Aemilia 10 anni dopo, Agende Rosse all'attacco su viale "Città di Cutro"
Il movimento critica il Comune di Reggio Emilia: celebrare il maxiprocesso mantenendo l'intitolazione è un "inchino" al potere mafioso che ignora la lezione civile del prefetto De Miro
REGGIO EMILIA Ben vengano gli eventi «per ricordare - e far comprendere ai più giovani - il significato del maxiprocesso Aemilia» a dieci anni di distanza: sono iniziative che «auspichiamo coinvolgano e favoriscano la riflessione da parte di tutte le istituzioni e della società civile su quanto ci ha insegnato per poter prevenire e contrastare i fenomeni mafiosi».
Ma c'è un “ma”: il movimento “Agende rosse” di Reggio Emilia non ha digerito per nulla il mancato cambio del nome a viale Città di Cutro. E così torna alla carica: «Non possiamo fare a meno di rilevare che mentre da una parte l'amministrazione comunale si attiva giustamente per onorare» la ricorrenza di Aemilia, «dall'altra non è in grado di compiere un gesto concreto a dimostrazione che Aemilia non c'è stato invano: cambiare il nome a viale Città di Cutro, un nome che getta un'ombra sulla nostra città poiché rappresenta un legame col sistema di potere mafioso che il processo ha messo inequivocabilmente a nudo».
Il maxiprocesso, «è bene ricordarlo, ha rappresentato per la nostra città una presa di coscienza. Ha messo in evidenza ciò che politici ed altri soggetti cercavano di non vedere, ha sancito il percorso che la prefetto Antonella De Miro, durante il suo mandato, ha proposto energicamente a Reggio Emilia».
E dunque, avvisano le Agende rosse, «non possiamo correre il rischio di ritornare alla fase della “grande rimozione”, concetto coniato dal professor Nando Dalla Chiesa, recentemente intervenuto sul tema dei “Simboli di conquista della 'Ndrangheta a Reggio Emilia”» parlando anche di viale Cutro e dicendo di cambiarlo.
Con il concetto di grande rimozione si intende «la negazione dell'esistenza della mafia da parte delle varie articolazioni istituzionali e sociali delle regioni settentrionali. Una negazione che nei decenni ha avuto come proprio retroterra diffuso e profondo sia un impressionante mutismo istituzionale sia una ancor più impressionante omertà sociale».
Tutto ciò, ricorda il Movimento delle Agende rosse, «ha condotto a due vantaggi decisivi per le organizzazioni mafiose. Il primo, “oscurare il nemico, nasconderlo ai cittadini. E dunque, farlo avanzare indisturbato”. Il secondo, “offrire al colonizzatore i presupposti culturali del potere mafioso”. È così che “alla 'Ndrangheta è stato offerto un eldorado in cui esaltare la propria forza e la propria capacità di penetrazione”», si spiega citando appunto Nando Dalla Chiesa.
E dunque dare un nuovo nome al viale «non è un mero atto simbolico, ma un gesto concreto di Resistenza per creare un clima ostile alla criminalità organizzata. Instillare nei cittadini fiducia nella istituzione. È azione fondamentale e necessaria per lanciare un segnale chiaro: nulla sarà più come prima. Segnale che a nostro parere dovrebbe essere caldeggiato da tutte le associazioni e organizzazioni che si riconoscono nei valori della Resistenza e dell'Antifascismo».
Invece, ricordare il maxiprocesso «all'ombra di un inchino offende tutti e tutte. Non solo chi si è impegnato per 10 anni a tenere vivo l'impegno antimafia, ma offende anche la città di Reggio Emilia e i suoi cittadini, senza distinzione di provenienza. Significa inoltre celebrare un importante risultato giudiziario, ma privo di qualsiasi valore politico e culturale. È ora che la politica trovi il coraggio di agire con chiarezza e determinazione», conclude il Movimento delle Agende rosse. (Dire)

