'Ndrangheta cutrese a Reggio, al via il processo Ten: a 10 anni da Aemilia
In quattro davanti ai giudici per il rito ordinario. Nel mirino le perizie sulle intercettazioni. Lo scorso maggio arrivate 13 condanne in abbreviato e 11 patteggiamenti
REGGIO EMILIA È iniziato il 21 ottobre 2026, davanti al Tribunale di Reggio Emilia, il filone con rito ordinario della maxi inchiesta antimafia Ten. Alla prima udienza sono comparsi quattro imputati. Il procedimento prende il nome dall’operazione che portò agli arresti nel marzo 2025, a dieci anni di distanza dalle storiche indagini Aemilia.
L’udienza si è svolta davanti alla Corte presieduta da Cristina Beretti, con i giudici Giovanni Ghini e Greta Iori. Per l’accusa è intervenuta la pm antimafia Beatrice Ronchi. Il dibattimento, che entrerà nel vivo con il nuovo anno, si annuncia particolarmente complesso per l’elevato numero di testimoni e per l’imponente mole di materiale probatorio da esaminare.
Le posizioni degli imputati
La contestazione più grave riguarda il 35enne Luigi Lerose, originario di Cutro, accusato di associazione mafiosa. Secondo gli inquirenti, Lerose sarebbe stato uno dei vertici della cosca con epicentro a Reggio Emilia, ritenuta capace di riorganizzarsi dopo la bufera giudiziaria di Aemilia e di riproporre la propria presenza pervasiva sul territorio emiliano.
Gli altri tre imputati devono rispondere di reati diversi, tutti contestati con l’aggravante mafiosa. La 42enne Carmela Mosca, residente a Bibbiano e difesa dall’avvocato Mattia Fontanesi, è accusata di trasferimento fraudolento di valori. Il 38enne Salvatore Paolini, residente a Reggio Emilia e assistito dal legale Federico De Belvis, deve rispondere di detenzione illegale di un’arma.
Infine, il 49enne Luca Spotti, residente nel Parmense, è chiamato a difendersi da due capi d’imputazione: falsa fatturazione e distruzione di scritture contabili. Tutte le accuse dovranno essere esaminate nel corso del dibattimento, nel pieno rispetto della presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
Il precedente: condanne in abbreviato, patteggiamenti e il profilo dei vertici
Il processo ordinario si innesta su un quadro giudiziario già delineato dallo stralcio abbreviato. Lo scorso 11 maggio, infatti, per la stessa inchiesta sono arrivate 13 condanne in abbreviato, 11 patteggiamenti e quattro rinvii a giudizio.
La pena più alta – pari a 17 anni di reclusione, decisa in continuazione con una precedente sentenza del 2019 – è stata inflitta a Giuseppe Arabia, detto «Pino u'nigro», ritenuto al vertice del gruppo criminale. Arabia è fratello del boss Salvatore, ucciso nel 2003 a Steccato di Cutro nel corso della sanguinosa guerra di mafia tra le famiglie Grande Aracri e Dragone.
Insieme a lui sono stati condannati anche i nipoti, figli di Salvatore: si tratta di Giuseppe Arabia (classe '89), condannato a 12 anni di reclusione, e di Nicola Arabia (classe '85), condannato a 12 anni e due mesi.
In sede di abbreviato, il gup ha inoltre disposto i risarcimenti per le parti civili costituite, tra cui il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, la Regione Emilia-Romagna, il Comune di Parma, la Provincia di Parma, il Comune di Reggio Emilia, la Cgil Emilia-Romagna e la Cgil Reggio Emilia.
Il nodo delle intercettazioni e le parti civili
Tra i primi aspetti organizzativi che la Corte reggiana dovrà definire nel rito ordinario ci sarà l’individuazione delle intercettazioni telefoniche e ambientali da trascrivere attraverso la perito. Nel procedimento si sono costituite numerose parti civili, a partire dal ministero dell'Interno, insieme ad altri enti pubblici e sigle sindacali.
Il processo riporterà in aula l’esame delle dinamiche interne del gruppo che, secondo la ricostruzione della Dda, avrebbe superato le storiche spaccature della 'Ndrangheta emiliana mantenendo una piena capacità operativa fondata sull'intimidazione, sugli illeciti fiscali e sulla disponibilità di armi. Il calendario dettagliato delle udienze e la selezione della lista dei testi saranno fissati nelle prossime fasi del procedimento.




