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Comune: allontanato il pericolo d'acquisto dell'area Campitelli ad alto valore archeologico

Scritto da  Pubblicato in Politica Domenica, 14 Giugno 2015 18:04

Intervento delle associazioni Gettini di vitalba e Sette Soli che ne descrivono nei mini particolari la sua storia e lanciano una proposta.

R.P.
"Negli articoli di stampa che danno conto dell'esito dell'ultimo Consiglio Comunale si legge che l'area "ex Cantafora" non sarà più acquistata dal Comune con circa mezzo milione di euro provenienti dalle royalties, come invece preventivato in vista di una delle tante 'riqualificazioni' di cui ama fregiarsi l'Amministrazione in carica. Fabrizio Meo, presidente facente funzioni della IV Commissione, e Fabio Lucente, presidente della VI, che avevano sollevato la questione e presentato denuncia, plaudono ora giustamente al ripensamento del primo cittadino che consentirà alla collettività di risparmiare una somma ingente, somma che lo stato di degrado dell'area, peraltro gravata da vincoli, faceva sospettare sovradimensionata e che comunque, spesa in quel modo, nell'immediato non avrebbe garantito alcun vantaggio concreto alla città e ai suoi abitanti.
Le associazioni culturali "Gettini di vitalba" e "Sette Soli" vogliono esprimere anch'esse, con questa nota, la propria soddisfazione per lo scampato pericolo. Lo colgono, però, sotto due aspetti: quello erariale, certamente, ma anche quello culturale, poiché la proprietà "ex Cantafora" ha un nome che non per mera ignoranza è taciuto da chi ha progettato l'operazione (provvisoriamente) fallita: si tratta della Campitella, area archeologica urbana tra le più interessanti e 'promettenti'.
Vale la pena di ricordare che il toponimo Campitella deriva dal cognome – Campitelli – dei primi proprietari noti del terreno suburbano dove i Leone, subentrati nel possesso ai Lucifero, nel tardo Cinquecento costruirono la torre e le case che i Suriano, ad inizio Settecento, avrebbero trasformato nella masseria oggi allo stato di rudere, pervenuta a fine secolo ai Gallucci, passata negli anni '30 del Novecento alla Montecatini e in fine acquistata dai Cantafora. Era questa, in età moderna, la sede di un'azienda agricola specializzata, comprensiva di spazi residenziali e luoghi di deposito e lavorazione dei prodotti agricoli, completa di granai sotterranei che il Catasto Onciario del 1743 conta in numero di cinque ma salirono poi a sette, se nel 1905 Nicola Sculco tanti ne ricorda menzionandoli fra i pochi esempi di silos ipogei ancora in uso.
Le spettava anche il pozzo che, progressivamente circondato dal mercato di Via G. Manna, nel 2001 i Cantafora furono costretti a farsi restituire dal Tribunale, ottenendo la demolizione della recinzione costruita abusivamente tutto intorno senza alcun rispetto dei limiti di proprietà. All'estremità nord del vecchio podere, un altro pozzo con adiacente vasca permane tuttora, accanto ai magazzini (parzialmente in rovina) situati in prossimità dell'incrocio di Via Cutro con Corso Mazzini, all'altezza delle giostre, abbandonato e seminascosto, però, sia dai baraccamenti di un venditore di carabattole che, diventato stanziale, occupa ormai il suolo pubblico fin oltre i limiti del marciapiede, sia dai cumuli di rifiuti formati ad arte in occasioni di recenti osannate 'bonifiche' e mai portati a discarica. A quel pozzo attingeva l'acqua la popolazione crotonese fino ai primi dell'Ottocento, ricorrendovi in alternativa al pozzo dell'Acqua Bona, più distante dalla città.
Basterebbe questo per dover riconoscere alla Campitella una dignità che i ruderi della masseria e degli apprestamenti annessi fanno oggi appena intuire, date le condizioni di abbandono in cui versano, ma la vera 'ricchezza' sta nel sottosuolo ed è la ragione stessa dei vincoli accennati sopra. Se, nonostante la sua importanza, la Campitella non è stata interamente invasa da edifici, così come le zone (anch'esse tuttora di proprietà privata) adiacenti all'ex Ariston e all'Istituto Gravina, non è per una strana e vergognosa dimenticanza cui occorre al più presto rimediare mediante le 'risarciture' progettate negli ultimi anni da geniali urbanisti frastornati dalla pioggia di finanziamenti europei elargiti a tale scopo, e fatte passare per operazioni di 'recupero'.
Tutte queste aree, infatti, e altre ancora, furono risparmiate volutamente grazie ad una Variante al Piano Regolatore, datata 23 luglio 1982, che le vincolò a verde, recepita dall'Amministrazione Comunale su sollecitazione della Soprintendenza Archeologica. Furono cioè sottratte all'urbanizzazione per rimediare ai danni che l'edilizia selvaggia degli anni Settanta aveva arrecato ai resti di Kroton che giacciono ovunque sotto la Crotone attuale e offrire a quest'ultima, forte di una nuova sensibilità nei confronti del valore delle testimonianze materiali dell'Antichità, la possibilità di far pace con il proprio travagliato passato e avviare una nuova stagione di consapevolezza. L'antica Kroton – occorre ancora ripeterlo?! – non si trova (solo) davanti agli stabilimenti industriali oggi dismessi ma si estendeva pressappoco dal torrente Passovecchio fino alla collina occupata dal Castello, correndo l'Esaro nel mezzo dello spazio urbano.
Nel caso della Campitella, il PSU 2000-2006, padre dello sgangherato tentativo di acquisto appena sfumato, prevedeva, per la modica spesa di un milione di euro, un'ambigua "Riqualificazione a verde ed a piazza pubblica" dell'area definita adiacente al Tribunale, con la motivazione ipocrita e persino scorretta grammaticalmente di "soddisfare alla domanda di miglioramento della qualità della vita urbana, dotando la città di un ulteriore spazio di aggregazione sociale". Il dettaglio degli interventi lascia intuire quanto poco green e quanto poco social sarebbe stato l'esito dell'operazione, prevedendo la "realizzazione di percorsi pedonali, spazi di sosta, sistemazioni a verde, arredo urbano, rete di pubblica illuminazione, sottoservizi, pavimentazioni".
Davanti ad una simile prospettiva, le scriventi Associazioni giudicano preferibile che la preliminare operazione di acquisizione dell'area al Comune si sia risolta in un niente di fatto. Né la motivazione alternativa per quell'acquisto sconsiderato, ora sbandierata ora sussurrata nei corridoi, può dirsi migliore della prima: la Campitella, proprio in quanto area archeologica, fa parte di quell'elenco di una decina di siti, poi ridotto a tre soli, dove la Soprintendenza Archeologica, o meglio l'ex Soprintendente Bonomi, costretta dalla recente riforma del Ministero a ripassare il Po nonostante i meriti conseguiti, da ultimo, a Capo Colonna, asseriva di volere aprire uno dei campi di lavoro
forzato destinati agli esodati dell'industria locale, di concerto con l'Amministrazione Regionale, Provinciale e Comunale a seconda delle stagioni politiche.
In realtà, furono gli scavi eseguiti a fine anni '70 in vista della costruzione dell'asilo sorto accanto al Tribunale a rivelare l'esistenza, alla Campitella, di un lembo della città magno-greca fitto di abitazioni e di botteghe per attività artigianali (in particolare metallurgiche), favorite dalla vicinanza a piccoli corsi d'acqua. L'idea, vincolando a verde questa e le altre aree scampate all'edilizia residenziale, nonché programmando il restauro e riuso a fini culturali degli edifici abbandonati in esse compresi, era di permettere alla popolazione di godere di piccoli parchi bio-archeologici urbani in grado di restituire coscienza della sovrapposizione del moderno all'antico e di offrire, nel contempo, salutari alternative al cemento dilagante.
Si può ancora nutrire questa ambizione? Certamente. Si può volare alto e pensare in grande come accadeva solo trent'anni fa, perché anche per interventi del genere la Comunità Europea, se sollecitata, è propensa ad elargire fondi, o ridimensionare le aspettative senza, però, compromettere la possibilità che le generazioni future realizzino quanto allora ipotizzato. Basta attenersi al vincolo a verde di cui si è detto, invece di ostinarsi ad asfaltare e pavimentare ogni metro di terreno rimasto a cielo aperto.
E nel cuore del futuro parco, forse osteggiato, finora, perché troppo poco costoso, e a condizione che al termine parco non siano associati aggettivi contraddittori che ne stravolgono il senso, si può prevedere un restauro della Masseria Suriano contestuale allo scavo archeologico che, limitato a quella e alle immediate adiacenze, consenta di farne un museo di sé stessa mediante la valorizzazione delle vestigia relative alle diverse epoche.
Questa la proposta delle Associazioni, in attesa di tempi migliori... "
Linda Monte (per Gettini di vitalba)
Margherita Corrado (per Sette Soli)

Ultima modifica il Domenica, 14 Giugno 2015 20:52
Giuliano Carella

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