L'arte bianca
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affidato
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CROTONE «La prima cosa che è arrivata in spiaggia è stato un salvagente. Poi sono arrivate le persone. Dopo un primo momento di panico, ho iniziato a tirarli via dall'acqua, vivi e morti. Non so quante persone abbiamo recuperato».

Davanti ai giudici del Tribunale di Crotone che stanno celebrando il processo per il naufragio avvenuto a Steccato di Cutro il 26 febbraio 2023 questa mattina ha reso la sua testimonianza Paolo Cefaly, uno dei due giovani che quella notte si trovavano sulla spiaggia del disastro intenti a pescare e che di fatto assistettero alla tragedia nella quale hanno perso la vita 94 migranti, tra i quali 35 minori.

Dopo Cefaly è stato ascoltato anche l'amico Ivan Paone che ha raccontato di aver ascoltato «il polso ed il respiro delle persone che arrivavano a riva». Il giovane ha spiegato che «i primi ad arrivare sul posto sono stati i carabinieri, via terra« mentre «in mare non c'era nessuno» alludendo alla mancanza di mezzi di soccorso.

Il medico legale Massimo Rizzo, nominato consulente dal pubblico ministero, ha ricostruito le cause della morte dei 94 naufraghi, probabilmente accelerata dal freddo, dal panico, dalle ferite riportate nello schianto della barca sugli scogli ma anche dal fatto che molti di loro non sapevano nuotare.

Nel processo per il naufragio di Cutro con le accuse di naufragio colposo e omicidio colposo plurimo sono imputati sei militari, quattro appartenenti alla Guardia di finanza e due alla Guardia costiera.

La tesi degli inquirenti è che sia stata sottovalutata la situazione di quella notte e che da parte dei due corpi ci siano stati ritardi ed omissioni nell'intervento e dunque che il caso del caicco Summer Love venne trattato come un'operazione di law enforcement per la protezione delle frontiere e non come intervento di soccorso in mare.

Una tesi sostenuta dalle ong Emergency, Louise Michel, Mediterranea Saving Humans, Sea Watch, Sos Humanity e Sos Mediterranee, che si sono costituite parte civile nel processo.

«Nel naufragio di Cutro avvenuto al largo delle coste calabresi - affermano le ong in una nota - le autorità italiane sono accusate di aver dato priorità all'operazione di polizia e solo successivamente considerato l'intervento di soccorso, ma con grave ritardo e con scarso coordinamento a livello locale tra i due corpi di forze dell'ordine coinvolti. E l'esito che ne è scaturito è stato drammatico».

Per le associazioni umanitarie «capire esattamente quale sia stata la catena di decisioni, sottovalutazioni e negligenze che hanno portato al naufragio è importante anche per assicurarsi che non si ripetano e che siano evitate stragi simili in futuro. Esigenza drammaticamente attuale, considerando che in questi tre anni i naufragi non si sono mai fermati, che solo dall'inizio dell'anno al 9 aprile l'Oim ha censito lungo la rotta del Mediterraneo centrale oltre 770 persone morte o scomparse e che nei soli primi giorni dell'anno sono stati stimati quasi mille dispersi a causa del ciclone Harry. Cifre vertiginose ma che sono entrambe sottostimate, riferendosi solo ai casi di cui si è venuti a conoscenza». 
Nelle prossime udienze verranno ascoltati i consulenti tecnici delle organizzazioni di ricerca e soccorso in mare. (AGI)

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