Venerdì, 14 Agosto 2020

 

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Proseguiamo con la nostra rubrica settimanale, parlando di temi estremamente attuali, chiedendo come sempre il parere di Giuseppe Donnici, presidente dell’Associazione dei liquidatori giudiziali della provincia di Crotone.

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Nel 1861 si compì l’unificazione dell’Italia dopo tre guerre d’indipendenza e, a seguire due guerre mondiali; e, nonostante siano trascorsi 150 anni dal Risorgimento Italiano, le luci e le ombre su questo processo non hanno risolto le disparità sociali ed economiche delle varie regioni. Oggi, come ieri, nel panorama italiano assistiamo alla presenza di due Italie. Un nord avanzato ed economicamente sviluppato come non mai e, al contrario, un Mezzogiorno che arranca, con un gap sempre più ampio rispetto a quella parte d’Italia proiettata nel panorama industriale Europeo.

Agli inizi dell’unificazione bisogna dire che, le differenze economiche, sociali e culturali esistevano già, ma le disparità non erano così ampie, tanto da far ritenere che esse sarebbero state colmate negli anni a seguire.

Il sud, prima dell’unificazione, aveva una economia sviluppata per quei tempi. Aveva manifatture di ogni genere, una siderurgia molto avanzata alle esigenze del suo territorio, un patrimonio culturale enorme, aveva la prima ferrovia la Napoli-Portici, anche se limitata a pochi chilometri per servire al sollazzo della casa regnante nella stagione estiva e per altri scopi, si era, infine, dotato della regia imponente di Caserta con lo sfarzo pari o superiore alle case regnanti europee.

Insomma, il sud non aveva nulla da invidiare ai vari territori del nord, ma il sentimento di avere un’unica patria a dispetto di tanti statarelli disseminati nel resto d’Italia, dopo alcuni tentennamenti, si aderì alle battaglie per l’unificazione dell’Italia. I Piemontesi, colsero l’occasione per ingrandire il loro regno cosiddetto di Sardegna, si gettarono nella mischia e furono riconosciuti i reali della nuova Italia.

Il sud, dall’unificazione ha perso molto del suo patrimonio che aveva a causa della predazione da parte dei piemontesi che smontarono ogni complesso industriale e bancario portandolo al nord. Questa è storia di come si concluse l’unificazione del nostro paese.

Tuttavia, occorre ammettere che le classi sociali si sono modificate in meglio, perché a partire dalla seconda metà del novecento Il nord Italia, avanzato, sperimentava uno sviluppo economico senza precedenti, tanto da richiamare milioni di persone che emigravano dal meridione verso, come si diceva allora, il triangolo industriale, costituito dai territori di Milano, Torino e Genova, il cui sviluppo industriale sembrava inarrestabile.

Lo spopolamento massiccio del meridione lo ha sempre più impoverito e i nativi rimasti in quelle terre, grazie al progresso tecnologico e all’invettiva industriale, anche in questa parte d’Italia si è ridotta l’endemica povertà e arretratezza ma, non a livelli sufficienti per avvicinarli agli standard economici dell’altra parte d’Italia e dell’Europa.

Il contrasto che vede il nostro paese a sedere fra le sette potenze mondiali, il cosiddetto G7, è vero che ci deve inorgoglire come nazione per lo scenario internazionale in cui siamo proiettati, ma allo stesso tempo deve far riflettere, in quanto il meridione è ancora inchiodato al deficit economico e infrastrutturale e che senza le quali esso non decollerà mai abbastanza.

Gli economisti dicono che, se il mezzogiorno sarà messo in condizioni di marciare a ritmi più dinamici, il paese, in generale, si avvantaggerà dell’apporto che esso potrà dare in termini economici e di potenziamento industriale.

Al momento, però, non è cosi, e lo scenario attuale suggerisce di osservare le trasformazioni culturali inevitabili avvenute all’interno della società italiana.

Questo raggiunto benessere economico ha fatto pagare un prezzo in termini di comportamenti culturali, che hanno inciso a modificare i dogmi tradizionali dei rapporti interpersonali nella società italiana.

Ad esempio, consideriamo la famiglia ritenuta da sempre la prima cellula umana composta da padre, madre, e prole, e, oggi, al contrario, si fa sempre più avanti un modello di famiglia composta da individui dello stesso sesso, che pretende il diritto all’adozione di figli estranei alla coppia o addirittura formata da un genitore inseminato da persona anonima. Questa degenerazione culturale mina l’assetto naturale della famiglia, creando un capovolgimento di ciò che la natura ha deciso per tutti gli esseri viventi: la distinzione dei sessi necessari alla procreazione.

Dunque, soggetti dello stesso sesso che pretendono in nome di un malcelato diritto democratico di avere una vita propria senza pregiudizi, appare sacrosanto, ma allo stesso tempo non si può pretendere di sostituirsi o comunque allinearsi alla famiglia naturale, che rimane l’unico caposaldo di tutta l’umanità.

Inoltre, bisogna dire che in ogni società si verificano dei cambiamenti, per cui le trasformazioni etiche e morali fanno parte della storia dell’umanità.

Ad esempio nel mondo della scuola si può notare come siano cambiati i rapporti fra docenti, studenti e famiglie. Una volta la figura dell’insegnante aveva un prestigio morale altissimo nella società, perché tutti erano e sono tutt’ora consapevoli che la divulgazione del sapere è indispensabile per lo sviluppo civile, culturale e di maturazione della personalità di ogni cittadino.

Oggi, si assiste ad un fenomeno in cui la figura dell’insegnante viene messa in discussione, minando così l’attività educativa e disciplinare del docente. Infatti, la cronaca nazionale riporta molto spesso, perfino delle aggressioni fisiche e verbali da parte di genitori e di alunni nei confronti dell’insegnante, perchè si vuole dettare al docente, non solo il giudizio sul profitto scolastico, ma addirittura ci si vuole intromettere a stabilire la metodologia didattica, in nome di una presunta democratizzazione della scuola.

Mi verrebbe da dire “povera scuola”! massacrata sia dal punto di vista dei programmi curriculari sia dalle varie riforme succedutesi negli anni, che hanno finito di immiserire sempre più l’offerta culturale e formativa che essa elargisce agli studenti.

L’università, poi, una volta ritenuta tempio del sapere massimo, fucina delle classi dirigenti del paese, oggi appare svuotata, vuoi per la scarsità d’investimenti, vuoi che i cosiddetti “baroni”, cioè il nepotismo esercitato dai cattedratici che nominano, a loro discrezione, parenti o persone non sempre all’altezza della disciplina cui vengono chiamati ad assolvere ad onta della meritocrazia.

D’altronde i giovani d’oggi, per loro fortuna, non hanno vissuto le ristrettezze economiche del secolo scorso, essi sembrano di non comprendere che, l’affermazione nella vita comporta sacrificio e impegno. Essi sono inseriti in una società cosiddetta del “benessere” dove sembra tutto facile, dove quasi tutto è dovuto, a differenza dei giovani predecessori che hanno vissuto sulla loro pelle la tragedia della guerra e del dopo guerra la povertà, ma, malgrado i limiti vissuti, hanno saputo rendere grande questo paese.

D’altronde, bisogna pure dire che, l’impetuoso e disordinato sviluppo economico dell’Italia, ha sì emancipato le masse contadine trasformandole in proletariato industriale, ma anche provocato il quasi spopolamento delle campagne a scapito della produzione agricola e zootecnica.

Oggi il mondo è attraversato da tanti conflitti e sembra immemore dell’atrocità della II^ guerra mondiale, che tanti lutti ha prodotto per via dell’odio verso il diverso ritenuto, a torto, culturalmente inferiore, tanto che oggi assistiamo ad un rigurgito dell’antisemitismo, cioè l’odio nei confronti degli ebrei, dimenticando quanto questo popolo ha sofferto l’orribile e folle ideologia nazista con i campi di sterminio, in nome di una presunta superiorità razziale.

Il mondo sembra aver dimenticato gli orrori e le persecuzioni della guerra dove era sparita l’umanità nei confronti di popoli ritenuti inferiori e perciò meritevoli di essere eliminati.

Questi delitti contro l’umanità, purtroppo, si sono consumati con la complicità e l’indifferenza della maggioranza di un popolo incurante delle sofferenze delle persone e dei patimenti di genitori separati dai loro figli ancora bambini che venivano avviati a morire nelle camere a gas.

Il mondo libero, in principio, non ha avvertito il pericolo che già si intravedeva nella propaganda ideologica nazista e solo con colpevole ritardo, si intervenne e fu posto fine all’immane tragedia, al prezzo di milioni di morti.

Paradossalmente, finita la guerra i nemici di allora sono diventati amici e alleati, e gli amici di un tempo sono diventati nemici. Oggi, a dispetto del passato, nel mondo, di nuovo sembra affiorare quella insana ideologia e le autorità dei vari governi, con colpevole tolleranza, non intervengono adeguatamente a debellare il virus che contamina le giovani generazioni per evitare di commettere gli stessi errori del passato.

Sono trascorsi 75 anni da quei tragici eventi e ancora adesso si tende a negare i crimini commessi da quella banda di criminali colpevole di tanta atrocità. E’ veramente desolante assistere a questo inverecondo dibattito sulla negazione della “Scioà”. Non si porta rispetto a quei milioni di persone uccise dalla follia omicida della banda nazi-fascista.

L’odio è un sentimento che alberga negli animi di alcuni o forse troppi soggetti e che oggi si riversa sulle masse di disperati che approdano sulle nostre coste, la cui colpa è di appartenere a nazionalità di paesi ritenuti diversi e contaminanti per la nostra cultura.

E cosa dire che ancora oggi in Italia alcuni partiti di regioni economicamente più sviluppati, vogliono mettere in discussione la stessa unità nazionale, dimenticando che questo livello di agiatezza raggiunto è merito anche di quelle masse di uomini del mezzogiorno sradicate dai loro paesi e richiamate dalla chimera di un lavoro dignitoso, contribuendo così all’affermazione economica dell’Italia nel mondo.

Oggi, questa orda di barbari, senza pudore e con tanta arroganza, cerca di demolire il sentimento della patria.

L’odio e l’intolleranza, tuttavia, non è patrimonio solo dei suprematisti occidentali ma, anche di quei paesi orientali che, in nome di una presunta superiorità ideologica religiosa e altro, sono capaci di compiere ogni attentato terroristico contro persone inermi, seminando morte e distruzione, e gli autori criminali e fanatici si convincono di farsi saltare in aria, perché cosi vuole “Allah”, e che, in cambio del loro sacrificio avranno in premio il paradiso con quaranta vergini.

Ora questi uomini invasati dalla insana ideologia religiosa oscurantista, che propugna la guerra santa nei confronti del mondo occidentale con inaudite stragi, perché colpevole, a loro dire, di adottare usi e costumi contro la morale e la licenziosità dei loro comportamenti, e quindi meritevole, a loro parere, di essere annientato e di far sventolare la bandiera dell’Islam sui nostri territori per salvare il mondo dai miscredenti.

E’ veramente incomprensibile questo delirio ideologico che, se non fosse tragico sarebbe totalmente risibile, tanto da offendere l’intelligenza umana. Infatti, la strage delle torri gemelle a New York, è figlia della cultura oscurantista di questa parte del mondo che non ha ancora vissuto l’emancipazione culturale di questo millennio, ma, al contrario, fa riferimento ad un “Medio Evo” non ancora superato.

D’altronde, in questo mondo interconnesso, fatto di scambi di uomini, di merci, di rapporti fra persone di ogni parte del mondo e di uno sviluppo tecnologico avanzatissimo, con una obsolescenza così breve, che non si fa in tempo ad usare un nuovo prodotto, che subito viene superato da un’altra innovazione, e, paradossalmente a questo scenario moderno fatto di conquista dello spazio con sbarco di astronauti sulla luna e di navicelle sugli altri pianeti, e, invece, in questi paesi vige l’arcaica e selvaggia usanza della lapidazione, specialmente nei confronti delle donne, magari accusate di adulterio, oppure esse vengono frustate perché colpevole di non coprirsi adeguatamente con quelle tuniche nere tutto il corpo, lasciando intravedere solo gli occhi, o di circolare per le strade senza essere accompagnate dal proprio uomo. In sostanza viene riservata loro una esistenza di schiavitù e di totale soggezione all’uomo.

Roberto Trevisi

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Nella nostra rubrica settimanale chiediamo a Giuseppe Donnici, presidente dell’Associazione dei liquidatori giudiziali della provincia di Crotone, di addentrarci, con semplicità e chiarezza, su alcune questioni oggetto di grandi discussioni in questa settimana.

Avvocato, in questa settimana abbiamo saputo che il rating dell’Italia è stato declassato da una nota Agenzia. Che cos’ è il rating? Cosa sono le Agenzie di rating? Perché sono così importanti?

Le società di rating vendono informazioni sull’affidabilità dei soggetti a cui decidiamo di affidare il nostro denaro con il fine di riaverlo, dopo un determinato periodo di tempo, maggiorato di interessi. Gli Stati beneficiano di un buon rating se, dall’analisi di determinati parametri, si evince che hanno la concreta possibilità di sostenere i propri debiti alle scadenze previste. A seconda di questa capacità, viene assegnato un codice, generalmente composto da 3 lettere, in virtù del quale è possibile distinguere facilmente i “bravi” dai “cattivi”. Per fare un esempio, possiamo dire che la Svizzera gode dell’indice massimo di affidabilità, alla Grecia, invece, a causa delle note vicende, è stato assegnato quasi il minimo. A questa classificazione si aggiunge un ulteriore giudizio prospettico denominato “outlook”, che può essere negativo o positivo a seconda dei potenziali scenari economici ipotizzabili in quel settore in un determinato periodo di tempo. Il rating, quindi, è importante perché qualsiasi investitore avveduto affida le proprie risorse a chi dimostra maggiori capacità di sviluppo e tenuta della propria economia e non a chi, invece, mostra prospettive di declino.

Perché l’Italia è stata declassata?

Le ragioni, secondo me, sono ascrivibili a due fattori. Il primo è storico e riguarda il debito pubblico accumulato in decenni di gestioni poco lungimiranti. Questo peso è diventato ancora più percepibile quando siamo entrati a far parte della zona euro poiché la necessità di allineamento economico tra gli stati ha comportato il necessario “denudamento” delle varie economie. Se il mio destino è strettamente connesso a quello del mio vicino, è meglio non tradirsi a vicenda, altrimenti ne pagheremo entrambi le conseguenze. Il secondo fattore, aggravato dal peso del primo, è ascrivibile alla pandemia. Il lockdown ha messo in evidenza tutte le patologie di uno stato che già si trovava in difficoltà economica e che, da troppo tempo, attende una seria politica fiscale che vada a beneficio della domanda interna. Banalizzando il concetto a beneficio di tutti, possiamo dire che se i cittadini italiani non hanno i soldi nel portafogli, non si può pretendere che gli acquisti aumentino all’interno del nostro territorio. In ogni caso, il declassamento è stato effettuato da una sola Agenzia di rating (Fitch) sulle quattro cui è demandata l’analisi e non è detto che gli investitori non scommettano più sul nostro paese anche in caso di ulteriori notizie negative da parte della altre Agenzie. Le valutazioni, infatti, partono da presupposti parzialmente diversi e, generalmente, chi investe fa una media tra tutti i responsi forniti. In più, la storia ci insegna che, qualche volta, possono essere sbagliati. Una nota Agenzia, per aver gonfiato le valutazioni relative ad obbligazioni legate ai mutui ha pagato al governo degli Stati uniti quasi due miliardi di dollari a titolo di risarcimento danni.

Un altro argomento attuale riguarda la sentenza della Corte costituzionale tedesca. Può spiegarci meglio la vicenda? perché è importante per l’Italia una sentenza emessa da un Giudice straniero?

Tutto ha inizio nel 2015 quando Mario Draghi, all’epoca presidente della Bce, diede inizio ad un programma di acquisto di titoli pubblici, denominato quantitative easing, per diverse centinaia di miliardi di euro, giustificando tale operazione come necessaria per la salvaguardia della moneta unica. Secondo alcuni analisti e giuristi tedeschi questa attività era potenzialmente inquadrabile come politica economica illegittima poiché in violazione di norme contenute nei trattati internazionali, compreso quello che ha consentito l’istituzione della Bce. L’effetto prodotto da questa politica monetaria è andato a beneficio dei paesi più indebitati, tra cui l’Italia, cha hanno visto una forte iniezione di liquidità nel proprio sistema.  E’ stato chiesto, quindi, alla Corte costituzionale di pronunciarsi sul punto partendo dal presupposto che, gran parte dei soldi che la Bce ha investito per comprare i titoli pubblici, sono della Bundesbank, che, ricordiamolo, è la Banca centrale tedesca ed il principale detentore delle quote di capitale della Bce. La sentenza, il cui testo è rinvenibile in rete in tedesco ed inglese, ha concesso alla Bce novanta giorni di tempo per dimostrare la legittimità del suo operato rispetto alle presunte violazioni dei trattati internazionali, in caso di esito negativo, la Bundesbank non potrà più partecipare a politiche monetarie “non convenzionali” tipo quella del 2015.  E’ questo il motivo per il quale gli effetti di questa sentenza superano l’ambito territoriale Tedesco ed arrivano sino a noi.

Come si concluderà questa vicenda?

Se la Bce non dovesse dare giustificazioni plausibili, e la Bundesbank non potesse partecipare più a questo tipo di politiche economiche, possiamo dire che, in un colpo solo, abbiamo perso il nostro socio più ricco e la speranza che il cinismo tipico dell’alta finanza non abbia intaccato valori importanti come la solidarietà tra gli stati. Mai come ora ne avevamo bisogno.

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