Caso Anima, il padre del gestore: «Dalla Questura provvedimento illogico»
Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Antonio Leto dopo la sospensione della licenza: «I ragazzi rispettano le regole, la chiusura devasta sacrifici e posti di lavoro»
CROTONE Riceviamo e pubblichiamo il testo integrale della lettera dell'avvocato Antonio Leto, ex amministratore cittadino e soprattutto papà di uno dei due gestori della discoteca chiusa a Crotone dal questore Renato Panvino in conseguenza di una rissa verificatasi nella pista da ballo del locale di viale Magna Graecia.
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Sono il papà di Giuseppe Leto, contitolare, con Raffaele Nebbioso, del locale Anima.

Avrei voluto rimanere estraneo alla vicenda che ha come protagonista il loro locale «Anima», ma mi è doveroso intervenire, dopo una accurata e profonda riflessione, perché quando l’ingiustizia colpisce la dignità, il lavoro, il sacrificio, l’impegno, l’onestà di chicchessia, e soprattutto la correttezza ed il rispetto delle istituzioni, non si può stare soltanto ad osservare gli eventi che si verificano, senza prenderne parte.
Qualcuno potrebbe ritenere che, essendo il padre, necessariamente prenda le sue difese e quelle di Raffaele. Non sono solo difese, ma attente osservazioni che sfuggono ai più, ma non a un padre che riconosce nel proprio figlio le qualità che lo stesso possiede, non facilmente riscontrabili: è un grande lavoratore onesto, infaticabile, generoso ed attento osservatore della legge, ossequioso delle autorità costituite, perché ciò è una pratica familiare e ha sempre costituito il faro del nostro vivere.
Il contrasto con l'articolo 100 del Tulps
Dunque sì, sto parlando della chiusura del locale Anima per conto della Questura di Crotone con motivazioni che a mio modesto avviso sono in netto contrasto proprio con l’articolo 100 del Tulps, strumento utilizzato per la sospensione, in quanto «non si sono verificati né tumulti né tanto meno gravi disordini o comunque il locale costituisce un pericolo per l’ordine pubblico».
Ritengo ciò assolutamente ingiustificabile, inaccettabile, insopportabile e soprattutto condannabile: chiudere un locale aperto al pubblico con tutte le annesse autorizzazioni motivando il provvedimento «al fine di evitare che la stessa costituisca un pericolo per l’ordine pubblico e per i cittadini» è unicamente illogico, insensato e irragionevole.
Mi rendo conto che viviamo in un contesto molto complesso, con grave presenza di criminalità e, negarlo, significherebbe essere ipocrita e falso. Comprendo anche il lavoro delle forze dell’ordine, che a tal proposito apprezzo per l’impegno profuso costante, continuativo e attento, bisogna darne atto; e però non si può fare di tutta l’erba un fascio.
Le ragioni della prevenzione e la realtà dei fatti
Se fosse capitato qualcosa di grave, tipo vendita di droga, rissa con feriti o altro evento preoccupante, pericoloso e rilevante, sarei stato il primo a redarguire e riprendere mio figlio, e a consegnarlo alle forze dell’ordine. Ma niente di tutto questo è avvenuto, tale da emanare e giustificare un siffatto provvedimento così penalizzante e danneggiante. Si potrebbe replicare con la famosa frase «della prevenzione», e pertanto, qualunque occasione è buona per chiudere locali pubblici? Ovunque si può litigare e delinquere, compiere un crimine. Io penso che, considerato il potere e l’autorevolezza delle forze dell’ordine, la soluzione migliore, se si vogliono evitare eventi pericolosi, potrebbe essere che il personale di Polizia, in queste occasioni, dovrebbe essere in divisa, così come quando sono sulle strade, e sicuramente fatti delittuosi verrebbero meno.
Crotone è una città molto antica ed inondata di civiltà, molti dei suoi cittadini hanno dato lustro nel mondo, ed è il motivo per il quale non tutti gli abitanti sono della stessa indole. Per questo sarebbe stato doveroso fare un distinguo attento e appropriato: i titolari di Anima appartengono alla categoria delle persone perbene, oneste e laboriose.
Che esista la delinquenza nessuno lo nega, la presenza anche della mafia è evidente a tutti, fatti delittuosi certamente, ma ciò che significa? Che ovunque c’è collusione con le organizzazioni malavitose e i cittadini perbene che osservano le leggi, che lavorano e producono in questa città non esistono?
L'impatto economico e sociale della chiusura
E dunque occorre essere molto scrupolosi e prudenti, a mio modesto avviso, prima di intervenire e di prendere delle misure precauzionali, restrittive e penalizzanti. Perché distruggere l’immagine, la credibilità e la reputazione del locale, un’attività economica, il sacrificio delle persone — in questo caso di Giuseppe e Raffaele titolari e la loro dignità e serietà che con enorme abnegazione e privazione sostengono — e non solo, ma anche di tutte quelle persone che ci lavorano, per non parlare dell’indotto e dei consumi di beni e servizi, necessitava un minimo di cautela. Forse a qualcuno è sfuggita l’idea di tutto questo, non tenendolo in debita considerazione e dando un giudizio troppo frettoloso.
Questa è la premessa seppure inquietante. Quello che veramente è devastante, traumatizzante, penalizzante, dannoso e disastroso di questo provvedimento è avere frantumato l’entusiasmo, la passione e l’enorme dedizione di Giuseppe e Raffaele, di questi giovani che hanno adoperato per realizzare un qualcosa di buono e di diverso, garantendo e offrendo un nuovo e moderno servizio alla gente. Si è trasformato in tormento, dolore e sofferenza per fatti che a loro non sono imputabili e non voluti. In particolare, l’effetto che ha prodotto in termini anche economici è devastante, perché ora dovranno fare i conti tutti i fornitori di merce, ma il danno più consistente riguarda il licenziamento dei dipendenti, tutti regolarmente assunti, inclusa l’esposizione bancaria.
Questi giovani piccoli imprenditori, nel settore della ristorazione della città di Crotone, hanno voluto tenacemente, ostinatamente e con forza, dopo avere vissuto per oltre un decennio fuori dall’Italia in cerca di lavoro (dall’Australia all’Inghilterra, dal Brasile alla Grecia per poi finire in Spagna), ritornare in patria e in particolare nella nostra bella e amata Crotone, seppure considerata l’ultima provincia d’Europa in termini di qualità della vita, per creare e realizzare nella propria città questa attività con l’idea di offrire ai giovani un qualcosa che possa farli divertire in casa propria.
Anni di sacrifici tra burocrazia e investimenti
E dunque hanno cercato di realizzarla e, con grande entusiasmo ed ottimismo, hanno creato la società Anima, Urban e Beach Club, per i mesi invernali, per poi trasferirsi nei mesi estivi sul lungomare crotonese. Naturalmente realizzare tutto questo non è stato semplice, anzi ha comportato un enorme impegno e sacrificio di risorse economiche, personali e familiari, affrontando e riscontrando tutta una serie di difficoltà e avversità, sia di natura amministrativa (legate il più delle volte a ritardi burocratici) sia di natura economica, che li ha visti impegnati con istituti bancari e senza aiuti dello Stato.
Dopo oltre 6 anni di ripetuti sacrifici e privazioni, impegnati per intere giornate nella convinzione di avere costruito e dato vita a qualcosa di utile e buono al servizio dell’intera comunità crotonese, finalmente iniziavano ad arrivare i primi risultati positivi che avrebbero consentito di respirare economicamente con gli istituti bancari ed avere anche un minimo di vita personale, dopo averla dedicata interamente all’attività.
È arrivata la «bomba» distruggendo sogni e speranze: chiusura del locale per 15 giorni per ordine del questore di Crotone.
Motivazione: un lieve diverbio, non una sparatoria, non un ferito, non una rissa, non una complessa operazione di polizia per tumulti e disordini, ma una semplice zuffa avvenuta fra due persone per motivi personali che è stata subito contenuta e controllata dal personale preposto alla salvaguardia dell’incolumità dei frequentatori del locale, personale con visti e autorizzazioni legali che permettono di fare questo tipo di lavoro.
Un locale pubblico è, ovviamente, aperto al pubblico, per cui i titolari non sono autorizzati a chiedere ai clienti il certificato del casellario giudiziario né tanto meno documenti personali: chiunque vi può accedere, anche un delinquente o malvivente, non sono loro che possono impedirlo.
La richiesta di riflessione e le denunce del passato
Io sono convinto ancora che è stato fatto il tutto strumentalmente e quindi, per un attimo, si può pensare che l’accaduto è frutto di qualcuno che ha voluto creare volontariamente quello che è avvenuto?
Questo provvedimento di chiusura, a mio modesto avviso, è stato emanato senza una attenta e accurata meditazione, perché è vero, signor questore, che Ella ha l’autorità di intervenire, ma proprio perché autorità di livello superiore nel territorio, la riflessione sarebbe stata più che necessaria e doverosa, per gli effetti devastanti che ha prodotto siffatto atto.
E comunque il periodo di sospensione poteva almeno essere ridotto a cinque o sette giorni, come per l’appunto recita l’articolo 100, o convocare i titolari per suggerire comportamenti aiutandoli. Piuttosto gli è stato tutto indifferente e impassibile, non tenendo in debita considerazione che questi giorni rappresentano per l’attività il periodo più fruttuoso, migliore e più intenso.
I ragazzi titolari dell’attività sono stati sempre e comunque dalla parte della legge e per il rispetto delle autorità costituite, la testimonianza deriva dal fatto che le loro fedine penali sono immacolate e comunque le nostre famiglie sono persone perbene e ossequiose della legalità. Nonostante tutto hanno agito sempre nel rispetto della normativa vigente, adempiendo a qualunque richiesta delle autorità senza pretendere nessuna corsia preferenziale e senza sostegno alcuno dello Stato, ma per lavorare con serenità e tranquillità.
Loro stessi sono stati delle vittime per avere subito violenze, minacce e oltraggio da parte di terzi per il solo fatto di avere scelto di fare un’attività a Crotone che purtroppo si ripetono. Ed Ella, signor questore, così come altre forze di polizia alle quali ho denunciato personalmente l’accaduto, è a conoscenza di tutto questo. Malgrado ciò hanno proseguito nel rischio credendo nel loro lavoro onesto e dignitoso, nella speranza di restare nella nostra città per lavorare serenamente e non emigrare, speranzosi ed ottimisti della protezione delle autorità.
Il silenzio delle istituzioni e l'amaro futuro della città
È possibile che a Crotone, nella propria città, dove si è nati, non si possa creare niente di nuovo, e che le condizioni siano sempre sfavorevoli, avverse, ostili e contrarie al punto tale che io stesso, in qualità di genitore, debba raccomandare a mio figlio di rifarsi la valigia e di andare via senza fare più ritorno, per il pericolo costante che devono affrontare con avventori di ogni sorta e le preoccupazioni dell’andamento dell’attività e non solo?
E, piuttosto che essere difesi, protetti e tutelati dalle forze dell’ordine, vengono continuamente maltrattati e penalizzati per un litigio? No, non è possibile, non può essere vero; tutto questo ti porta inevitabilmente ad essere sfiduciato al punto di essere costretto a chiudere definitivamente l’attività.
Perché in queste condizioni non è assolutamente pensabile di restare e continuare, troppe forze malefiche avverse. Crotone purtroppo è una città in cui solamente «pochi» possono avere campo largo, Crotone è una città destinata a raccogliere e accettare spazzatura, porcherie, sporcizie e sudiciume di ogni genere; tutto il resto non si deve fare e, se la vuoi fare, devi chiedere il permesso ad autorità non costituite e a soggetti malviventi che regnano illegalmente nel completo silenzio di tutti.
E ai signori amministratori che fanno un silenzio assordante, che non prendono posizioni riconoscendo ai ragazzi di aver fatto un qualcosa per la città e senza colpe, perché non ne hanno: desiderate che la città rimanga un agglomerato di pensionati, con ruffiani, adulatori, lusingatori e tirapiedi, oppure siete convinti che solamente la riqualificazione urbana sia sufficiente per il vivere civile? E quindi cosa dobbiamo pensare, che comunque nessuno, nonostante le autorizzazioni, può fare qualcosa senza il permesso di qualche personaggio notabile? Io questa logica non l’ho mai accettata e non l’accetterò per mio figlio: questa è la città di tutti e non dei pochi, chi vuole capire capisca.
Il mio se volete chiamatelo pure sfogo per difendere il proprio figlio, e comunque lo merita in tutto e per tutto per quello che è, che è stato e che sarà. Ma chi mi conosce sa bene anche come ho sempre agito e operato nella mia vita, anche da amministratore di questa città: sempre e comunque nel rispetto della legge e unicamente per gli interessi della popolazione e della città, nella massima trasparenza e chiarezza, rifiutando sempre metodi mafiosi e ricattatori».
Antonio Leto


