Antonio Violetta, la materia come linguaggio: a Ravenna il successo della mostra dello scultore crotonese
Alla Fondazione Sabe la personale “Pagine”, curata da Claudio Spadoni, celebra la ricerca plastica dell’artista nato a Crotone.
Esiste nella scultura una dimensione espressiva che precede la rappresentazione e sembra risalire alle origini stesse dell'esperienza artistica, quando il contatto delle mani con la terra costituiva già un modo per conoscere, interpretare e trasformare la realtà. È una dimensione che riaffiora, con particolare intensità, nelle opere di Antonio Violetta, nato a Crotone nel 1953, al quale la Fondazione Sabe per l'Arte di Ravenna dedica la mostra Pagine, inaugurata sabato 10 ottobre con una notevole partecipazione di pubblico. Curata dal critico e storico dell'arte Claudio Spadoni, l'esposizione restituisce la complessità di un percorso nel quale la tradizione del modellato si rinnova attraverso una personale interpretazione del rapporto tra gesto, superficie e spazio.
L'interesse dell'iniziativa risiede soprattutto nella possibilità di osservare da vicino una ricerca che ha progressivamente liberato la scultura dalla necessità di riconoscersi in un'immagine figurativa. Nelle opere di Violetta la forma nasce da un confronto diretto con la terracotta, attraverso un processo nel quale la libertà dell'intervento manuale convive con una precisa consapevolezza compositiva. È un linguaggio che, pur mantenendo un rapporto profondo con la tradizione plastica, affida la propria intensità alla forza del segno e alle possibilità espressive del rilievo.

Formatosi all'Accademia di Belle Arti di Bologna, dove si è stabilito negli anni Settanta e dove tuttora vive e lavora, lo scultore crotonese ha sviluppato una poetica personale nel clima di rinnovamento che ha attraversato l'arte italiana del secondo Novecento. Il suo esordio risale al 1976, quando le esperienze dell'Arte Povera e della ricerca concettuale avevano già modificato profondamente il rapporto tra l'opera e lo spazio. Violetta recupera la centralità del fare scultoreo, sottraendola tuttavia a ogni interpretazione accademica e orientandola verso una sperimentazione nella quale il processo creativo assume un ruolo determinante.
Questa concezione trova un'espressione significativa nel ciclo Pagine, avviato negli anni Ottanta e ripreso anche nella produzione recente. Realizzate in terracotta e grafite, le opere presentano superfici attraversate da solchi, incisioni e rilievi che costituiscono una sorta di scrittura plastica, priva di riferimenti figurativi. Il tema della pagina diventa così occasione per indagare il rapporto tra segno e gesto, trasformando la superficie in uno spazio espressivo autonomo.
L'allestimento della Fondazione Sabe valorizza queste caratteristiche attraverso una disposizione che evita l'effetto di una semplice successione di oggetti. Le opere dialogano con l'architettura e con la luce, alternando superfici verticali e lavori collocati direttamente sul pavimento. Il visitatore è invitato a modificare il proprio punto di osservazione, riconoscendo nella scultura una presenza che richiede un rapporto diretto con lo spazio.
In questa concezione del modellato si possono riconoscere alcune questioni che hanno attraversato la grande scultura italiana del Novecento. La libertà plastica di Arturo Martini e l'intensità espressiva di Leoncillo, così come le sperimentazioni spaziali di Lucio Fontana e la sensibilità costruttiva di Fausto Melotti, costituiscono riferimenti utili a comprendere il contesto storico nel quale si inserisce il lavoro di Violetta. Non si tratta di individuare derivazioni stilistiche dirette, quanto di riconoscere interrogativi comuni sulla natura della forma e sull'autonomia del linguaggio scultoreo. L'artista crotonese affronta queste questioni attraverso una ricerca personale, nella quale l'intervento manuale conserva una funzione determinante e il processo di elaborazione diventa parte integrante dell'espressione.

La solidità del suo percorso trova conferma nella precoce attenzione ricevuta dalla critica internazionale. Nel 1982 Germano Celant lo invita a partecipare a Documenta 7 di Kassel, una delle manifestazioni più autorevoli nel panorama dell'arte contemporanea. Quattro anni più tardi Claudio Spadoni lo seleziona per la sezione Aperto 86 della Biennale di Venezia, dove ottiene il secondo posto nel riconoscimento destinato agli artisti sotto i quarant'anni. La partecipazione alla Quadriennale di Roma, le esperienze espositive in Germania, la presenza a Prospekt '89 e la realizzazione di sculture permanenti in Italia e in Giappone testimoniano il progressivo consolidamento di un percorso che ha saputo inserirsi nel dibattito artistico internazionale senza perdere la propria identità.
Accanto alla scultura, Violetta ha coltivato un interesse significativo per la dimensione letteraria, attraverso libri d'artista e progetti poetici sviluppati in rapporto con Roberto Roversi e Domenico Brancale. Si tratta di esperienze che contribuiscono a comprendere il valore attribuito al segno e alla scrittura, non soltanto come strumenti di comunicazione, ma come possibilità differenti di lasciare una traccia e di trasformare l'esperienza individuale in espressione artistica.

La mostra ravennate possiede anche un importante significato storico, perché rinnova una relazione tra l'artista e la città consolidatasi attraverso diverse iniziative. Nel 2000 il suo percorso si intreccia con il Premio Scipione e con la realizzazione del bronzo Omnia vincit Amor, destinato a Ravenna. Nel 2009 presenta al MAR La giganta, ispirata alla poesia Géante di Charles Baudelaire, con il contributo musicale di Fabrizio Festa. Il riferimento alla poesia francese e l'incontro con la dimensione sonora confermano la disponibilità dell'artista a confrontarsi con linguaggi diversi, mantenendo nella scultura il centro della propria riflessione.
Nel 2018 partecipa, sempre al MAR, alla mostra Montezuma Fontana Mirko. La scultura in mosaico dalle origini a oggi, inserendosi in un percorso dedicato alle trasformazioni di una tecnica che nella storia dell'arte ha saputo superare la dimensione decorativa per acquisire una propria autonomia plastica.
L'esposizione attuale comprende anche un'opera del 1988 proveniente dalle collezioni del MAR, temporaneamente riunita agli altri lavori della medesima stagione. Il prestito assume un significato che supera il semplice contributo museale, perché permette di leggere la continuità della ricerca dell'artista e testimonia la presenza della sua opera nel patrimonio culturale ravennate.
Durante l'inaugurazione l'assessore alla Cultura Fabio Sbaraglia ha annunciato la firma di un protocollo di collaborazione tra la Fondazione Sabe e il MAR, consolidando un rapporto istituzionale già espresso nella realizzazione della mostra, sostenuta dal museo e patrocinata dall'Accademia di Belle Arti di Ravenna e dal Dipartimento di Beni Culturali dell'Università di Bologna, Campus di Ravenna.
La curatela di Claudio Spadoni acquista particolare valore alla luce del lungo rapporto professionale con Violetta, iniziato negli anni Ottanta. La conoscenza del suo percorso consente di presentare le opere non come testimonianze isolate, ma come momenti di una ricerca coerente, nella quale ogni soluzione formale sembra nascere da interrogativi già presenti nelle esperienze precedenti e continuamente rimessi in discussione.

Per Crotone, città nella quale Antonio Violetta è nato e dalla quale ha preso avvio la sua vicenda umana, la mostra costituisce un'occasione di particolare interesse culturale. Il riconoscimento internazionale raggiunto dall'artista richiama l'attenzione su una personalità che, pur avendo sviluppato la propria formazione e la propria attività prevalentemente a Bologna, appartiene anche alla storia delle espressioni artistiche nate dal territorio crotonese.
La sua origine calabrese costituisce un dato biografico significativo, mentre il linguaggio che ha elaborato appartiene a una dimensione più ampia, maturata attraverso il confronto con le trasformazioni della cultura artistica contemporanea. È proprio questa capacità di partire da una pratica antichissima, come il modellare la terra, per giungere a risultati pienamente contemporanei, a rendere particolarmente interessante il percorso dello scultore crotonese.
La mostra Pagine restituisce dunque il profilo di un artista che ha fatto della terracotta un campo di sperimentazione, raggiungendo una particolare intensità espressiva attraverso la rinuncia alla rappresentazione e la valorizzazione del rilievo. Una scultura che non impone significati definitivi, ma sollecita lo sguardo a interrogarsi sulle possibilità dell'arte di rendere visibile anche ciò che non possiede un'immagine riconoscibile.
L'esposizione resterà aperta fino al 10 gennaio 2027 alla Fondazione Sabe per l'Arte, in via Giovanni Pascoli 31 a Ravenna, dal giovedì alla domenica, dalle ore 16 alle 19, con ingresso gratuito.


