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Lunedì, 22 Luglio 2024

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È diventata definitiva l'assoluzione di Gianluigi Foschini, di 28 anni, accusato dell'omicidio del 73enne Francesco Macrì, avvenuto a Crotone nell'agosto del 2014. La Cassazione ha infatti confermato la sentenza emessa nel febbraio del 2021 dalla Corte d'assise d'appello di Catanzaro che ha scagionato il 28enne da ogni accusa.

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arresti eracles perseus ordine carcerazioneSono stati tutti rintracciati e arrestati i soggetti condannati nel processo Eracles-Perseus. La Polizia di Stato, infatti, nelle settimane scorse, dopo la pronuncia della sentenza della Corte di Cassazione, ha provveduto all’esecuzione degli ordini di cattura nei confronti dei 24 soggetti ritenuti esponenti delle cosche di ‘ndrangheta dominanti sul territorio di Crotone e provincia ancora a piede libero.
L’operazione Eracles fa riferimento a un’articolata indagine svolta da questa Squadra Mobile unitamente a personale del Servizio centrale operativo e della Squadra Mobile di Catanzaro, durata complessivamente quattro anni, che portò, la mattina del 7 aprile 2008 con il concorso anche delle Squadre Mobili di Bologna, Reggio Calabria e Roma, all’esecuzione di 38 fermi nei confronti di altrettanti soggetti facenti parte della potente cosca Vrenna-Corigliano-Bonaventura. Dopodiché, nei giorni successivi quella prima ondata di arresti, ne seguirono altri nei confronti degli altri esponenti dell’associazione criminale che si trovavano detenuti, per un totale di 55 indagati.
Nel mese di novembre dello stesso anno, scattava l’operazione “Perseus” nel corso della quale furono eseguiti 25 provvedimenti di fermo nei confronti di altrettanti soggetti ritenuti appartenenti alle cosche crotonesi Megna e Russelli di Papanice, capeggiate, al tempo, rispettivamente dai boss Domenico Megna e Pantaleone Russelli, protagoniste di una cruenta guerra di ‘ndrangheta con diversi omicidi eclatanti.
Nel corso delle indagini furono sottoposti a sequestro diverse attività commerciali, imprese individuali, immobili, terreni, autovetture e numerosi conti correnti bancari e postali per un valore complessivo di circa 50 milioni di euro nonché rinvenuti ben sei imponenti arsenali di armi e munizioni, anche da guerra, e un’intera piantagione di marijuana del valore stimato di 1.200.000 euro.
I condannati sono stati riconosciuti colpevoli, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, detenzione illegale di arsenali di armi da fuoco, estorsioni, danneggiamenti contro imprenditori locali, traffico di stupefacenti del tipo eroina, cocaina, hashish e marijuana, nonché interferenze illecite nella vita politica e amministrativa di questa città riportando condanne per oltre un secolo di carcere.

 

 

 

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maria vittoria arcuriROMA - Vittoria in Cassazione per Maria Teresa Arcuri, la dipendente dell'Inps - il cui caso è stato sollevato dalle 'Iene' - punita con sanzione disciplinare per aver osato chiedere alla Direzione centrale delle Risorse umane dell'istituto diretto da Tito Boeri l'accesso agli atti per conoscere "i requisiti e il percorso professionale" della sua dirigente, sospettando che non avesse sostenuto alcun concorso pubblico. La Suprema Corte non solo ha confermato l'illegittimità del rimprovero scritto - come stabilito dalla Corte di Appello di Catanzaro nel 2017 -, ma ha anche condannato l'Inps a pagare tutte le spese dei tre gradi di giudizio pari a quasi 20mila euro. Per gli 'ermellini', correttamente si è concluso "nel senso dell'assenza di profili di rilevanza disciplinare nel comportamento della dipendente, considerato anzi espressione dei generali doveri di cura del pubblico interesse cui i lavoratori pubblici dovrebbero sempre conformarsi". In pratica, gli statali hanno il diritto di sapere se i loro capi hanno le carte in regola o se hanno ricevuto un 'aiutino' per occupare la poltrona. Per tutti gli aspetti di rilevanza penale e contabile di questa storia 'opaca' gli atti sono stati mandati alle magistrature competenti. L'impiegata aveva chiesto lumi sulla sua 'capa' in quanto dal curriculum pubblicato sul sito dell'Inps - scrive la Cassazione - "si desumeva che la dirigente aveva ricoperto incarichi sia presso il ministero delle Finanze sia presso l'Inps in seguito ad una procedura di mobilità originata da una prima esperienza di dirigente presso il Consorzio tra i comuni della Provincia di Crotone, ente pubblico economico, cui si accede senza concorso pubblico". Maria Teresa non ebbe risposta dalle Risorse umane e allora si rivolse alla segreteria tecnica del Collegio dei sindaci dell'Inps e alla segreteria del magistrato della Corte dei Conti delegato al controllo sulla gestione dell'Inps. Dopo questi passi, all'impiegata arrivò una risposta dalla Direzione delle Risorse Umane che le negava l'accesso agli atti dicendo che non aveva un "interesse diretto, concreto ed attuale" idoneo a giustificare "l'accesso ai dati richiesti". Passa un mese e a Maria Teresa l'Inps ha contesta "la violazione del principio di correttezza verso l'Amministrazione per l'invio dell'istanza al collegio dei sindaci dell'Inps e al magistrato della Corte dei Conti delegato al controllo". "Al di là degli aspetti squisitamente penalistici, quel che è certo - conclude la Cassazione nel verdetto 28923 depositato oggi - è che la vicenda si caratterizza per la presenza di notevoli profili di illiceità che la Arcuri con la sua istanza di accesso agli atti voleva chiarire, mentre il rigetto dell'istanza e l'irrogazione della sanzione disciplinare risultano oggettivamente finalizzati ad occultare l'accaduto". (ANSA)

 

 

 

 

 

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corte cassazioneLa Suprema Corte di Cassazione ha annullato ieri con rinvio dinanzi al Tribunale della libertà di Catanzaro l'ordinanza che confermava l'applicazione della custodia cautelare in carcere nei confronti di Francesco Bonesse di Melissa. L’uomo era stato arrestato lo scorso 9 gennaio 2018 in Germania a Munsingen nell’ambito dell’operazione Stige e, nel mese di marzo scorso, era stato tradotto in Italia presso il carcere di Rebbia dov'è tutt'ora detenuto. Era stato arrestato con l'accusa di essere l'emissario della cosca Farao - Merincola in Germania. Allo stesso veniva contestata l'associazione mafiosa, il reato di concorrenza illecita con minaccia, il reimpiego di denaro sporco per la costituzione di un'attività economica denominata "Venere e Peperoncino", ed infine il reato di detenzione di armi comuni da sparo. In sede di Riesame, il Tribunale della libertà, accogliendo le tesi difensive dell'avvocato Giovanni Mauro, aveva già annullato il reato di concorrenza illecita con minaccia commesso in Germania. In particolare, era stato annullato il reato secondo cui Bonesse Francesco avrebbe imposto ai ristoratori italiani, calabresi e cirotani, che risiedevano in Germania, il monopolio dei prodotti semilavorati per pizza dell'azienda "Cuor di farina srl" e dal "MolinoCaputo di Caputo Amodio", attraverso atti di concorrenza sleale avvenuti con la minaccia di far parte del sodalizio ndranghetistico denominato "Locale di Cirò". Rimanevano ancora in piedi il reato di associazione mafiosa, di armi e il reimpiego di denaro illecito in attività economica. La Suprema Corte di Cassazione, accogliendo le tesi difensive degli avvocati Giovanni Mauro e Tiziano Saporito, ha annullato con rinvio la prendente ordinanza de Tribunale della Libertà di Catanzaro che aveva confermato la misura cautelare in carcere.

 

 

 

 

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toga riesameÈ tornato quest’oggi in libertà l’imprenditore 62enne Luigi Caputo detenuto dallo scorso 9 gennaio nel carcere di Siano a Catanzaro dopo essere stato raggiunto da misura cautelare nell’ambito dell’operazione Stige. Così come era avvenuto per il figlio Amodio lo scorso 9 giugno, la Procura generale della Corte di cassazione ha emesso oggi anche per il 62enne un dispositivo d’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere senza rinvio. La Cassazione ha quindi accolto quanto sostenuto dal collegio difensivo dell’imprenditore composto dagli avvocati Francesco e Giuseppe Barbuto, Vincenzo Maiello e Vincenzo Ioppoli che nel ricorso avevano tra l’altro sostenuto come il fatturato dell’azienda per la commercializzazione dei prodotti in Germania rappresentasse solo lo 0,5% di quello totale e come, questo, fosse documentato attraverso bolle di spedizioneri, autorità doganali, distributori e rivenditori, dunque non riconducibile ad attività in ''nero''. La decisone odierna della Cassazione annulla i pronunciamenti sulla custodia cautelare espressi in precedenza dal gip di Catanzaro, prima, e dal Tribunale della libertà dello stesso capoluogo, poi. L’imprenditore originario di Strongoli, assieme al figlio Amodio, erano stati colpiti da provvedimento perché accusati dalla Dda di Catanzaro di associazione mafiosa in quanto ritenuti gestori, per conto della cosca Farao-Mariconcola, di imprese che avrebbero monopolizzato il mercato dei prodotti semilavorati per pizza in Calabria ed in Germania con metodi mafiosi. L’avvocato Barbuto a nome del collegio difensivo ha commentato: «Con questo dispositivo, che rimette Luigi Caputo in libertà senza rinvio alcuno, viene restituita l’onorabilità delle aziende e dell’imprenditore che è riabilitato come ‘’sano’’ e non più come colluso. Inoltre – ha aggiunto il legale – la notifica del dispositivo cade in una data molto sofferta per la famiglia Caputo: fu proprio il 5 luglio del 1990, infatti, che un 16enne loro congiunto venne innocentemente trucidato a Strongoli durante la furia di un agguato mafioso. Questo viene a testimonianza anche del fatto che l’imprenditore, proprio in ragione di questo grave e inaccettabile lutto, ha da allora sempre ripudiato le logiche di questi ambienti».

 

 

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corte cassazioneLa Procura generale della Corte di Cassazione ha ordinato l’immediata liberazione di Amodio Caputo, imprenditore di 38 anni, che era stato sottoposto a misura di custodia cautelare nell’ambito dell’operazione “Stige”. La sesta sezione della Suprema corte, ha infatti annullato il pronunciamento del Tribunale delle libertà di Catanzaro dello scorso 30 gennaio che aveva già parzialmente annullato l’ordinanza, concedendo al 38enne i domiciliari. La Cassazione ha quindi accolto la tesi difensiva presenta nel ricorso depositato lo scorso 28 marzo dai legali Vincenzo Maiello, Vincenzo Ioppoli e Francesco Barbuto. Amodio Caputo, imprenditore originario di Strongoli, assieme al padre Luigi, erano stati colpiti da provvedimento perché accusati dalla Dda di Catanzaro di associazione mafiosa in quanto ritenuti gestori, per conto della cosca Farao-Mariconcola, di imprese che monopolizzano il mercato dei prodotti semilavorati per pizza in Calabria ed in Germania con metodi mafiosi. Accuse del tutto respinte dai legali che nel ricorso, attraverso una complessa analisi contabile e documentale, hanno evidenziato come le aziende “Molino Caputo” di Amodio Caputo e “Cuor di farina” di Luigi Caputo fossero state realizzate esclusivamente con l'impiego di denaro, mezzi e professionalità provenienti dalla famiglia. Tale tesi risulta ulteriormente suffragata, secondo i legali, dalla stretta interconnessione sussistente tra la ditta Molino Caputo e la Cuor di farina di Caputo Luigi della quale la prima è l'unica fornitrice. La Cuor di farina si occupa anche della commercializzazione all'ingrosso dei prodotti della Molino Caputo di Caputo Amodio. «Una simile interconnessione – spiegano i legali – mette in evidenza il fatto che le fonti finanziane impiegate per la costituzione delle società sono state reperite all'interno dei redditi del nucleo familiare, senza alcun contributo esterno come ricostruito dai consulenti di parte, tutti gli atti di gestione contabile ed amministrativa relativi alla Molino Caputo, sono sempre stati compiuti da Amodio Caputo senza l'intervento di terzi».

 

 

 

 

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