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CULTURA E SPETTACOLI NEWS

Il Sommelier Pitagorico│Dalla passione di due sorelle, i vini delle Tenute Pacelli

Posted On Lunedì, 13 Marzo 2023 19:09 Scritto da Nicola Stefano Zurlo
Il Sommelier Pitagorico│Dalla passione di due sorelle, i vini delle Tenute Pacelli Laura e Carla Pacelli (Foto: Robi Fortunato)

Siamo nella Calabria nordoccidentale, sponda settentrionale del fiume Esaro nei pressi di Malvito. Su queste colline si erge un bellissimo casino di caccia settecentesco circondato da vigne ed uliveti. Parliamo dell’azienda agricola Pacelli, dove si produce vino, ottimo vino, in coltivazione biologica.

 

Fra un filare di Magliocco tipico della zona, ed una di esotico Riesling piantata insieme ad altre varietà forestiere dal fu Barone Gaetano, quivi risiedono Laura e Carla, che da qualche anno a questa parte portano avanti con successo la firma vinicola di famiglia.
Vini dalle personalità diverse e peculiari, ce n’è veramente per tutti i gusti, dallo spumante al passito, vini bianchi macerati con metodo ancestrale (universalmente riconosciuti come vini “Orange”, in versione Pet Nat in questo caso), vini Riserva da Barbera, Riserva di Cabernet Sauvignon e Merlot alla maniera bordolese, vini bianchi fermi, vini rossi, rosati, insomma un catalogo ricco e vario che è frutto della passione e dell`intraprendenza delle due giovani imprenditrici e viticoltrici che conosceremo più approfonditamente in questa breve intervista.
Nicola Stefano Zurlo Innanzitutto, una domanda apparentemente semplice ma fondamentale: da dove nasce la vostra passione per il vino?
Laura «Dico sempre che probabilmente c’entrano in due: mia madre, che al battesimo mi ha fatto assaggiare due gocce di bollicine. E mio padre che, ereditando l’azienda da suo zio, ha inevitabilmente spostato l’attenzione di tutta la famiglia dalla città alla campagna, con tanto di ulivi e vigneto. Poi il lavoro che ho intrapreso come giornalista subito dopo la laurea in studi umanistici. Dopo diversi anni di moda (maschile), ho chiesto di occuparmi anche di Food & beverage. Ho studiato per diventare sommelier e oggi possono dire di conoscere questo mondo piuttosto bene, anche da un punto di vista della comunicazione, che molti del settore sanno esistere ma si rivolgono ad altri per farla. E poi, banalmente, mi piace bere bene. Il palato si è affinato nel tempo e faccio sempre più fatica ad accontentarmi. Questo permette di mantenere l’asticella sempre alta anche per la produzione di famiglia».
Carla «Non ricordo il momento esatto in cui ho iniziato ad apprezzare il vino, sicuramente abbastanza presto, anche grazie al fatto che mi sono ritrovata – molto prima che iniziasse l’avventura di Tenute Pacelli – a lavorare come ufficio stampa di diverse aziende vitivinicole italiane e a seguire alcuni progetti speciali per note Maison di Champagne. Da lì ho ampliato le mie conoscenze e avuto l’opportunità di ‘allenare naso e palato’. Sono ormai più di 15 anni che scrivo e comunico di enogastronomia»
I vostri vini sono più singolari o più identitari?
Laura «La regola è fare vini buoni, che ormai si dice sappiano fare tutti. Sbagliato! E poi renderli a immagine e somiglianza di noi donne della famiglia. Già, perché siamo in maggioranza (ci metto anche mia nipote Zoe, che fa crescere la media XX [cromosoma XX n.d.r.]) e inevitabilmente le scelte dal contenuto all’etichetta sono di nostra pertinenza. Identitari che per noi significa interpretazione del territorio secondo la nostra personalità. Vini freschi, dalla buona beva, non scontati, a cominciare dal vitigno. Zoe, il vino, è il nostro metodo classico a base Riesling, che è riuscito a imporsi come il nostro portabandiera. Siamo un’azienda che guarda al mercato con intraprendenza, senza assoggettarsi alle regole perché “così deve essere”. Se il vino è fatto bene, ha carattere, ed è prodotto con rispetto… vince».
Carla «Non amo i vini omologati. Ciò che sin dall’inizio contraddistingue Tenute Pacelli è la ricerca di un’identità ben precisa, che porta sempre alla riconoscibilità di un vino, al suo restare nella memoria. Un vino deve riuscire a dare emozioni, è complemento imprescindibile di un’esperienza, che sia una cena con amici o un aperitivo in spiaggia. Il vino deve raccontare una storia o essere esso stesso "la storia"».
Ho avuto il piacere di conoscervi durante vari eventi "Fivi", e sono rimasto subito intrigato dalla scelta di produrre un vino spumante Riesling in quel di Calabria. Potreste raccontarci la genesi del vostro Zoe?
Laura «Come anticipato sopra, Zoe, il nostro metodo classico, è stata una vera e propria scommessa. Anche economica (abbiamo acquistato tutti i macchinari necessari per fare da noi). In Calabria in pochi spumantizzano, non c’è cultura. Ma proprio perché facciamo vini identitari, abbiamo avuto l’idea di osare con uno spumante che ci rappresentasse. A cominciare dal nome, passando dal vitigno, fino alla lunga permanenza sui lieviti. A base Chardonnay ci sembrava scimmiottare i grandi spumantisti del nord Italia. E allora Riesling, ricordando le origini nordiche di nostra madre Clara. E perché quella parte della vigna è ad alta concentrazione calcarea. Dopo il primo esperimento nel 2013, oggi Zoe, oltre 50 mesi sui lieviti, è - oltre alla versione brut - anche pas dosé, rosé e pas operé. Lo vendiamo finanche in Francia, alla faccia dello Champagne!».
Carla «Aggiungo finanche a Parigi, in diversi ristoranti stellati».
Si parla spesso di turismo come volano per l’economia Calabrese, potrebbe essere l’enoturismo un tassello importante per attrarre nuove visite nella nostra regione?
Laura «Non potrebbe, lo è. Finché non si decide una chiara e ramificata gestione del turismo, continueremo a vedere frotte di gente con poca disponibilità economica aggirarsi per le nostre spiagge, colline, montagne a elemosinare servizi a poco prezzo. Alzare l’asticella, come nel vino, permette di valorizzare il territorio. E richiamare un turismo più responsabile, interessato, disposto a spendere in cambio di qualità, accoglienza e bontà dei servizi/prodotti. Non a caso da noi il 70% degli ospiti è straniero».
Carla «Può esserlo, certo, come parte integrante di un sistema che funzioni, però, che preveda infrastrutture adeguate, collaborazione tra i diversi settori di accoglienza, ricerca verso un’offerta di qualità e cura del territorio in cui si opera a prescindere dalla stagionalità».
Si parla molto in questi anni di impresa al femminile, ci sono diverse imprenditrici e viticoltrici anche in Calabria che stanno intraprendendo un bellissimo percorso, producendo vini estremamente interessanti. Senza cadere nella retorica, secondo voi influisce e quanto il fattore femminile nella produzione di un vino. E si può ancora parlare di vini “femminili” alludendo a prodotti per un target specifico o è una cosa oramai superata.
Laura «Non credo nei vini di genere, ma il fatto XX può influire soprattutto sull’accoglienza, sull’enoturismo. Siamo per natura più attente al prenderci cura di. Noi donne Pacelli non desideriamo sfidare gli uomini, è una guerra senza vinti né vincitori. Per i nostri prodotti aggiungiamo delicatezza nell’immagine che vogliamo trasmettere. E una forza delicata, di carattere, nei nostri prodotti, dal vino al miele di fichi (che produciamo con i nostri frutti e con la santa pazienza delle signore del luogo che, per ore, mescolando questa melassa di fichi unica al mondo). Poi, vabbè, facciamo parte delle Donne del Vino, che sosteniamo come produttrici e come comunicatrici. Da una parte è un mero strumento di marketing dall’altro anche di confronto per fare meglio, non per fare “diverso”».
Carla «Donna o uomo è irrilevante, ciò che fa la differenza è la sensibilità e la cura del dettaglio, in vigna come in vinificazione. Credo che esistano ancora dei preconcetti su vini definiti ‘femminili’, come il Rosé, ad esempio. È nostro compito andare oltre i luoghi comuni, facendo cultura del vino, comunicandolo al meglio. Non a caso il nostro Malvarosa è un rosato che piace anche ai maschietti, di struttura, caldo, avvolgente, un po’ speziato».
Qual è il vostro vino preferito?
Laura «Lo Zoe è in cima alla lista, forse perché quello che ci ha messo più alla prova con risultati (di successo) per niente scontati. Poi il Terra Rossa, a base Magliocco dolce in purezza, diretto, dall’ottima beva, elegante e senza stratagemmi. Fa solo acciaio e ha un rapporto prezzo qualità imbattibile. Aggiungerei il Tèmeso, uvaggio Calabrese (Nero D’avola) e Magliocco, che fa botte, ma per pochi mesi. Non possono non fare menzione di Zio Nunù, omaggio a chi ci ha lasciato tutto questo. Il primo bordo calabrese che a dispetto del taglio bordolese (da vigna vecchia) parla di noi, del territorio e di tutte le sue contraddizioni».
Carla «Dovrei dire Zoe, dato che porta il nome di mia figlia, ma invece è il Terra Rossa! Acciaio e basta, espressione pura del vitigno Magliocco, diretto ma al tempo stesso complesso, grazie a una gamma organolettica esaltata dall’affinamento in bottiglia, che lo fa sembrare un rosso d’annata: al naso viole, ciliegie e pepe verde».