L'arte bianca
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affidato
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CROTONE La questione è già stata posta. E non è un dettaglio. La Commissione europea ha annunciato, giovedì 17 settembre, la proposta di nuove regole per l’accesso dei più giovani ai social network. L’obiettivo è rafforzare la tutela dei minori nell’ambiente digitale.

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L'iniziativa bipartisan del Parlamento italiano

Anche in Italia il tema è già arrivato in Parlamento, con un’iniziativa bipartisan. Il Ddl 1136, promosso da Lavinia Mennuni e sostenuto anche da Marianna Madia, esponenti rispettivamente di Fratelli d’Italia e Partito democratico, è stato presentato al Senato nel maggio 2024. L’obiettivo è rafforzare la tutela dei minori nella dimensione digitale. Il provvedimento è ancora in esame in Commissione.

I nuovi limiti di età per i social network

Il dato è significativo. Sulla necessità di affrontare il rapporto tra minori e mondo digitale esiste un terreno di confronto che attraversa gli schieramenti. La proposta europea vieta ai minori di 13 anni di accedere ai social e fissa a 15 anni l’età per poter aprire autonomamente un proprio account. Tra i 13 e i 15 anni sono previsti strumenti di controllo e supervisione da parte dei genitori.

Tutelare i minori e verificare l'età online

Di fronte ai rischi che riguardano bambini e adolescenti nell’ambiente online, l’intervento europeo rappresenta un punto di partenza. Proteggere i minori significa avere regole comuni, tempi certi e strumenti che possano essere davvero applicati. Uno dei nodi principali è la verifica dell’età. Perché una regola, se non può essere controllata, rischia di rimanere soltanto una regola sulla carta. L’Unione europea sta già lavorando a strumenti che consentano di verificare l’età senza dover rivelare dati personali non necessari. 

Oltre i social: videogiochi e intelligenza artificiale

Il provvedimento non riguarda soltanto i social. Le nuove regole interesserebbero anche i servizi di condivisione video, i videogiochi online e i sistemi di intelligenza artificiale pensati per i minori. Sono previste misure contro alcune funzioni che possono favorire comportamenti compulsivi: lo scorrimento infinito dei contenuti, alcuni meccanismi di ricompensa, le notifiche notturne, la pubblicità personalizzata e determinati sistemi di raccomandazione.

L'impatto economico sulle grandi piattaforme

Chiedere questo alle piattaforme significa cambiare il modo in cui progettano i loro servizi; significa intervenire, almeno in parte, sul loro modello economico. Per le grandi piattaforme, il tempo trascorso dagli utenti online, il numero delle interazioni e la possibilità di personalizzare contenuti e pubblicità hanno un valore commerciale. Limitare alcune forme di profilazione, la pubblicità personalizzata o quei meccanismi pensati per aumentare il tempo trascorso sulla piattaforma può quindi avere conseguenze anche sull’economia dei servizi digitali. E ci sono anche i costi dell’adeguamento: sistemi di verifica dell’età, controlli parentali, modifiche agli algoritmi, progettazione dei servizi secondo criteri di sicurezza.

I precedenti: la sanzione a Meta

Non significa che il Kids Act produrrà automaticamente una determinata riduzione dei profitti. La proposta deve ancora completare il suo percorso legislativo e molto dipenderà da come le nuove regole saranno applicate. Un precedente, però, esiste già. Nell’aprile 2026 la Commissione europea aveva comunicato rilievi preliminari nei confronti di Meta, ritenendo che le misure adottate da Facebook e Instagram non fossero sufficientemente efficaci per impedire l’accesso ai minori di 13 anni. Secondo la Commissione, il sistema basato sull’autodichiarazione dell’età poteva essere facilmente aggirato inserendo una falsa data di nascita. Ecco perché la verifica dell’età è uno dei punti centrali della nuova proposta. Non basta stabilire un limite. Bisogna essere in grado di farlo rispettare.

Spostare l'onere della prova sui colossi web

Il principio che emerge dal Kids Act è più ampio. L’onere della prova passa alle piattaforme. Saranno loro a dover dimostrare che i servizi sono adeguati all’età degli utenti e sicuri già nella fase di progettazione. La responsabilità quindi non è più soltanto delle famiglie e dei ragazzi. Riguarda anche chi costruisce e gestisce gli ambienti digitali nei quali i ragazzi trascorrono una parte sempre più grande della loro vita.

Proibire o educare: il nodo della responsabilità

Proteggere un ragazzo significa impedirgli di entrare in un ambiente che può fargli male, oppure insegnargli a viverci dentro senza lasciarsi sopraffare? È evidente che non basta un divieto. Il problema, allora, non è soltanto decidere quando un ragazzo possa avere un profilo social. È opportuno capire chi dovrà accompagnarlo, tutelarlo, nel passaggio dall’infanzia alla libertà: la famiglia, la scuola, lo Stato o le stesse piattaforme? Il Kids Act prova a dire che questa responsabilità non può più restare soltanto sulle spalle degli utenti.

Le sfide future per l'infanzia digitale

La proposta dovrà ora affrontare il confronto tra Parlamento europeo e Consiglio. La verifica dell’età, il ruolo dei genitori, gli obblighi delle piattaforme e il rapporto tra protezione dei minori e libertà individuale saranno alcuni dei nodi della trattativa. Ci troviamo innanzi a una scelta strategica che non riguarda soltanto l’accesso a un social network, ma ci pone una domanda ben più carica di responsabilità. Dovremmo chiederci quale idea d’infanzia, di libertà e di responsabilità vogliamo portare nel mondo digitale.

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