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Domenica, 14 Luglio 2024

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«Oggi sulla spiaggia di Cutro giace un altro relitto: sono le promesse naufragate dell'Europa dopo la tragedia di un anno fa. Sono i principi stessi di libertà, dignità e giustizia, divelti e abbandonati alla deriva, o condannati a incagliarsi nelle secche delle nostre coscienze assuefatte». Lo dichiara in una nota don Luigi Ciotti, presidente di Libera e del Gruppo Abele.

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Sabato, 19 Marzo 2022 18:55

CBD: la situazione in Italia e in Europa

Il tema della legalizzazione delle sostanze estratte dalla cannabis ha sempre rappresentato un argomento di grande attualità e ancora oggi, nonostante la situazione sembri stabile, continua ad essere al centro di diverse discussioni.

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Proseguiamo con la nostra rubrica settimanale, parlando di temi estremamente attuali, chiedendo come sempre il parere di Giuseppe Donnici, presidente dell’Associazione dei liquidatori giudiziali della provincia di Crotone.

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Proseguiamo con “il Salvagente”, la rubrica dedicata ai nostri lettori per chiarire e rendere accessibili a tutti, aspetti e temi di stretta attualità. A cura di Giuseppe Donnici, presidente dell’Associazione dei Liquidatori Giudiziali della Provincia di Crotone, che questa settimana compie un “tracciato” su quanto accadendo in Europa e su come le misure adottate potranno avere effetti benefici anche nei nostri riguardi.Avvocato, ieri si è riunito l’Eurogruppo. Potrebbe spiegare che cos’è?

E’ la riunione che, periodicamente, svolgono i ministri delle Finanze dei 19 paesi dell’Eurozona per discutere su temi di interesse comune, ovviamente nell’ambito economico e finanziario. Sinora ha svolto un ruolo preparatorio e propulsivo dei lavori dell’Ecofin che, invece, è l’adunanza plenaria dei 28 ministri delle Finanze dell’ Unione europea. Già da quanto detto, è possibile dedurre la portata delle decisioni dell’Eurogruppo che, per esempio in sede di Ecofin, si pone con una linea comune al cospetto dei Paesi che non fanno parte dell’euro zona. Questo atteggiamento ha degli effetti tangibili in relazione alle rispettive capacità contrattuali ed alla determinazione dei rapporti di forza tra l’euro e le altre valute, anche di altri continenti.

Che cosa hanno deciso? Ci sono buone notizie in arrivo?

Si è discusso, per la quarta volta, delle strategie da adottare per arginare la crisi provocata dalla pandemia. L’Italia è stata la prima a proporre soluzioni ispirate al senso di “solidarietà” tra gli Stati che dovrebbe caratterizzare ogni “Unione”. Poi, più o meno sulla stessa linea, si sono pronunciate Spagna e Francia. All’inizio, i paesi del nord Europa e la Germania hanno rigettato le nostre proposte senza, come nel caso dell’Olanda, aprire un dibattito interno imperniato alla comprensione del progetto. Per i sostenitori della linea del rigore, l’elevato debito pubblico Italiano è un “peccato originale” così grande da far sorgere una sorta di muro invalicabile tra gli stati presunti “virtuosi” del nord e tutti gli altri. Alla fine, pare che sia passata una linea che è la perfetta sintesi tra le richieste italiane, Francesi e Spagnole, ossia il Recovery fund.

Quali erano le proposte sul piatto? Cos’è il Recovery fund?

Il premier Spagnolo, Pedro Sanchez, ha subito puntato sulla trasformazione del Mes da "killer" istituzionalizzato dell’Unione europea a strumento per dare inizio alla resilienza economica. In pratica, l’atteggiamento della Spagna è andato subito nella direzione di disarmare il Mes, abolendo la licenza di uccidere che anche l’Italia gli ha conferito, per utilizzarlo senza condizionalità e con logiche nuove e rispondenti alla fase di emergenza attuale. La Francia, invece, ha coraggiosamente proposto i recovery bond, trovando una pacata resistenza da parte dei paesi del Nord e una mezza apertura da parte della Germania con la quale ha intavolato una trattativa che si è tramutata in una linea comune. Consideri che Francia e Germania sono i primi due Paesi dell’Unione. L’italia, invece, ha chiesto l’utilizzo di uno strumento che, al momento, ancora non esiste: i corona bond. Sussurrando, possiamo dire che l’Italia ha furbescamente chiesto "oro zecchino" al fine di ottenere un "utilissimo argento". In ogni caso, non credo sia questo il tono che si deve utilizzare nei tavoli europei.  

Quindi il recovery fund funziona diversamente dagli altri strumenti?

L’idea principale è stata quella di tranquillizzare gli oppositori cancellando l’idea di “mutualizzazione” del debito pregresso con una più nobile e meno impegnativa “condivisione del rischio futuro”.  Questo passaggio è stato determinante e il merito deve andare ai francesi e alla presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen. Il finanziamento del fondo dovrebbe avvenire mediante la raccolta di liquidità data dall’emissione dei recovery bond che sono titoli di debito comune. Ovviamente, è meglio non cantare vittoria troppo presto perché l’analisi del fabbisogno e l’approntamento delle relative risorse è stato demandato alla Commissione europea secondo un calendario già presente sui siti istituzionali. Un risultato, però, esiste già ed è un documento condiviso dai 27 Paesi membri circa l’istituzione del fondo. Gli impegni dell’Unione, però, non finiscono qui.

In che senso? cosa si sta preparando?

Si è discusso molto in questi giorni del Mes, il meccanismo europeo di stabilità. Personalmente ritengo che, prima di parlarne, sia opportuno capire che cos’è e a cosa serve, attingendo alle fonti istituzionali che possono essere facilmente reperite in rete. Iniziamo dicendo che, pur essendo regolato da normative internazionali, il Mes non è un mostro mitologico, ma una società di diritto speciale lussemburghese il cui capitale è in parte pubblico. L’Italia è uno dei soci fondatori ed è il terzo finanziatore, subito dopo la Germania e la Francia. Il Mes può prestare somme di denaro secondo due linee di credito, una prevista per i paesi che non hanno problemi di debito pubblico, e una prevista per quelli che ce l’hanno. Le modalità di restituzione del prestito variano a seconda del rating di chi percepisce le somme e, in alcuni casi, possono prevedere anche una ristrutturazione complessiva delle fonti del debito. Ecco perché la Grecia, che ne ha usufruito, ha dovuto licenziare migliaia di dipendenti pubblici così diventando il "cigno nero", l’esempio negativo dal quale fuggire. In questi giorni, però, la linea dell’Eurogruppo è andata verso la creazione di una terza linea di credito che preveda l’abolizione delle condizionalità apocalittiche previste per le altre due. La demonizzazione mediatica dello strumento, quindi, è basata sul nulla o su pregiudizi tesi a incoraggiare politiche interne sovraniste, per due motivi principali: il primo, perché non ha tenuto in considerazione l’eliminazione del patto di stabilità e crescita che, di fatto, ha già eliminato, alla fonte, i principali aspetti percepiti come vessatori dal sentire comune; e il secondo, perché non è in grado di sapere in anticipo come sarà strutturata la nuova linea di credito per la quale, al momento, è possibile solo sapere che non prevede condizionalità. Personalmente ritengo che sia un ottimo passo in avanti.

Nel frattempo, la nostra redazione riceve quotidianamente il grido di allarme delle associazioni di categoria che temono per la loro sopravvivenza...

La vicenda del Meridione d’Italia è complessa, e quella di Crotone lo è ancora di più. La dimensione Europea mette a disposizione una serie di opportunità che, però, devono essere colte. La dispersione del tessuto economico Crotonese, già flebile, sarebbe una vera tragedia. Ecco perché, già in precedenti interviste, auspicavo l’inizio di una nuova Primavera, un risveglio delle coscienze. E’ l’unico modo per uscire dal torpore malinconico in cui ci troviamo da 30 anni. Abbiamo le risorse da valorizzare, che cosa stiamo aspettando? Che qualcuno lo faccia al posto nostro? Ritengo che questa sia la strada migliore per sparire definitivamente dai radar della civiltà moderna e proseguire, mestamente, il nostro cammino verso il Medio evo.

Ha in mente delle ricette?

Nulla di speciale, o che non sia già stato pensato da qualche mente illuminata. Si parta dalla valorizzazione di quello che abbiamo. Non si abbandoni il centro cittadino, anzi, si creino degli strumenti per consentire a tutti di godere del salotto della città. Si sfrutti la meravigliosa primavera affinché, da spettacolo della natura, possa tramutarsi in opportunità di guadagno per tutti, senza intaccarne la bellezza e l’autenticità. Si utilizzino le risorse esistenti per iniziare ad ammirare alla luce del sole quello che abbiamo, da millenni, sotto i nostri nasi. Il volano economico prodotto dal turismo storico -  culturale in altre località italiane ha prodotto una rendita perpetua di cui godono e godranno le generazioni future. Questo ritengo che possa essere il principio di un nuovo inizio. La scelta del futuro è una responsabilità che ricade su di noi.

 

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Egregio Direttore,

affido alla sua testata una riflessione con l'intento non di difendere un Governo di cui non ne ho apprezzato la genesi e non ne condivido il procedere - anch'esso rissoso e privo di visione strategica - ma per provare ad essere oggettivi per come la situazione consiglierebbe.

L'accordo raggiunto nella serata del 9 Aprile dall'Eurogruppo ha generato un panico diffuso, propagatosi con la velocità che solo il mondo dei social, ormai Parlamenti virtuali, può sostenere e che mal si conciliano con le tempistiche necessarie per una più approfondita conoscenza dei fatti.

Il tutto, aggravato da una psicotica corsa alla critica e al "giustizialismo" politico ma senza una "Corte Suprema" in grado di emettere sentenze esemplari ed inappellabili.   

Bisogna premettere che l'accordo raggiunto dai Ministri delle finanze degli Stati membri, ha il solo scopo di indirizzare la discussione del Consiglio Europeo, presieduto dai Capi di Stato e di Governo, ai quali spetta la ratifica definitiva dell'accordo, le modalità di erogazione degli aiuti e le condizionalità di rientro del prestito.

Nessun Paese europeo, ad oggi, ha ratificato o accettato una qualsivoglia forma di accordo o di aiuto economico, si chiami esso Coronabond, Mes, Eurobond etc...

Quello che è certo, e per nulla scontato, viste le premesse, è una manovra europea da 1.000 miliardi di euro.

La discussione, come sappiamo, si è incentrata sui fondi da cui attingere queste risorse e che ha portato, purtroppo, ad una ennesima divisione dell'Europa che a definirla Unione si fa fatica.

L'Eurogruppo ha individuato tre fonti primarie: il SURE per il sostegno della cassa di integrazione, la BEI (Banca europea per gli investimenti) e il famigerato MES (Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria).  

E proprio l'utilizzo del MES ha provocato una bipartizione del vecchio continente.

I Paesi più ortodossi, come Germania e Olanda, vorrebbero un utilizzo del MES così come, oggi, è strutturato.

Questo ha generato le critiche e l'opposizione dei Paesi che maggiormente hanno subito l'orda del Covid-19 come Italia, Francia e Spagna, preoccupati non dalla dotazione economica del fondo, quanto dalle condizionalità di rientro del debito contratto che obbligherebbero, i Paesi creditori, a politiche di austerity che mal si concilierebbero con qualsiasi obiettivo di crescita economica soprattutto in una fase di crisi come quella attuale.

Di contro, la proposta lanciata da Parigi, e sostenuta da Italia e Spagna, è quella del Recovery Fund, un fondo finanziato da titoli in comune del valore di 500 miliardi di euro.

C'è da dire che un rifiuto delle proposte dei Paesi "mediterranei", e, una conferma del MES nella sua struttura originaria, eccetto per le spese sanitarie dirette e indirette, limiterebbe notevolmente la possibilità di attingere agli aiuti comunitari giacché, il ricorso al Mes, è arbitrario e a discrezione dei Paesi richiedenti.

In tal senso, il Premier Conte si è già espresso, con tono severo, su una possibile richiesta di accesso al fondo.

Spetterà ai Capi di Stato, come già detto, qualsiasi decisione e accordo che richiederà, comunque, un passaggio nei rispettivi Parlamenti per il varo della manovra proposta dal Governo.  

In attesa che il Consiglio Europeo si riunisca e decida sul futuro di questa crisi, è evidente che l'Unione europea si trova difronte ad un bivio.

Le diverse vedute, frutto di una evidente parzialità rispetto ad un progetto comune, ma anche rispetto ad un passato recente, rischiano di far capitolare l'Europa nel baratro del fallimento.

E che fallimento!

Si potrebbe rievocare l'accordo sul "debito di Londra", firmato nel febbraio del 1953, con il quale veniva cancellato circa il 50% del debito contratto dalla Germania durante il secondo conflitto mondiale.

Ma ancor più significativa è la crisi economica che ha interessato tutto il mondo nel 2008, la crisi dei mutui "sub-prime" originatasi negli Stati Uniti.

La bolla speculativa scoppiata a Wall Street e il fallimento di importanti Istituti di credito ha portato al collasso dell'economia mondiale.

Le maggiori potenze industriali si mobilitarono per limitare i danni e ridare impulso vitale alle proprie economie.

Le strategie e le "cure" messe in campo dai diversi poli economici hanno prodotto un mondo a tre velocità, come emerso dal rapporto del Fondo monetario internazionale pubblicato nell'Aprile del 2013.

Negli Stati Uniti, Barack Obama, eletto da poco, diede vita ad una straordinaria manovra espansiva, attuando la "politica dei due tempi", in sinergia con la Federal Reserve.

Nel gennaio 2009, infatti, venne approvato un piano di investimenti pubblici da 800 miliardi di dollari.

Contestualmente, Ben Bernanke - allora Presidente della Fed - sperimentò una politica monetaria innovativa, ribattezzata come "quantitative easing".

Nel triennio 2010-2012, la Fed acquistò oltre 2.300 miliardi di dollari tra Bond del Tesoro e obbligazioni di imprese e istituti di credito immettendo, sul mercato, una smisurata quantità di liquidità e favorendo l'accesso a prestiti da parte di imprese e famiglie.

Nel 2012 gli Stati Uniti "producevano" nuovi occupati con il ritmo di 150.000 unità al mese, con una crescita del Pil del 3,1 %.

Il principio che sorresse la politica dei due tempi di Obama fu semplice.

Alla depressione economica, la risposta più esaustiva consistette in una prima fase di politiche espansive (Obama permise che il rapporto Deficit/Pil salisse sino al 12%) per ravvivare il tessuto produttivo e generare milioni di posti di lavoro e, una seconda fase, per il risanamento dei conti pubblici, ripartendo l'onere su una platea fiscale più ampia.

Alla crisi del 2008 l'Europa invece, rispose con la convinzione, made in Germany, della necessità di un liberismo puritano, una politica di Austerity che lega la crescita economica di un Paese ad una attenzione ai conti pubblici.

Un'assurdità, come confermato dai risultati, in un periodo di straordinaria crisi economica e di incontrollata emorragia occupazionale che ha imbrigliato la crescita europea, ben distante dalle competitor d'oltre oceano.

E mente gli Stati Uniti - e i poli asiatici- crescevano a ritmi straordinari, l'Europa rimaneva indietro, e, anche il tentativo di Mario Draghi, allora Presidente della Bce, nella sua politica di emulazione del collega Bernanke, non ebbe i risultati sperati, giacché la liquidità emessa dalla BCE andò sì nelle casse delle banche ma lì vi rimase.

Non ne fu toccata, invece, come avvenne negli Usa, l'economia reale, quella dei prestiti a tassi agevolati alle imprese, quella dei mutui per la prima casa, quella dei prestiti per l'acquisto di una automobile.

Una strategia sconfessata da tutti gli indici economici e di benessere che ha prodotto una disuguaglianza crescente tra i Paesi membri e favorito una torva e disordinata avanzata di forze populiste e sovraniste e loro comprimari.

Perseverare nelle logiche del passato sarebbe diabolicamente sciocco e porrebbe una pietra tombale sul progetto europeo e un europeista, "consapevolmente critico", come il sottoscritto, non potrebbe far altro che prenderne atto.

La speranza, flebile ma ancora viva, è quella di essere smentito.

Alessio Critelli

 

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