"Antichi granai e nuove ciminiere": torna il saggio di Antonio Russo
La riedizione postuma curata da Panta Rei e voluta da Paolo Cerrelli ripercorre le trasformazioni urbanistiche e sociali di Crotone tra latifondo e grande industria
CROTONE Granai, ciminiere e un libraio ostinato. Torna in edizione postuma il saggio di Antonio Russo sulla Crotone del latifondo e delle fabbriche: la storia più vicina, e meno raccontata, della città. Lo ha voluto un libraio. Gli altri, come da tradizione, erano impegnati altrove.
La nuova rubrica di libri
Comincia oggi, su queste pagine, una piccola rubrica di libri. Ringraziamo la Provincia Crotonese, che ha avuto l’idea e il coraggio di proporcela: due cose che, da queste parti, raramente viaggiano insieme.
Ogni settimana un titolo, e ogni titolo un pezzo di Crotone. Nelle prossime settimane arriveranno la Crotone del 1799, quella dei quarantasei giorni di Repubblica raccontati da Armando Lucifero; la Crotone di sempre, da portare in tasca, con le due guide Kroton in tasca e Crotone in der Tasche, la seconda già in viaggio fra Germania e Austria; e, volume dopo volume, la collana «Studi pitagorici»: sedici volumi in diciassette tomi, quasi tre secoli di studi su Pitagora e sulle origini del suo pensiero, molti dei quali tradotti in italiano per la prima volta.
Avremmo potuto cominciare da lì, dal frutto di una ricerca che dura da quasi trent’anni. Abbiamo scelto di non farlo. La prima pagina spetta ad Antonio Russo e al suo Antichi granai e nuove ciminiere: per rispetto dell’autore, che non è più qui a presentarlo, e perché riteniamo questo scritto unico, di enorme importanza storica e culturale per la città. Il resto può attendere. Pitagora, del resto, ha atteso venticinque secoli: una settimana in più non lo turberà.
Due parole su chi scrive
Panta Rei Editore è una casa editrice indipendente nata a Crotone. Il nome l’ha preso in prestito da Eraclito (πάντα ῥεῖ, tutto scorre); l’ambizione, da Pitagora: riportare nella città che ne accolse la scuola i libri che l’Europa colta le ha dedicato in quasi tre secoli, mentre l’Italia, distratta, si occupava d’altro.
Indipendente, va precisato, non per vezzo ma per constatazione. Abbiamo bussato, come si conviene, a molte porte: istituzioni, enti, associazioni culturali, intellettuali di professione e d’autocertificazione. Abbiamo portato progetti, piani editoriali, buone maniere. In cambio abbiamo ricevuto buone maniere: risposte cortesi, strette di mano, la promessa di «approfondire». L’approfondimento, a quanto ci risulta, è tuttora in corso.
Non è colpa di nessuno, s’intende. A Crotone la cultura gode di ottima salute: se ne parla moltissimo, soprattutto ai convegni. E dei precetti di Pitagora almeno uno è osservato con scrupolo esemplare: il silenzio.
Altri precetti hanno avuto meno fortuna. Pitagora di scuole ne fondò una sola, e prima di ammettervi un discepolo lo metteva alla prova per anni. Oggi le scuole pitagoriche spuntano come i funghi in Sila dopo le piogge d’autunno, e per fondarne una pare basti un atto costitutivo. Dei funghi, almeno, si usa chiedere a un esperto prima di portarli in tavola.
Noi, nel frattempo, abbiamo pubblicato. È meno elegante che aspettare, ma assai più rapido.
Un libro nato in libreria
Il primo titolo di questa rubrica, però, non è nato da un’idea nostra. È nato in una libreria, dalle mani di un libraio, e merita di essere raccontato con le parole che lo aprono. Riportiamo qui, per intero, la Premessa dell’editore.
Premessa dell’editore
DALL’EDIZIONE PANTA REI, 2026
I libri, qualche volta, tornano.
Non tornano per nostalgia - la nostalgia è un sentimento che la carta non conosce - ma perché qualcuno, in una stanza piena di libri, si ostina a non dimenticare.
Questo volume rinasce per volontà di un libraio. Paolo Cerrelli, che di questo progetto è l’ideatore, rappresenta la terza generazione di una bottega che dal 1900, in via Vittorio Emanuele a Crotone, tiene accesa la piccola lampada dei libri: una saletta dove per decenni la città ha incontrato i suoi autori, la sua musica, le sue fotografie, e dove - ai tempi del Premio Crotone - sostarono alcune tra le voci più alte del Novecento italiano. Chi conosce quella soglia sa che vi si entra clienti e se ne esce, in qualche misura, cittadini. È stato Paolo, un giorno, a posarmi tra le mani una copia consumata di questo saggio, con la naturalezza di chi consegna una cosa viva; e a dirmi, semplicemente, che non poteva restare introvabile.
C’era, in quel gesto, qualcosa di più della cura del libraio. Antonio Russo, l’autore di queste pagine, era per lui un amico fraterno. Architetto, crotonese, formatosi a Firenze alla scuola di maestri che amava ricordare per nome, Russo scrisse questo saggio a poco più di trent’anni, e ce ne andiamo accorgendo solo ora di quanto vedesse lontano. La morte lo ha preso immaturamente, molti anni or sono, quando il suo lavoro era ancora una promessa mantenuta a metà. Questa edizione è dunque postuma: un debito che la sua città onora in ritardo, come quasi tutti i debiti che contano. La dedica autografa che riproduciamo in apertura - a una zia che fu «prima maestra e amica dell’anima» - dice della sua scrittura più di qualunque nota biografica: la scienza, in lui, non aveva mai smesso di essere un affetto.
Del libro, poi, si dica l’essenziale. È la storia meno conosciuta di Crotone: non la città dei templi e dei filosofi, che tutti credono di sapere, ma quella dei granai e delle ciminiere; la città che in mezzo secolo passò dal latifondo alla grande industria e che di quella metamorfosi porta ancora, nelle strade e nei destini, la cicatrice. Russo la racconta con gli strumenti dell’urbanista e la pazienza del testimone: carte, censimenti, piani regolatori, fotografie; e sotto i numeri, sempre, gli uomini — i braccianti inurbati, gli operai in bicicletta, le famiglie in posa davanti alle capanne. Vi si legge come nasce una città moderna e come, talvolta, una modernità può essere insieme una liberazione e una condanna. Non conosco molte lezioni più attuali.
Chi pubblica ha un solo dovere, ed è di non mentire: né all’autore, né al lettore, né ai morti. Abbiamo perciò restaurato il testo del 1988 con rigore filologico, correggendo i guasti della riproduzione senza toccare la voce di chi scrisse; le scelte di metodo sono dichiarate, una per una, nella Nota all’edizione. Il resto - il giudizio, la memoria, l’uso che una comunità vorrà fare della propria storia - non appartiene all’editore. Appartiene a chi legge.
A Paolo Cerrelli, che ha voluto questo libro; alla memoria di Antonio Russo, che lo ha scritto; alla città che li ha fatti incontrare.
Gaetano Basile Crotone, agosto 2026
Che cosa racconta
La copertina: l’opificio della liquirizia del barone Barracco (foto di Eugenio Cimbalo, Studio «Immagine», Crotone, dall’edizione del 1988).

Il saggio di Russo si legge come un romanzo di cui si conosce già il finale. Ed è proprio questo a renderlo inquietante.
All’inizio del Novecento Crotone conta poco meno di diecimila abitanti e vive ancora tutta dentro le mura, all’ombra del castello di Carlo V. Fuori, lungo le strade che portano verso l’Esaro e verso la stazione, si allungano file di magazzini a un piano: gli antichi granai del titolo, che un viaggiatore francese di fine Ottocento descriveva «chiusi, silenziosi e deserti», simili a prigioni. Lì dentro dorme la ricchezza del Marchesato, la più potente concentrazione fondiaria d’Italia: ancora nel 1947, documenta Russo, l’1,3 per cento delle proprietà copriva l’87 per cento delle terre coltivabili, e nel Crotonese si trovavano le cinque proprietà terriere più grandi del Paese.
Poi arrivano le ciminiere. Le prime sono quelle delle fabbriche di liquirizia dei baroni: una, quella dei Barracco, è in copertina, una torre di mattoni incorniciata da una finestra in rovina, l’immagine più esatta del libro. Poi le centrali silane e, il 1° luglio 1928, l’avvio della Pertusola e della Montecatini. Ed ecco il paradosso che Russo mette a fuoco: le fabbriche arrivano, la città no. Per oltre vent’anni Crotone resta chiusa nella griglia del latifondo, perché gli agrari, che ne tengono in mano anche l’amministrazione, non hanno alcun interesse a vederla crescere.
Il resto è una storia che molti crotonesi hanno vissuto senza poterla leggere: la Riforma agraria e i villaggi contadini che non decollano; i braccianti del comprensorio, quasi dimezzati in un decennio, che cercano lavoro in città; i quartieri popolari della legge Fanfani; e gli anni Sessanta della rendita, quando in dieci anni si costruiscono più alloggi che nei cinquant’anni precedenti e il Consiglio comunale, nel 1968, approva in una sola seduta notturna circa cento licenze edilizie. Una notte che, da sola, vale un trattato di urbanistica.
Russo non si ferma alla diagnosi. Nell’ultimo capitolo indica una terapia: l’agroindustria, nuovi legami con l’entroterra, Crotone «quarta provincia calabrese». La provincia arriverà nel 1992. Le ciminiere, nel giro di pochi anni, si spegneranno. Lui scriveva quando fumavano ancora, e vedeva già che cosa ne sarebbe rimasto.
Un archivio per immagini
C’è poi un secondo libro dentro il primo, e da solo varrebbe il volume. Ottantuno fotografie d’epoca, in gran parte introvabili, accompagnano il testo dalla prima all’ultima pagina: i vicoli, gli «strittu» e i palazzi baronali del centro storico; i contadini del Circondario ritratti da Saverio Marra fra il 1929 e il 1935, con le «pagliare» di terra e legno di pino e le famiglie in posa; il primo acquedotto comunale, inaugurato il 1° maggio 1902; il trenino della Val di Neto sul molo e perfino i biglietti della Calabro-Lucana; Vittorio Emanuele III che arriva a Trepidò per l’inaugurazione degli impianti silani, nel 1927; le baracche del quartiere «Shanghai» nel 1938; le lotte contadine, l’assegnazione delle terre, la sfilata degli operai in bicicletta nei primi anni Cinquanta; e ancora piazza Pitagora nelle cartoline d’epoca, le fabbriche viste dall’interno, la città vista dall’alto.


A sinistra: Una sfilata di operai in bicicletta, primi anni Cinquanta. A destra: La famiglia Oliverio detta «Gianni», artigiani del Circondario, 1934 (foto di Saverio Marra).
Accanto alle immagini, le carte. Sette tavole della crescita urbana mostrano Crotone che si allarga sulla campagna del latifondo, dai primi del Novecento al 1925, al 1935, al 1950, al 1960, al 1972, fino al 1987: un secolo che si legge come un film, fotogramma dopo fotogramma. E poi la tavola toponomastica della città, la planimetria dei quartieri popolari, i due Piani regolatori generali (il primo adottato nel 1957, il secondo approvato nel 1971), la carta stradale del comprensorio. Chiude un’appendice statistica che restituisce in cifre ciò che le fotografie mostrano nei volti: la popolazione dal 1901, gli addetti per settore dal 1936 al 1981, il movimento delle merci nel porto.
Molte di queste immagini vengono da archivi privati, da volumi esauriti da decenni, da cartoline che nessuno stampa più. Riunite qui, compongono qualcosa di raro: l’album di famiglia del Novecento crotonese.
In apertura del libro, l’autore aveva voluto una frase di Carlo Levi: «Il futuro ha un cuore antico». Difficile immaginare un incipit migliore per una città che continua a cercare il futuro e a dimenticare il proprio cuore antico.
Scheda del libro
ANTONIO RUSSOAntichi granai e nuove ciminiere nella città del latifondoUrbanizzazione, arcaismo agricolo e modernizzazione industriale a Crotone, 1900-1987
- Edizione postuma a cura di Gaetano Basile, da un’idea di Paolo Cerrelli
- Panta Rei Editore, 2026 · tascabile, ebook e audiolibro
- 81 fotografie d’epoca, 7 tavole della crescita urbana, piani regolatori, planimetrie e appendice statistica
- ISBN 9791224809463
- A Crotone: ordinabile presso la storica Libreria Cerrelli, via Vittorio Emanuele
- In rete: Youcanprint, le principali librerie online, Google Play Libri


