Lo scrigno di Davy Jones: la vertigine dell’ignoto
Giusfredi e Villa chiudono la vicenda di Y’ha-n-thlei; Burattini e Sedioli riportano Zagor verso i conflitti della frontiera.
Lo scrigno di Davy Jones, albo mensile n. 735, in edicola dal 1° ottobre, porta Zagor in una dimensione decisamente lontana dai paesaggi che più immediatamente associamo allo Spirito con la Scure. Il cuore di questa parte dell’avventura è infatti Y’ha-n-thlei, scenario sommerso nel quale la componente western della serie cede quasi completamente il passo al fantastico e al gusto per l’avventura più libera e immaginifica. È proprio questa capacità di cambiare registro senza tradire la natura del protagonista a rappresentare uno degli aspetti più interessanti dell’albo. Il mare, le profondità, il senso dell’ignoto e la presenza del capitano Nemo costruiscono un’atmosfera che guarda alla grande tradizione del romanzo d’avventura, ma che riesce comunque a inserirsi con naturalezza nell’universo zagoriano.
Giorgio Giusfredi imprime alla narrazione un andamento sostenuto, comprensibile per una vicenda ormai arrivata al momento in cui i diversi fili devono ricongiungersi. L’esplorazione e il mistero lasciano progressivamente spazio al confronto diretto e Zagor, Nemo e Andrew Cain si ritrovano a fronteggiare definitivamente la minaccia rappresentata da Wolfingham. Più che sull’incertezza dell’esito, la sceneggiatura punta sulla tensione generata dall’avvicinarsi dello scontro e sul rapporto tra personaggi molto differenti tra loro, riuniti dalle circostanze di fronte allo stesso pericolo. Ne deriva una parte conclusiva dinamica, nella quale l’azione acquista inevitabilmente un peso maggiore rispetto alla scoperta.

Il fascino dell’episodio risiede soprattutto nell’atmosfera. Y’ha-n-thlei non appare come un semplice scenario esotico costruito per ospitare una battaglia, ma come un luogo capace di conferire all’intera vicenda una propria identità. C’è qualcosa del romanzo ottocentesco d’avventura, delle civiltà perdute e delle esplorazioni dell’ignoto, ma anche quel gusto per il meraviglioso che appartiene profondamente alla tradizione di Zagor. Lo Spirito con la Scure è nato all’interno di un immaginario western, ma non ne è mai rimasto prigioniero. Nel corso della sua lunghissima storia ha incontrato creature fantastiche, scienziati folli, vampiri, mondi perduti e minacce apparentemente impossibili. Vederlo agire sul fondo dell’oceano, quindi, non produce quella sensazione di estraneità che ci si potrebbe aspettare. Al contrario, sembra quasi la naturale prosecuzione di una vocazione all’avventura che non ha mai riconosciuto confini troppo rigidi.
La presenza del capitano Nemo accentua ulteriormente questa sensazione. Il personaggio porta inevitabilmente con sé l’eco di Jules Verne e di un modo di intendere l’avventura fondato sulla scoperta, sul mistero e sulla meraviglia. L’incontro con Zagor funziona perché entrambi appartengono, pur con origini molto diverse, a una concezione romantica dell’eroe. Sono figure destinate a misurarsi con situazioni eccezionali e con mondi che sembrano collocarsi appena oltre i limiti della realtà conosciuta. La loro presenza nella stessa storia rafforza quindi il carattere quasi letterario dell’avventura, senza trasformare Nemo in un semplice elemento decorativo o in una citazione fine a se stessa.
Marco Villa si trova davanti a un compito non semplice, perché deve rendere graficamente credibile un ambiente molto distante dagli scenari abituali della serie. Il suo disegno riesce a mantenere leggibile l’azione anche nei momenti più movimentati e, soprattutto, restituisce agli scenari sommersi quella dimensione fantastica necessaria alla storia. L’impressione di trovarsi in un luogo estraneo, quasi separato dal mondo conosciuto, contribuisce in maniera decisiva al fascino dell’episodio. Villa evita di affidarsi soltanto alla spettacolarità e mantiene il disegno saldamente legato alle esigenze del racconto, con una narrazione visiva chiara anche quando l’azione si fa più concitata. La copertina di Alessandro Piccinelli completa efficacemente questa dimensione, anticipando un’avventura nella quale il mare e ciò che nasconde diventano parte essenziale dell’immaginario.
Una volta lasciate alle spalle le profondità marine, l’albo cambia sensibilmente tono. La seconda storia, scritta da Moreno Burattini e disegnata da Gianni Sedioli, riporta Zagor in un ambiente molto più vicino alla sua dimensione tradizionale. L’incontro con Kaiwa introduce una vicenda personale, nata dalla scomparsa della sorella e destinata a mettere in primo piano non tanto una minaccia straordinaria quanto le conseguenze che possono nascere dal dolore e dalla rabbia. Zagor si trova così ad affrontare un conflitto di natura completamente diversa, nel quale diventa fondamentale comprendere ciò che è realmente accaduto prima che la ricerca di giustizia si trasformi in qualcosa di irreparabile.

Il cambiamento rispetto alla prima parte è netto, ma proprio per questo risulta interessante. Nel giro dello stesso albo Zagor passa da un universo dominato dall’eccezionale e dal fantastico a una vicenda più raccolta, legata ai rapporti umani e alle tensioni della frontiera. Sono due dimensioni apparentemente molto distanti, tenute insieme dalla personalità dello Spirito con la Scure e dal suo modo di intendere la giustizia. Zagor non è infatti un eroe interessato soltanto a individuare un avversario e sconfiggerlo. Spesso il suo compito consiste nell’interrompere una catena di violenza prima che diventi incontrollabile, cercando di comprendere le ragioni di chi ha davanti senza per questo rinunciare a prendere posizione.
È proprio il contrasto tra le due vicende a restituire, forse meglio di qualsiasi dichiarazione programmatica, la particolare natura di Zagor. Da una parte c’è un mondo sommerso che sembra provenire dalle pagine di un grande romanzo fantastico; dall’altra ritornano uomini, passioni e conflitti riconducibili alla frontiera. L’una privilegia il senso della meraviglia, l’altra una dimensione più concreta e umana. Eppure il personaggio riesce a muoversi in entrambe senza perdere la propria identità.
Lo scrigno di Davy Jones conferma così quanto l’universo zagoriano possa allontanarsi dal western puro senza smarrire le proprie radici. La conclusione della vicenda sommersa privilegia inevitabilmente l’azione rispetto al mistero, e forse proprio Y’ha-n-thlei avrebbe meritato ancora qualche spazio per essere esplorata e respirata maggiormente. Rimane però il piacere di un’avventura che non teme di spingersi verso l’impossibile e che trova nella varietà degli scenari e dei registri uno dei propri punti di forza.


