L'arte bianca
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CROTONE Si muove su un doppio binario l’inchiesta "Teorema", l’indagine che ha scosso i palazzi del potere tra Crotone e Isola Capo Rizzuto. 

Se da un lato, l'attenzione resta alta per il mancato pronunciamento sulle misure cautelari personali (per le quali si attende ancora lo scioglimento delle riserve o la fissazione delle udienze specifiche), dall'altro la Procura di Crotone segna un punto decisivo sul fronte patrimoniale.

Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Crotone ha infatti sciolto i nodi sui sequestri, confermando la linea dura tracciata dal procuratore Domenico Guarascio: i sigilli restano su beni per un valore di circa 400.000 euro.

Il muro del Riesame sui beni

Nonostante l'incertezza che ancora avvolge il destino cautelare degli indagati, il vincolo reale sui patrimoni tiene. Il gip ha analizzato la sussistenza del fumus commissi delicti, ritenendo legittimo il blocco di: conti correnti e quote societarie, considerati il profitto diretto dei presunti reati di corruzione; e di beni mobili: veicoli di lusso sottratti alla disponibilità degli indagati per evitare la dispersione delle somme illecitamente accumulate. Il giudice ha ritenuto legittimo il blocco di beni come la Bmw X3 del valore di 63mila euro riconducibile al sistema, per evitare la dispersione del presunto profitto illecito.

Le strategie legali

I ricorsi presentati dal collegio difensivo, composto da legali di noti professionisti e imprenditori locali, sono stati per la maggior parte rigettati. Solo in rari casi si sono registrati accoglimenti parziali, legati esclusivamente a vizi formali e precisazioni tecniche che non scalfiscono l'impianto complessivo. A sostenere le ragioni degli indagati davanti al gip e nei prossimi passaggi processuali, un folto collegio difensivo composto dagli avvocati: Salvatore Iannotta, Aldo Truncè, Roberto Coscia, Vincenzo Cardone, Sandro Furfaro, Francesco Verri e Francesco Laratta.

L'accusa: fondi pubblici drenati

L'inchiesta mira a dimostrare l'esistenza di un sistema sistematico di drenaggio di risorse destinate a infrastrutture e servizi pubblici. Secondo la Procura, il gruppo criminale avrebbe manipolato appalti tra la Provincia e i comuni limitrofi, convertendo i finanziamenti pubblici in vantaggi privati.
Mentre la partita sulle libertà personali resta aperta e in attesa di sviluppi giudiziari imminenti, il "pilastro economico" dell'accusa esce rafforzato dal vaglio del Riesame.

I nomi: tra sequestri e interrogatori

L'impianto accusatorio ruota attorno alla figura di Fabio Manica, ex vicepresidente della Provincia, considerato il vertice del sistema. Per lui, e per altre quattro figure chiave, il gip si è riservato la decisione sulle misure cautelari solo dopo aver espletato l'interrogatorio di garanzia (preventivo).

I cinque profili che incrociano sia il sequestro dei beni che l'attesa del provvedimento restrittivo sono: Fabio Manica (esponente politico e figura centrale); Francesco Manica (avvocato e fratello di Fabio); Giacomo Combariati (imprenditore della Sinergyplus Srl); Luca Bisceglia (ingegnere); e Rosaria Luchetta (architetto). Risultano indagati di rilievo anche Alessandro Vallone, Vicky Ingarozza e Luigi Albo.

 



 

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