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Un salto in libreria: "Il profumo delle foglie di limone" di Clara Sànchez

Scritto da  Cristiana Panebianco Pubblicato in Cultura e spettacoli Giovedì, 12 Febbraio 2015 15:27

cristiana panebianco"Il passato è la ricchezza dei popoli": questa frase mi è rimasta impressa e non solo perchè vi feci il compito di italiano della mia maturità, ma anche perché, col tempo, mi sono convinta che rappresenti la sacrosanta verità. Senza la memoria della nostra storia non possiamo guardare al presente, unico metodo temporale di costruzione del futuro. Ecco perché combina tanti guai dimenticare senza aver imparato la lezione, tanto più che la vita è fatta soltanto di lezioni e non di errori. Persuasa di tutto ciò e trovandomi in uno dei miei pomeriggi "librai" come amo definirli, ho accolto con estrema curiosità l'ennesimo (molti, ahimè, così pensano) libro sullo sterminio ebraico pubblicato due anni fa. Devo confessare che mi ha attirato il colore della copertina de "Il profumo delle foglie di limone", un giallo verde intenso, ma anche il contenuto dei commenti riportati nella quarta di copertina: non erano i soliti e non era il solito caso editoriale. E' il primo romanzo, dopo tanto tempo, che non mi lascia tregua, avvincente come mai e così straordinariamente semplice, non nei contenuti, ma nella indomita aderenza alla realtà che, spesso, è più semplice di quanto possa sembrare. Va da sé che, in questo libro, è una semplicità amara ma, se potessi, renderei obbligatorie queste pagine nei programmi didattici a partire dalla scuola secondaria. Clara Sànchez è l'autrice madrilena del romanzo. "El Mundo", poco tempo dopo dall'uscita del suo libro, ha scritto: «...scuote la coscienza e svela l'orrore che la normalità cela». Avevamo pensato, forse, che Benigni avesse compiuto il miracolo della sensibilità nel raccontare l'eccidio perpetrato dai nazisti ma, leggendo questo libro, si comprende che non è così. Il personaggio che arriva per primo è un uomo anziano ma non nell'anima, un ex militante del Centro, l'organizzazione che fu creata, ai tempi, per dare la caccia ai militari nazisti sparsi nel mondo: quest'uomo coraggioso che lotta contro gli acciacchi della sua età, si chiama Julièn. Julièn viene contattato, attraverso uno stratagemma sorprendente, da un vecchio amico, anzi, più di un amico: avevano diviso il campo di concentramento. L'obiettivo era dare la caccia e scovare il generale nazista autore della morte di un numero imprecisato di ebrei in quello stesso campo che i due compagni avevano condiviso. Loro erano sopravvissuti. Julièn, durante la caccia che anima capitoli che si ingoiano, trasmette tutta la sua incredulità. I nazisti, mai ex, conducono una vita normale, escono, viaggiano, fanno le vacanze, comprano le case, si dedicano al giardinaggio e sono le stesse persone che hanno amputato braccia e gambe a persone innocenti per fare macabri esperimenti e, ancora, sono le stesse persone che hanno azionato la camera a gas. Questa normalità crea sgomento, suscita domande terribili, fa dimenticare un Dio che sembra non esserci ma, soprattutto, induce ad interrogarsi su di una cosa: come fa la vita ad essere uguale per buoni e cattivi? Sullo sfondo, fa capolino una ragazza, Sandra, una ragazza di oggi, come tante, trent'anni e molte incertezze, incinta di un uomo che non è sicura di amare, a sottolineare il salto generazionale e, tuttavia, l'incontro di due persone figli di due mondi diversi, di due società, di due passati. Troveranno, nonostante, il punto di incontro e, questo punto di incontro, ancora una volta si chiama amore e amore per il prossimo. E' un romanzo che racconta senza veli, duro e dolce mentre riecheggia Foscolo con il suo sole che splende sulle sciagure umane. E' un romanzo che respinge l'oblio perché non dimenticare è il modo migliore per restituire la dignità a coloro a cui è stata tolta. Il profumo delle foglie di limoni, intanto, inebria questo passaggio che mi piace riportare: «Raquel diceva che alle persone che avevano sofferto molto, come noi, faceva paura godersi la vita. Ci spaventava essere felici. Diceva che esistevano molti tipi di sofferenza nel mondo, che nessuno se ne libera mai e che non dovevamo sentirci speciali. A dire la verità, io ammiravo la gente frivola, capace di godersi la vita, di divertirsi con qualsiasi cosa. Per me, il loro stile di vita era desiderabile e irraggiungibile. L'innocenza è un miracolo più fragile della neve».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ultima modifica il Giovedì, 12 Febbraio 2015 15:51

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