L'arte bianca
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affidato
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CROTONE Melissa si svegliò molto presto quella mattina. Poco dopo l'alba, il paese iniziò a svuotarsi. Uomini, donne e bambini partirono alla volta di Fragalà. Un luogo fatto di terra da zappare, proprietà del barone Berlingieri.

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Le famiglie si erano preparate bene: avevano portato cibo, acqua e attrezzi per lavorare quei campi. Alcuni andavano a piedi, altri sugli animali. Non andavano a combattere. Si recavano a coltivare un terreno che da anni non era più utilizzato, sperando di poter vivere grazie a quella risorsa.

In quel periodo, per quelle comunità, era l’unico modo per sopravvivere. Era una terra da cui dipendevano, ma che non potevano possedere. 

Oltre il colore politico

Un vento di lotta li aveva chiamati. Non c'entrava la tessera del partito, neanche il colore politico. Erano tutti accomunati dalla disperazione, dalla fame, ma anche dalla speranza in un futuro migliore.

Prima delle ideologie, lì c'era una comunità che chiedeva un’esistenza decorosa. Una domanda concreta, che non poteva essere ridotta alla battaglia politica.

Francesco Nigro si unì ai suoi coetanei e alle altre famiglie del paese. Aveva ventinove anni, era tornato dalla guerra e si preparava a sposarsi. Quel giorno di ottobre andò a Fragalà con gli altri. 

Il fuoco della polizia

Dopo molti anni, Peppino Nigro, il fratello di Francesco e testimone oculare di quel giorno, raccontò così quei momenti:

«Era l'ora della semina delle fave e siamo partiti verso le cinque. Nessuno sapeva che la polizia sarebbe arrivata. I dirigenti della Federterra avevano detto di accogliere i poliziotti con applausi e grida di evviva. E così fu. Quando abbiamo visto i primi agenti, ci siamo radunati al centro di Fragalà e abbiamo applaudito. Poco dopo sono arrivati i primi candelotti lacrimogeni. Alcuni li hanno lanciati indietro. A quel punto è iniziata la tragedia: i poliziotti hanno cominciato a sparare, con pistole e mitra. Era un vero inferno di fuoco e piombo».

La protesta finì con l'intervento della polizia e con gli spari. Tre persone spirarono su quella agognata terra: Angelina Mauro, ventiquattro anni, Giovanni Zito, venti, e Francesco Nigro. Altri rimasero feriti.

La tragica ironia del destino

La notizia arrivò alla famiglia come quelle che nessuno vorrebbe ricevere. Il padre di Francesco disse che il corpo del figlio fu portato a casa su un asino.

Il destino a volte fa strani scherzi. La prima fotografia che conosciamo di Francesco Nigro lo mostra vestito da marinaio. Visse invece quella sua breve vita da contadino.

È un'immagine che rende bene la durezza di quel giorno: un giovane, tornato dalla guerra, per sposarsi, uscito per partecipare a una protesta contadina e ritornato a casa senza vita.

La vicenda di Fragalà entrò così nella storia delle lotte del dopoguerra, ma soprattutto nella memoria di una comunità che quel giorno pagò la necessità del proprio riscatto con un prezzo molto alto. 

Una memoria dimenticata

Francesco aveva la passione per la politica e la coltivò come militante del Movimento Sociale Italiano. Per molto tempo, però, il suo nome è rimasto in una posizione scomoda nella memoria di quella vicenda. La sua appartenenza a quel partito, l'Msi, non si accordava bene con la narrazione dominante.

Così, mentre la sua morte entrava nella storia delle lotte contadine, la sua identità politica finiva spesso sullo sfondo, in silenzio. Quell'assenza oggi merita di essere guardata, con rispetto, senza trasformarla in un nuovo conflitto, senza sfruttarla.

La risposta tardiva dello Stato

La storia della famiglia Nigro non finì con quella morte. In seguito, il governo diede a quei contadini una tomolata di terra, come si diceva allora. Un pezzo di terra, proprio quella che era mancata a Francesco e alla sua famiglia, quella per la quale si era recata a Fragalà.

È difficile non notare la contraddizione di questa vicenda. La famiglia ricevette dopo la sua morte ciò che Francesco aveva chiesto da vivo. Una tomolata, appunto, come risposta tardiva a una richiesta rimasta senza voce.

Non restituì un figlio, non restituì un futuro, non cancellò quella mattina. Restò solo un terreno, arrivato quando Francesco non poteva più servirsene per costruire la sua vita. 

Una guerra tra poveri

C'è un altro aspetto che chiede attenzione. Quella mattina, in quel lembo, da una parte c'erano le famiglie di un povero borgo, segnato dalla miseria e dalla mancanza di prospettive. Dall'altra c'erano gli uomini in divisa, i poliziotti, servitori dello Stato, molti dei quali provenivano da altrettante condizioni sociali difficili.

È l'immagine ricorrente nella storia italiana: una guerra tra deboli. Due mondi popolari messi l'uno di fronte all'altro, finché a pagare il prezzo più alto è la condizione umana di entrambi: di chi perde la vita e di chi, in quel momento, usa le armi.

Nella loro silenziosa saggezza, i contadini capirono che quegli uomini non si muovevano per scelta personale, ma erano lì solo per obbedire a un ordine. Pensavano di non avere nulla da temere: la loro protesta non era rivolta contro di loro, chiedevano la possibilità di sottrarre le proprie famiglie alla miseria.

La tragedia di Fragalà sta anche in questo conflitto. Da una parte, uomini che avevano compreso la condizione degli altri; dall'altra, uomini che hanno obbedito agli ordini. E in mezzo, una frattura che non avrebbe mai dovuto esserci: quella tra persone che, pur trovandosi su fronti opposti, appartenevano allo stesso mondo.

L'insegnamento di Fragalà

Forse è proprio questo che la storia di Fragalà dovrebbe insegnarci: a non fermarci alle appartenenze, a non accontentarci di letture già pronte, a non permettere che le ideologie diventino l'unica lente con cui guardare il passato.

Dietro ogni bandiera ci sono uomini e donne. Ci sono famiglie, progetti, matrimoni che non si celebreranno, figli che non nasceranno, vite che avrebbero potuto prendere un'altra strada.

A Fragalà, quel 29 ottobre autunnale, si scontrarono due condizioni umane, due parti di un Paese che conosceva ancora la fame e la miseria.

La disperazione non aveva colore politico. Aveva il volto di chi chiedeva terra, lavoro, una possibilità. E aveva il volto di chi, in divisa, si trovò dall'altra parte di quella richiesta.

Forse dovremmo imparare a ricordare così: senza cancellare le appartenenze, ma senza permettere che siano le appartenenze a cancellare le donne e gli uomini.

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