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Domenica, 25 Settembre 2022

PRIMO PIANO NEWS

«Queste settimane sono state condotte dal sottoscritto, e da tutti, al insegna del dialogo e dell'ascolto e non delle esternazioni estemporanee». Il sindaco di Crotone, Vincenzo Voce, mette un punto in merito alla crisi in atto nella sua maggioranza.

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«Consapevolezza e responsabilità hanno da sempre caratterizzato il nostro modo di agire». Con questo incipit in una lettera aperta, i consiglieri comunali di “Un'altra Crotone”, Nicola Corigliano e Vincenzo Familiari, annunciano il loro ritorno in organico alla maggioranza, ma con riserva.

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Tra favorevoli e contrari si scommette sullo scioglimento anticipato del consiglio comunale di Crotone. Soprattutto sui social si è scatenata la bagarre. I social, però, non fanno testo perché quello che conta è la volontà della maggioranza del consiglio comunale.

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«In questi giorni ho volutamente mantenere uno stretto riserbo rispetto alla crisi politica che non nego ci sia». Dopo un lungo silenzio, il sindaco di Crotone Vincenzo Voce ha scelto di affidare a una nota stampa le sue riflessioni.

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«Oggi si terrà a Montalto Uffugo il Consiglio comunale – informa l’Amministrazione di Crotone – nel corso del quale è previsto all'ordine del giorno la discussione sulla problematica Abramo customer care».

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Inauguriamo oggi una nuova rubrica settimanale della ProvKR che chiameremo “il Salvagente” e che tratterà temi attuali di carattere economico, sociale e finanziario riguardanti il nostro territorio, ma anche il contesto europeo e mondiale. Attraverso le spiegazioni di soggetti altamente specializzati, cercheremo di rendere comprensibili a tutti concetti e questioni che ci riguardano. Visto il grande successo avuto dalla precedente intervista, iniziamo il nostro nuovo servizio ai lettori partendo da Giuseppe Donnici, presidente dell’Associazione dei liquidatori giudiziari della provincia di Crotone.

Avvocato, l’attuale crisi economica provocata dalla pandemia Covid-19 ha degli elementi in comune con la crisi economica mondiale del 2007/2008?

Per poter comprendere appieno cause, effetti e possibili rimedi della crisi attuale, è giusto esaminare e comprendere cosa successe nel 2007 e, se esistono dei punti in comune, replicarli immediatamente. Certamente è possibile un paragone in termini di conseguenze disastrose per l’economia e in relazione alle possibili politiche economiche per uscirne fuori. La genesi delle crisi, però, è diversa. Quella del 2007 nacque negli stati Uniti per poi espandersi al resto del mondo nel quinquennio 2008 – 2013. Tutto iniziò dalla bolla speculativa generata da un "turbo-mercato" immobiliare che, pur considerato da alcuni l’esatta specificazione dell’American dream "reganiano", portava in sé un grave peccato originale: i mutui subprime, ossia quei prestiti concessi a soggetti, privati e non, per i quali non era possibile costruire una storia di merito creditizio a causa di insolvenze pregresse, perché in una fase di start-up o per altri motivi. La bolla immobiliare ha innescato un forte innalzamento dei prezzi degli immobili, provocando un conseguente forte indebitamento dei soggetti che, per esigenze di vita o commerciali, dovevano acquistarli. La crescita dei prezzi ha, a sua volta, causato un forte indebitamento dei beneficiari dei mutui che, ben presto, ha raggiunto il punto di non ritorno. Così, in poco tempo, sono stati pignorati un milione e seicentomila immobili. La crisi, da economica, divenne anche sociale.

Perché la crisi del 2007, partita dagli Stati uniti è, poi, divenuta mondiale? E’ possibile che questo meccanismo pervasivo si verifichi anche oggi?

E’ certamente possibile a causa dei meccanismi di contagio tipici della moderna economia di mercato basata principalmente sullo scambio di valori, prima ancora che di beni. In estrema sintesi, nel 2007, le banche coinvolte, per cercare di smorzare gli effetti connessi al mancato rientro di questi prestiti, decisero di ripulirsi vendendoli a terzi che, a loro volta, li rivendevano ad altri soggetti, anche privati. Ovviamente, chi acquistava i derivati dei mutui subprime, lo faceva perché voleva lucrare un margine sull’acquisto fin quando, però, a causa della crisi, nel frattempo propagatasi in altri settori dell’economia, il sistema divenne pericoloso e poco redditizio. Questo meccanismo di rivendita dei “titoli tossici” ha prodotto una veloce espansione degli effetti negativi. La crisi, quindi, inizialmente circoscritta al solo ambito bancario/finanziario del comparto immobiliare, in poco tempo ne ha superato i confini. Da qui, il salto verso altri continenti, a causa delle inevitabili cointeressenze finanziarie, è stato molto breve.

Come si affrontò quel periodo di crisi? Gli strumenti dell’epoca, possono essere utilizzati anche oggi?

La domanda ci consente di fare un salto temporale ai giorni nostri. Nel 2009 gli strumenti propri dei mercati si rivelarono insufficienti se posti al cospetto del danno a cui porre rimedio. Anzi, in alcuni casi, si rivelarono addirittura dannosi, perché comportarono il contagio di altri settori strategici dell’economia che entrò, quindi, in una grave fase di recessione. Appurato, quindi, che gli anticorpi propri del mercato non funzionavano, è intervenuto il governo degli Stati uniti con una massiccia iniezione di liquidità che corroborò i tessuti vitali dell’economia. Fatte le dovute proporzioni, la stessa cosa sta accadendo in questo momento. Trump, infatti, ha deciso con i suoi economisti, di mettere in atto la cosiddetta "Helicopter Money", ossia una politica economica che prevede l’immissione di liquidità nel sistema come se i soldi piovessero dal cielo. La Banca centrale stampa moneta che viene girata direttamente ai cittadini, senza passare da complicati meccanismi distributivi che neutralizzano uno degli elementi essenziali della strategia: la velocità. Il paradigma è semplice: se la crisi è oggi, prima immetto liquidità nel sistema, prima innesco i circoli virtuosi che ne sterilizzano le conseguenze negative; se, invece, attendo, non solo sarà necessaria una immissione di liquidità superiore, ma avrò anche meno certezze sulla riuscita dell’intera operazione. Ovviamente, questo è possibile perché gli Stati uniti esercitavano, ed esercitano, la sovranità sul dollaro; noi, invece, non possiamo esercitarla sull’euro.

Siamo arrivati al punto dolente. Quello che sta avvenendo tra i leader europei ci lascia un po’ perplessi. Perché, ancora, non è stata adottata una strategia comune di risposta alla crisi generata dal Coronavirus?

Per una questione di carattere strutturale: l’Europa non è uno stato federale. Ne discendono una serie di conseguenze che, ci stiamo accorgendo, non hanno solo un carattere “metafisico”, ma anche pratico, mi riferisco, per esempio, alle maggioranze necessarie per scegliere le politiche economiche di salvataggio; oppure, sebbene qualcuno cerchi di veicolare un messaggio diverso, l’impossibilità di utilizzare alcuni strumenti, tipo il Mes, perché strutturato per gestire altri tipi di problematiche e totalmente inadeguato al raggiungimento di una complicata mission che prevede la sterilizzazione dei danni economici prodotti dal coronavirus e, contemporaneamente, la creazione dei presupposti per un nuovo rinascimento economico. Altre cause, non del tutto indipendenti dalle prime, sembra che siano ascrivibili ad insensate prese di posizione di alcuni stati, ancorati alla necessità di soddisfare poco nobili bisogni di politica interna. In ogni caso, gli uni e gli altri, provocano una penosa perdita di tempo e di fiducia nell’Europa.

A sopperire alla mancanza di risposta Europea, pare che gli Stati Uniti e la Cina stiano facendo a gara per aiutarci. Qual è il messaggio che dobbiamo cogliere?

Già nella precedente intervista facevo riferimento al nuovo ordine geopolitico mondiale. La Cina sta investendo un fiume di denaro e di risorse umane in quasi tutti i paesi dell’Africa, anche quelli più prossimi all’Italia, tipo Libia, Marocco, Egitto, Tunisia, Algeria. Circa un milione di cinesi si sono trasferiti in Africa dove hanno già costruito strade, scuole, palazzi, cose tangibili ed idonee a conquistare il consenso dei popoli a dispetto delle mere cooperazioni instaurate dagli stati occidentali che hanno prodotto valore e ricchezza per pochi. In pratica, il volume d’affari tra la Cina e l’Africa ha consentito alla prima di essere il primo partner commerciale della seconda degli ultimi 10 anni. Parliamo di un giro di affari di circa 300 miliardi di dollari all’anno. Il meccanismo è semplice: la Cina investe, gli Stati africani non possono restituire il prezzo degli investimenti e, quindi, sono costretti a cedere i beni ed affidare i servizi a chi li ha costruiti. Nella sostanza, lo stesso discorso vale con lo sfruttamento delle materie prime. La Cina, insomma, oggi è meno lontana di quello che si pensi. Anzi, è affacciata, con forza crescente, alla finestra con vista sul Mediterraneo. Tutto questo, sollecita gli Stati uniti, che vedono nella Cina un concorrente in grado, sempre di più, di attrarre investimenti. L’italia, in questo divenire, è il paese più vicino alle due potenze mondiali non solo per ragioni geografiche, ma, con riferimento agli Stati uniti, anche storiche e culturali. Ecco perché il presidente Trump ha emanato un Decreto presidenziale, visibile sul sito ufficiale della Casa bianca, con il quale, utilizzando parole di "zucchero" nei confronti degli italiani, ha autorizzato la sua amministrazione a sostenere la ripresa economica dell’Italia. Consideri che "di stanza" in Italia abbiamo 30.000 soldati americani, tutti iscritti al libro paga degli Stati uniti.  

Quali sono, quindi, gli scenari che si delineano per l’Italia? Quale ritiene possa essere l’insegnamento che potrà trarsi da tutta questa vicenda?

Innanzitutto che l’Italia non è affatto la cenerentola che qualcuno vuole dipingere. Il debito pubblico che ci viene rinfacciato non è il male, ma la cura, se gestito "cum grano salis". Lo ha, di recente, affermato il professor Romano Prodi, un padre fondatore della Comunità europea. Lo stesso discorso può essere replicato per la provincia di Crotone. Se potessi chiudere gli occhi ed esprimere un desiderio, vorrei che si ripresentassero le occasioni avute 30 anni addietro quando l’aeroporto di Crotone doveva essere la punta di diamante dell’aviazione degli Stati uniti nel Mediterraneo. Consideri che, all’epoca, erano previsti stanziamenti per 500 milioni di dollari e l’arrivo di un contingente di 15mila uomini con relativi redditi al seguito. Poi, però, è caduto il muro di Berlino, la guerra fredda è finita, e, di conseguenza, l’Italia non ha più avuto quell’appeal necessario per concludere l’operazione che, nonostante le insistenze del Pentagono, rimase lettera morta.

Possiamo affermare, quindi, che trenta anni dopo, siamo di nuovo oggetto delle attenzioni mondiali? Che cosa potrebbe significare tutto questo?

Che, mi auguro molto presto, potremo dire anche noi: “e quindi uscimmo a riveder le stelle”.

 

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