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L'ANALISI│Smart working? Distruzione del lavoro e disgregazione del tessuto sociale

Posted On Mercoledì, 23 Novembre 2022 18:46 Scritto da Riceviamo e pubblichiamo

Tra le altre cose c’è da mettere le mani sul lavoro. Non sui salari da decurtare o sulle nuove tecnologie da implementare. No. Sul lavoro, inteso come portatore di libertà, struttura sociale e culturale di una intera civiltà.

Sarà stato questo il principio ad inspirare i fautori della “nuova normalità” post-covid: la pratica (o l’imposizione) del lavoro flessibile, per in lavoratore flessibile pagato con paghe flessibili. “Resilienti” si direbbe.
Lavoro agile per la più statica generazione di lavoratori mai vista. È il fenomeno dello smart working.
Il lavoro è il principio civico, giuridico, etico e morale che ispira la democrazia italiana. Il lavoro! No la salute o la ricchezza; non il progresso o la felicità, neanche la stessa libertà. Il lavoro.
Che il lavoro costituisca un presidio per la partecipazione democratica è la nostra Costituzione a sancirlo. Spesso l’articolo 1 è stato citato in maniera impropria: molti ricorrono ad esso al fine di rivendicare per tutti il diritto al lavoro.
Questo non è del tutto scorretto, ma certamente in quei casi sarebbe più opportuno ricorrere all’articolo 4 che, appunto, prescrive come “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.
Sostenere che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” significa infatti sancire un rapporto intimo, indissolubile, proprio tra lavoro e democrazia. Almeno in due modi. Il primo, più intuitivo parte dall’ipotesi che se tutti avessero un lavoro, ai sensi del principio di piena occupazione celebrato dal citato articolo 4, ne conseguirebbe che fondare la Repubblica sul lavoro significhi fondarla su qualcosa che appartiene all’intera comunità e, pertanto, renderla pienamente e compiutamente democratica. Il secondo, invece, passa attraverso un preciso “modello di lavoro” - costituzionale e non lesivo dei diritti della persona - per il quale non è sufficiente infatti riconoscere freddamente ai lavoratori (purché si lavori) il solo diritto formale alla partecipazione democratica.
Lo sapevano bene i Padri della Costituzione quando, all’articolo 3, imprimevano un preciso comando allo Stato, scrivendo come “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
La precarietà, del e nel lavoro, è un classico esempio di “modello di lavoro” incostituzionale e certamente è il principale ostacolo alla partecipazione democratica: infatti un lavoratore precario, esposto al rischio della ritorsione arbitraria esercitabile da un datore di lavoro malintenzionato, non dispone di sufficienti presidi di protezione e tutela alla partecipazione democratica nell’azienda e nel Paese, non è libero di esprimere la sua cittadinanza, animato come spesso è dal timore di perdere il proprio lavoro e dunque i mezzi per la sua sussistenza e per quella di chi gli è caro.
Questa è la liberticida precarietà del lavoro alla cui sciagura di aggiunge e si innesta quella alienante dello smart working.
Lo smart working, infatti, incide negativamente in questo paradigma fragilissimo di tutele decrescenti perché scompone la comunità del lavoro e indebolisce ancora di più la posizione di partenza delle persone che, isolate e sole, con ogni probabilità saranno naturalmente propense alla resa e al ritiro dal campo della partecipazione democratica.
Lo smart working incide in prima battuta con l’eliminazione del luogo di lavoro propriamente detto, demolendo un concetto fondamentale della socialità e della partecipazione civile oltre che un luogo e un processo mentale di realizzazione e di immedesimazione con il proprio ruolo nella società. Ma soprattutto il luogo di lavoro è un posto fisico di tutele la cui eliminazione implica anche la demolizione delle tutele ad esso connesse.
I profili sono numerosissimi: sono tanti i diritti connessi alla fisicità del luogo di lavoro. Si pensi al trattamento economico delle missioni, ai presidi di diritto in materia di trasferimento, e questo solo per fare due esempi.
Peraltro, in caso di assunzione dello smart working come modalità ordinaria e generalizzata di prestazione lavorativa, è presumibile che le aziende riorganizzeranno tutto il patrimonio immobiliare e anche questo avrà delle conseguenze giuridiche perché molte sedi di lavoro non esisteranno proprio più, e con esse i diritti e le responsabilità legali ad esse connesse.
Senza contare la questione inerente alla salute e la sicurezza legata al luogo di lavoro. Il luogo di lavoro coincidente con gli ambienti domestici ovviamente non può garantire gli adeguatati presidi fisici e strutturali di sicurezza e igiene tutelati dalla normativa (TUS – Testo Unico Sicurezza) ed imposti al datore di lavoro e dagli enti di controllo, che non hanno alcuna giurisdizione in casa del lavoratore, proprio mentre il luogo della vita privata funge in luogo della attività produttiva.
Si consideri anche il fatto che proprio gli ambienti domestici sono luoghi di una importantissima e molto frequente categoria di incidenti (spesso mortali) ai quali ora si sovrappone anche la condizione materiale e piscologica di luogo di lavoro con tutti i rischi che questo comporta. In oltre la condizione di lavoro precario e flessibile per quanto agile è legata da sempre ad un aumento di incidenti sul lavoro: un lavoratore precario in smart working, magari con figli a carico che giocano tranquilli nella stanza accanto, ormai isolato dalle dinamiche collettive di tutela, sarà remissivo e non denuncerà mai il datore di lavoro che non rispetti le norme in materia di salute e sicurezza e questo per il timore di perdere quel poco che ha.
A questa palese distorsione legata all’annullamento e al tradimento del concetto di luogo di lavoro conseguenza della pratica dello smart working, si aggiunge il tradimento dell’articolo 3 della nostra Costituzione poiché lavorare da casa acuisce le differenze sociali tra i lavoratori non tutti possibilitati ad avere spazi domestici adeguati sempre molto distanti dalla menzogna propagandistica del posto di lavoro ombroso e balneare o in suggestivi ambienti di montagna.
Altro fattore distorsivo introdotto dal così detto lavoro agile è quello relativo all’enorme risparmio aziendale che scaturisce dal far sobbarcare al lavoratore - soprattutto se precario - in cattività domestica i costi strutturali del luogo di lavoro come le attrezzature (passaggio da work station da home computer), i collegamenti on line (con tariffe domestiche se si lavora da casa) e ovviamente riscaldamento e l’aria condizionata e, ovviamente, la luce elettrica domestica, etc.
Tutto questo genera aggravio di costi per il bilancio familiare del lavoratore che si traduce in un risparmio per le aziende al quale il lavoratore, che pure lo ha generato, non ha accesso.
Il secondo grande oltraggio che lo smart working introduce nel mondo del lavoro dipendente è quella relativa al tempo di lavoro: da sempre il lavoro dipendente è pagato in base al tempo impiegato dalla persona e non, come qualcuno vorrebbe, in base ai pezzi lavorati (come avviene per il cottimista).
Questa caratteristica del lavoro dipendente è sotto attacco ormai da tantissimo tempo e la retorica cui si ricorre per farlo è sempre la stessa: superare la vetustà di un modello di lavoro rigido, pavido e quasi meschino verso un modello ambizioso e flessibile dove prevalga la logica del merito.
Quella del merito è una delle narrazioni più perniciose: non esiste il merito nel mondo del lavoro, quasi mai, e costituisce solo un argomento (questo sì qualunquista) per erodere presidi di diritto generali.
Oggi ormai è ampiamente affermata la quota variabile della retribuzione, ancorata a logiche quantitative e di produttività: istituti retributivi universalistici e davvero democratici vengono soppiantati da logiche votate all’arbitrarietà, alla piena discrezionalità, e alla divisione della comunità del lavoro.
Quello che però possiamo anticipare è che lo smart working incide fortissimamente su tale ambito: per sua stessa definizione è votato al superamento dell’orario di lavoro, all’ancoraggio della retribuzione ai risultati.
Peraltro si presta a distorsioni ormai notissime: ad esempio all’allungamento spropositato del tempo dedicato all’attività lavorativa.
Crolla miseramente, quindi, anche questa ennesima mistificazione della narrazione massmediatica per ascoltatori informi: non è mai esistito e non è concepibile il lavoratore con tanto di laptop poggiato sulle ginocchia che sorseggia una bevanda fresca e colorata mentre tenta di raggiungere gli obbiettivi che l’azienda ha imposto per lui nelle 24 ore (“… entro oggi…”) e non più nelle 8 ore di lavoro realmente retribuito.
A causa dello smart working, diventerà prassi consolidata, quindi, il lavoro non retribuito: chi appartiene alle ultime generazioni di lavoratori in Italia di certo può testimoniare come, a dispetto dell’inalienabilità del diritto alla retribuzione sancito dall’articolo 36 della nostra Costituzione, molto del lavoro prestato non venga retribuito.
Capita spesso infatti che molti lavoratori siano costretti a svolgere attività supplementari e straordinarie e queste ultime non vengono registrate o pagate; molti altri hanno contratti part-time fasulli, che di part-time hanno solo lo stipendio, mentre i tempi di lavoro sono full-time; etc.
È quindi facile prevedere cosa potrebbe accadere nel privato di un’abitazione, lontano dagli sguardi solidaristici (si auspica) dei colleghi, privato da qualsiasi supporto di categoria o di corporazione.
Quello che colpisce nel pensiero dei liberisti di oggi è la contraddizione epocale nella quale sono piombati: storicamente impegnati a proteggere la dimensione privata dall’ingerenza del pubblico, l’abbandonano ora alle grinfie della produzione cui si consente di sfondare l’uscio di casa per divorare ogni cosa.
Il tempo libero non aumenta, anzi, e la privacy verrà abolita. Se già prima il tema del lavoro gratuito era ampiamente presente nelle dinamiche del mondo del lavoro, col lavoro agile questa tendenza si acuisce enormemente perché il confine tra tempo libero e lavoro diviene gassoso e assai poco definito.
Senza contare che si ambisce, come esplicitato nel Piano Colao, a superare persino il limite massimo di ore lavorabili giornalmente: lo hanno espresso palesemente approfittando della dell’informazione omissiva e dell’ignoranza della massa acritica esattamente in perfetta linea con lo stile dei teorici del “nuova normalità”.
A conferma, lo stesso World Economic Forum (tra il think-tank più propositivi del Grande Reset) stima con enfasi che l’adozione dello smart working aumenterà la produttività del 4,6%; una produttività aumentata misurata non già su base oraria (efficentamento del sistema produttivo che a parità di orario di lavoro permette al lavoratore di produrre di più) ma su base produttiva (fissati gli obiettivi giornalieri o settimanali il lavoratore non distingue più il tempo privato da quello lavorativo).
È facile prevedere come la tentazione datoriale di porre obiettivi non compatibili con le canoniche ore di lavoro sarà fortissima e irrefrenabile, e che la sciocchezza propinata che vede il “lavoratore agile e flessibile” che “gestisce il suo tempo” è in realtà, oltre che una irritante menzogna propagandistica, è soprattutto un attentato alla libertà, alla dignità e alla salute del lavoratore.
Appare chiaro quindi che lo smart working, se inteso come nuovo e generalizzato paradigma del lavoro, calerebbe come una mannaia su un mondo del lavoro precario, fiacco, inaridito e soprattutto scomposto: i legami solidaristici che caratterizzavano la comunità del lavoro, inglobati storicamente nel tempo e nello spazio deputati alla produttività, non esistono più o, quantomeno, sono decisamente erosi, resi innocui, depotenziati come il virus in un vaccino che debelli la società civile basata sul lavoro e il suo significato psicologico e morale, della sua dimensione collettiva, di comunità, di quella che un tempo era definita classe.
Con indebolendo i lavoratori sul piano individuale si compromette la possibilità dei lavoratori di essere comunità con l’aggravante di una disoccupazione (voluta!) che mette i lavoratori in concorrenza tra loro: isolandoli nelle loro abitazioni si inficia la loro capacità di resistenza, lotta, contrasto e rivendicazione.
Lo smart working ha un potenziale d’impatto esponenziale e questo è assolutamente intuitivo: se assunto come paradigma generalizzato destrutturerà definitivamente la comunità del lavoro, la distruggerà una volta per tutte.
In conclusione sarà facile demolire per manifesta inconsistenza l’ennesima suggestione propagandistica sorta a supporto della strategia predatoria che sta dietro la narrazione dello smart working, quella cioè che farebbe del lavoro agile ma immobile un baluardo della sensibilità e della sostenibilità ambientale finalmente tradotta in atti concreti e stile di vita.
Con buona pace di Greta Thumberg sarebbe assurdo legare la riduzione dell’inquinamento globale ai ridotti spostamenti da casa a lavoro e viceversa senza contare che la stragrande maggioranza di lavori realmente responsabili dell’inquinamento non sono coinvolti dal salvifico “restiamo a casa” produttivo; non solo, a questo punto una considerazione per quanto banale risulta necessaria: quanto sarebbe più leggera la nostra coscienza e quanto più pulito l’ambiente con una riduzione drastica delle polveri sottili nell’aria, se rinunciassimo a spostamenti meno importanti che non quelli lavorativi tipo uscire per andare al cinema, al ristorante, a scuola o all’università, per fare un giro in macchina con gli amici o in moto per godersi il panorama?
Quanto sarebbe meno inquinante e eco friendly rinunciare a vivere?
Le analisi di eco sostenibilità globale associata alla smart working sono frutto di ignoranza, superficialità o di malafede.
La drammatica verità che si cela dietro la roboante messa in scena dello smart working di massa nel mondo del lavoro italiano durante il 2020, sull’onda mediatica del terrore pandemico, è, come dimostrato, il tentativo di destrutturare il lavoro in tutti i suoi elementi costitutivi a partire dal lavoratore stesso che perde di fatto la sua identità sociale per mantenere solo quella legata alla produttività, passando per il discioglimento del tempo della vita privata del lavoratore e della privacy e che porta inevitabilmente alla destrutturazione di un’altra istituzione sotto attacco come la famiglia, per finire alla demolizione dell’istituzione formale e sostanziale del luogo fisico del lavoro e della socialità identitaria di classe.
Lo smart working è uno strumento subdolo per la distruzione della cultura del lavoro in Italia e distruggere il lavoro in una Repubblica fondata sul lavoro, significa distruggere la Repubblica.

Natale G. Calabretta