L'arte bianca
L'arte bianca
affidato
affidato

CROTONE Riceviamo e pubblichiamo una riflessione del presidente della Camera Penale di Crotone, aldo Truncè, in merito alla seprazione delle carriere nella magistratura.

*****

C’è un "peccato originale" che agita i sonni del nostro sistema giudiziario, un equivoco che dura da settant’anni e che oggi abbiamo la possibilità storica di archiviare. Lo chiamano "unità della magistratura", ma per chi frequenta le aule di tribunale è semplicemente il Punto Zero: l’idea bizzarra secondo cui chi accusa e chi giudica debbano far parte della stessa consorteria, mangiare alla stessa mensa e fare carriera sotto lo stesso tetto burocratico.

Immaginate una partita di calcio dove l’arbitro e l’attaccante della squadra avversaria hanno fatto lo stesso ritiro precampionato, portano la stessa maglia sotto la divisa e rispondono allo stesso datore di lavoro. Voi vi fidereste? Ecco, il cittadino che entra in un’aula oggi si trova davanti esattamente questo: un triangolo che non è isoscele, ma una linea retta dove PM e Giudice siedono dalla stessa parte della barricata culturale, associativa e di carriera.

La riforma che andremo a votare il 22 e 23 marzo non è un capriccio per addetti ai lavori, ma un atto di igiene costituzionale che interviene chirurgicamente sugli articoli 102 e 106 per dire una cosa elementare: basta porte girevoli. 

Si parte dal principio che si deve decidere da subito chi si vuol essere da grandi: o Giudice o Pubblico Ministero. Niente più bando unico. Chi vuole giudicare deve studiare la terzietà, chi vuole accusare deve specializzarsi nella ricerca della prova. Ma soprattutto, una volta vinto il concorso da PM, resti PM per tutta la vita. Non potrai più, dopo dieci anni passati a istruire indagini fianco a fianco con la polizia, scavalcare la barricata e sederti sullo scranno di chi deve valutare il lavoro dei tuoi ex compagni di ufficio. Si recide il cordone ombelicale per dare finalmente sostanza a quell'Articolo 111 sulla "parità delle armi" che oggi, in troppe aule, resta un miraggio per la difesa.

Il fronte del "No" è già sulle barricate e agita spauracchi che il testo della riforma smentisce riga per riga. Dicono che la separazione delle carriere servirebbe a "sottoporre il PM al controllo del Governo". 

Falso. Basta leggere il nuovo Articolo 104 della Costituzione: la magistratura resta un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Il Pubblico Ministero non finisce sotto il Ministro della Giustizia, ma sotto un suo specifico CSM. L'indipendenza è blindata, la sottomissione è un’invenzione retorica per spaventare i non addetti ai lavori.

Ma il vero colpo di scure cade sul cuore del sistema: il CSM unico, trasformato negli anni da organo di autogoverno a mercato delle vacche delle correnti. Abbiamo visto tutti il fango del caso Palamara: nomine decise negli hotel, carriere barattate a cena, uffici giudiziari spartiti come lottizzazioni televisive. 

La riforma introduce negli Articoli 104 e 105 una parola che terrorizza le lobby in toga: il sorteggio. Qui il fronte del "No" dà il meglio di sé, parlando di "offesa alla dignità dei magistrati" e di "scelta affidata al caso". Altra bugia. Il sorteggio riguarda solo i membri togati che hanno già superato un concorso dello Stato e hanno i requisiti di anzianità. Se un magistrato è idoneo a decidere della libertà di un uomo, è certamente idoneo a essere sorteggiato per amministrare i suoi colleghi.

 La verità è che il "No" difende il sistema delle elezioni correntizie perché il sorteggio non accetta ricatti, non frequenta cene spartitorie e restituisce libertà al magistrato onesto che non vuole avere "padroni" associativi.

E infine, l’ultimo tassello del mosaico: l’Alta Corte Disciplinare prevista dal nuovo Articolo 105-bis. Oggi la magistratura è l’unico ordine che si dà le pagelle da solo. Il fronte del "No" urla al "tribunale speciale" e alla "punizione politica". Anche qui, basta scorrere il testo: l'Alta Corte è composta da magistrati sorteggiati, tecnici nominati dal Parlamento e dal Presidente della Repubblica. Un mix di competenze che garantisce la massima terzietà. Sostenere che questo "uccida l'indipendenza" significa ammettere di preferire l'attuale "giustizia domestica", dove troppo spesso regna un corporativismo che finisce in tarallucci e vino.

 L'Alta Corte non è un cappio, ma uno scudo per i magistrati corretti, perché sposta il giudizio fuori dalle dinamiche di fazione del Palazzo.

Sentirete dire che questa riforma è un "salto nel buio". La realtà è che il salto nel baratro l’abbiamo già fatto restando fermi. Votare "Sì" significa smontare un sistema di potere autoreferenziale per restituire al cittadino un giudice che sia davvero, come vuole la Costituzione, soltanto soggetto alla legge. E a nessun altro.
Aldo Truncè Presidente della Camera Penale di Crotone

Sanremo, a Mazzariello il premio Enzo Jannacci realizzato da Affidato
Sognando la Strada della "Magna Graecia": Pisciuneri ci mette una "pezza"