L'arte bianca
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affidato
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CROTONE La mattina del 19 luglio 1992 Paolo Borsellino stava rispondendo alla lettera di una studentessa di Padova. Non stava scrivendo un discorso ufficiale, né un testamento morale. Stava semplicemente rispondendo a una ragazza che gli chiedeva conto della sua vita e delle sue scelte. In quelle righe c'è un'altra chiave per comprendere Paolo Borsellino.

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Borsellino racconta che non nacque magistrato antimafia. Lo divenne. L'assassinio del capitano Emanuele Basile e l'incontro professionale con Giovanni Falcone cambiarono definitivamente il corso della sua vita. Avrebbe potuto percorrere altre strade. Scelse invece di restare nella sua terra e di assumersi fino in fondo la responsabilità di quella scelta.

In quelle parole c'è il senso di una vita. Non fu il destino a fare di Paolo Borsellino un magistrato antimafia. Fu una scelta. Ed è proprio questa scelta la sua eredità più autentica.

La consapevolezza del pericolo

Ma c'è un secondo particolare, ancora più doloroso. Quella domenica Paolo Borsellino non era un uomo ignaro del pericolo. Dopo la strage di Capaci era pienamente consapevole di essere il prossimo bersaglio di Cosa Nostra. Non sapeva quando sarebbe accaduto, ma sapeva che il tempo a sua disposizione poteva essere ormai poco.

Stava rispondendo alla lettera di una studentessa. Quella lettera sarebbe rimasta incompiuta. Poche ore dopo, nel pomeriggio, l'esplosione di via D'Amelio avrebbe spezzato la sua vita e quella degli agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

La lotta nelle coscienze e l'ottimismo verso i giovani

Non è difficile leggere in quella scelta il filo conduttore della sua testimonianza. Borsellino aveva compreso che la lotta alla mafia non si sarebbe vinta soltanto nei tribunali, ma soprattutto nelle coscienze. Per questo guardava ai giovani con fiducia e sentiva il dovere di trasmettere loro non solo il valore della legalità, ma anche il senso profondo della libertà.

Le ultime righe che Borsellino riuscì a scrivere non parlavano di eroismo né di vendetta. Parlavano dei giovani. «Sono ottimista perché vedo che verso di essa i giovani, siciliani e no, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant'anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta».

Il fresco profumo di libertà

Ma il suo messaggio non era destinato soltanto ai giovani. Era rivolto a ciascuno di noi e, ancora di più, a chiunque eserciti una responsabilità pubblica o privata. Lo ricordava con parole rimaste scolpite nella coscienza civile del Paese, quando invitava a riconoscere «il fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità».

Forse il modo più autentico di ricordare il 19 luglio non è limitarsi a commemorare chi è stato ucciso. È domandarsi se stiamo davvero dando un senso alle nostre scelte. Se, ciascuno nel proprio ruolo e, ancor più, quando si è chiamati ad assumere responsabilità verso la comunità, siamo capaci di contribuire a diffondere quel "fresco profumo di libertà" di cui parlava Paolo Borsellino.

La lettera che stava scrivendo rimase incompiuta. Non il dovere che quelle parole continuano ad affidarci.

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