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Congresso Pd, l'ex consigliere regionale Francesco Sulla: «Le Primarie sono da abolire, ecco perche' e cosa hanno prodotto» In evidenza

Scritto da  Pubblicato in Politica Venerdì, 01 Marzo 2019 17:12

francesco sulla«Primarie da abolire». È quanto sostenuto dall’ex consigliere regionale del Pd Francesco Sulla.
«Domenica prossima – scrive Sulla – si consuma il penultimo atto di quello che viene definito, a mio avviso impropriamente, "congresso" del Partito democratico e cioè le primarie. L'ultimo sarà, invece, l'Assemblea che dovrà prendere atto dell'esito delle primarie, eleggere il nuovo segretario nazionale e l'opera sarà completata.
Il mio auspicio è che questa sia l'ultima volta che si utilizza questo strumento tanto superato, quanto dannoso all'esistenza stessa del Partito democratico e, quindi, del centrosinistra e, di conseguenza, della democrazia italiana. Analizziamo velocemente le fasi di questo lungo e infruttuoso, anzi dannoso, percorso.
Si comincia con la nomina delle commissioni per il congresso, che devono sovrintendere alle sue varie fasi, sia a livello locale che nazionale. Il loro primo atto è la verifica del tesseramento. Non devo spendere qui molte parole. Dico solo che, se questo adempimento venisse svolto con un minimo di serietà, l'intero percorso non vedrebbe la luce. D'altronde un partito che non ha più nessuna forma di vita associativa, se non nell'immediata vicinanza di appuntamenti elettorali, come può parlare di tesseramento vero? Il segretario nazionale, in tutta onestà, può affermare di avere in tasca la tessera del partito dell'anno in corso e di aver versato quanto dovuto? Mi fermo qui!
Si avvia, contemporaneamente, la fase di individuazione degli aspiranti candidati! E se con il tesseramento siamo all'imbroglio, con le autocandidature siamo al tragicomico. Illustri sconosciuti, che tali rimarranno anche dopo la fine di questo percorso e che spesso non hanno neppure le caratteristiche per svolgere la funzione di segretario di un circolo di periferia, presi da raptus di protagonismo, si propongono, incoscientemente, alla carica di segretario nazionale. Diffondendo così un messaggio devastante e cioè che chiunque può svolgere quell'impegnativo ruolo, mortificando e svilendo, quindi, la funzione del leader! Si ha così, inoltre, un numero di candidati tali da mettere in moto il conseguente atto delle "convenzioni". Non sono mai riuscito a capire che c'azzecca questo termine con il voto degli iscritti, che dovrebbero votare per individuare i candidati che parteciperanno alla fase finale. Aldilà del termine, però, il vero problema sta nello svolgimento di questo adempimento. Quanti degli iscritti sanno dell'esistenza delle convenzioni? E parlo di quelli che pur non avendo in tasca la tessera sarebbero disponibili ad averla, tralasciando quelli che risultano iscritti senza neppure saperlo. E, di quelli che conoscono l'esistenza delle convenzioni, quanti si recano veramente al voto? Di circoli dove tutto sia avvenuto regolarmente io non ho notizia, forse qualche caso ci sarà, ma non si tratta di percentuali a due cifre. Conosco, invece, tanti casi dove, pur essendoci i verbali, nei circoli non si è proprio votato e dove il risultato è stato predefinito dai rappresentanti locali dei singoli candidati, presenti in quella realtà. D'altronde anche in questo caso, nella situazione comatosa in cui langue diffusamente il partito nel territorio nazionale, come si può pretendere un coinvolgimento degli iscritti o dei potenziali tali? Domenica si andrà alle primarie aperte e lì si daranno letteralmente i numeri, che magari rispetteranno la percentuale realmente registrata dai concorrenti, ma con valori che, come avvenuto in passato, creeranno situazioni di profonda contraddizione con gli esiti registrati alle elezioni ufficiali.
Detto ciò, il vero motivo per il quale, però, occorre finirla con questo strumento è tutto politico. Il Partito Democratico ha bisogno come il pane di definire una sua identità e di renderla visibile, veicolandola, soprattutto, attraverso i suoi militanti, iscritti e simpatizzanti. La sua identità per manifestarsi compiutamente ha bisogno di un programma chiaro e di un gruppo dirigente adeguato, nel senso più ampio del termine, a realizzare quel programma. La fase più delicata è proprio quella della definizione del programma! Qui la discussione non può che essere forte, ogni posizione deve essere sostenuta con il massimo della convinzione da chi la propone, ma anche con la piena consapevolezza che il confronto dovrà partorire una posizione finale da consegnare a tutto il partito e anche a chi al partito e al centrosinistra guarda con interesse. La fase di definizione del programma comune, frutto anche di reciproche contaminazioni tra posizioni iniziali differenti, dovrà vedere la partecipazione attiva e consapevole degli iscritti e di tutti coloro che vorranno essere partecipi.
Una volta definito il programma, identitario e operativo, del Partito, occorre individuare il gruppo dirigente più idoneo a promuoverlo e portarlo avanti. Un partito che ha vissuto una discussione così intensa sulla propria identità e sui singoli temi presenti nella concreta realtà quotidiana, può chiamare con fiducia i propri iscritti, e tutti coloro che vogliono essere partecipi, alla scelta del loro leader e dell'intero suo gruppo dirigente. Solo così puoi avere un partito autorevole e coinvolgente.
Cosa succede, invece, oggi con queste primarie? I candidati depositano, nel migliore dei casi, un loro manifesto politico che, però, rimane sconosciuto alla stragrande maggioranza dei dirigenti, figuriamoci agli iscritti e, ancor di più, ai semplici cittadini. Il tutto si racchiude in una spasmodica ricerca di un consenso, fondato sulle conoscenze personali dei dirigenti coinvolti, a sostegno dei vari candidati e tutti mossi solo da fredde logiche interne alla ristretta cerchia di addetti ai lavori, che lasciano estranei il corpo vivo del partito e i potenziali elettori. Alla fine di tutto il percorso viene consegnato al Paese la babele di un partito, diviso e litigioso, nel quale ognuno dei contendenti rimane geloso custode della propria posizione iniziale e con una rappresentanza interna, pari alla percentuale ricevuta, che verrà utilizzata solo per lucrare rendite di pozioni personali, sia politiche che istituzionali. Il tutto nella confusione più totale, che tutto può produrre, tranne che rendere attrattivo il partito».

 

 

 

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