi. Di Bella definisce il capolavoro ariostesco “l’evento più paradossale della letteratura encomiastica mondiale. Doveva dare al suo autore il lasciapassare per l’investitura ufficiale a poeta di corte, ma divenne il motivo principale di rottura col cardinale Ippolito. Doveva celebrare il dedicatario, ma questo ne esce ridimensionato mentre al suo cospetto giganteggia la figura del dedicante. Era rivolto in primo luogo al pubblico cortigiano, ma può essere considerato la “coscienza critica” della corte. È più facile dire quello che quest’opera non è, e non quello che è”. Questi paradossi da cui il capolavoro ariostesco è attraversato dall’inizio alla fine, così come le strategie ironiche messe in atto dal poeta ferrarese e l’ambiguità con cui lo stesso affronta il motivo encomiastico o si pone nei confronti dei propri lettori, sono analizzati ovviamente attraverso il costante riferimento al testo del poema, nel senso che è in questo che qualunque giudizio critico trova il proprio fondamento e la propria giustificazione. Non meno interessante va considerato il capitolo quarto, dedicato alla corte e agli Estensi, cioè alla grande e sincera considerazione riservata alla casa estense, a fronte della forte disistima nutrita nei confronti del cardinale Ippolito. È raccolto ogni passo ed è ricordato ogni episodio, attraverso cui l’Ariosto prende a bersaglio il mondo della Corte. A sorprendere più di tutto, secondo Di Bella, sono il coraggio e il senso di dignità mostrati dal poeta ferrarese in questo suo dialettico rapporto con la corte, della quale enumera i difetti più vistosi, senza mai sentirsi “disposto a gareggiare con gli altri in servilismo, in ipocrisia, e in opportunismo per scalare i posti di prestigio e di potere accanto al principe” Sotto lo stesso profilo il Furioso gli appare “un’opera unica e irrepetibile, in quanto scritta per il pubblico delle corti, ma critica verso quell’ambiente” e protesa a svelare quali miserie si nascondano dietro la sua apparente magnificenza. Ad impreziosire il capitolo è, inoltre, l’ampia illustrazione della posizione di Ariosto sulle donne, a proposito del quale argomento lo Studioso non manca di sottolineare non poche sorprendenti novità. Non privo di sorprendenti novità si presenta, altresì, il capitolo conclusivo in cui, dopo la rievocazione dei primi cantori della nobile origine della casa estense, risulta delineata la complessità del personaggio-Ruggiero, il più illustre antenato degli Estensi, che Di Bella definisce come il vero “motivo conduttore del poema”, essendo l’eroe più presente nella narrazione (compare, infatti, in oltre il 50% dei canti) insieme a Bradamante. Ariosto ha dovuto diluire la vicenda di Ruggero, già interamente definita da Boiardo nei suoi punti più salienti, nella trama complessa e variamente frastagliata del Furioso, dovendo nel contempo trovare una soluzione agli aspetti più contraddittori della sua vita: “Ruggiero è un musulmano, tuttavia destinato a diventare cristiano e a sposare Bradamante, sorella di Rinaldo e parente di tanti altri personaggi del poema. La sua conversione al cristianesimo deve essere necessariamente tardiva, in quanto un’accelerazione della sua storia produrrebbe la fine precoce del poema”. Ogni problema connesso alla vicenda dei due antenati degli Estensi e al carattere encomiastico del poema risultano ampiamente scandagliati proprio nel capitolo finale. Il metodo interpretativo adottato da Di Bella, pur privilegiando il testo, non tende in alcun modo ad isolarlo né dalla dimensione storico-sociale, né tantomeno dalla formazione particolare dell’autore, ovvero dalla sua fisionomia umana e artistica. Di Bella rifugge, nel contempo, da ogni schematismo aprioristico, diffidando fortemente di quei metodi ermeneutici basati su veri e propri dogmi e protesi ad avvalorare l’indiscutibile verità dei medesimi. Il che, se è da escludersi in assoluto, lo è ancor più, secondo lui, con un’opera come l’Orlando Furioso, “incredibilmente ricco di storie, personaggi, temi, percorso da un’ironia sfuggente ed ambigua che fa intravedere le intenzioni del suo autore, lasciando però il sospetto che esse possano anche essere differenti”. Un tanto singolare, quanto apprezzabilissimo merito che va ascritto, infine, all’autore di questo lavoro è senz’altro quello della chiarezza estrema del linguaggio da lui adoperato. La tentazione cui normalmente ci si espone, quando si redige un saggio di ermeneutica letteraria, è, come è noto, quella di servirsi di un linguaggio astruso, fortemente tecnico e per pochi iniziati. Di Bella, invece, ha compiuto ogni sforzo per risultare chiaro fino in fondo, e probabilmente questa dote trova la sua naturale origine nella sua lunga esperienza d’insegnante, che per anni lo ha portato, nell’affrontare quotidianamente decine e decine di tematiche storico-letterarie, ad adattarle continuamente al pubblico semplice e culturalmente variegato, com’è quello degli studenti odierni. Per questo il saggio può considerarsi adatto anche ad un pubblico di giovani lettori, specie di quelli non privi di interessi culturali. Il lavoro di Di Bella può, dunque, a pieno titolo entrare a far parte di una tanto ideale, quanto prestigiosa “biblioteca” della cultura e della scuola di tutto il comprensorio crotonese, in quanto sia all’una che all’altra dà non poco lustro.

 

 

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