Zagor n. 783 – Il sigillo di Dagon: gli abissi dell'ignoto
Un racconto che fonde horror marino, suggestioni letterarie e introspezione psicologica, confermando la cifra autoriale dello sceneggiatore Giorgio Giusfredi.
Dal 3 luglio è arrivato in edicola Zagor n. 783, Il sigillo di Dagon, edito da Sergio Bonelli Editore, con soggetto e sceneggiatura di Giorgio Giusfredi, disegni di Marco "Will" Villa, lettering di Luca Corda e copertina di Alessandro Piccinelli.
L'avventura si apre con un naufragio e con atmosfere degne di Samuel Taylor Coleridge e della sua Ballata del vecchio marinaio: gli elementi si scatenano con violenza primigenia, mentre creature ancestrali e terrificanti, vomitate dall'ignoto, massacrano l'equipaggio di una nave negriera. Una sorta di karma lisergico che, malauguratamente, sembrerebbe non risparmiare neppure gli innocenti. Due fratelli, uniti da un profondo affetto reciproco, incontreranno infatti la salvezza (?) con esiti ben differenti. Nel frattempo Zagor e Cico, affiancati dal leggendario E. A. Poe, dotato di corvo d’ordinanza — ennesima testimonianza dell'amore bonelliano per le incursioni nell'alta letteratura — offrono il loro aiuto a un nobile sovrano spodestato per ristabilire l'ordine naturale del mondo marino e della terraferma.

I fulcri narrativi dell'albo sono tre: le vicende di Zagor e quelle di ciascuno dei due fratelli. Non è semplice dipanare in parallelo linee narrative differenti, ma questa struttura, già ampiamente collaudata e tratto distintivo della "regia" di Giusfredi, funziona alla perfezione.
Non mancano i richiami al Boselli del n. 368, Il terrore del mare, così come l'eco dello storico albo La capanna maledetta (n. 112). Tuttavia, le dinamiche psicologiche, complesse e fortemente caratterizzanti, confermano l'impostazione personale dello sceneggiatore lucchese e la sua visione narrativa, sospesa tra gotico e romanticismo.

I disegni di Marco "Will" Villa risultano particolarmente efficaci e incisivi. Le sequenze più inquietanti conservano intatta la loro forza evocativa senza mai scivolare nello splatter gratuito, scelta pienamente coerente con la tradizione zagoriana. Molto riusciti anche i tagli d'inquadratura e le soluzioni prospettiche, sempre dinamiche e mai scontate.
Notevole anche la reinterpretazione di Cico: inevitabilmente diversa da quella di Gallieno Ferri, ma perfettamente fedele alla sua vis comica, valorizzata anche dal ricorso alle canzoncine in rima, tipico topos del messicano tanto amato dai lettori e qui riproposto con naturalezza nel corso dell'avventura.
La copertina di Alessandro Piccinelli rappresenta il sigillo perfetto dell'albo: Zagor, sul ponte di una nave, affronta una creatura dalle fattezze enigmatiche e mostruose, della quale emerge unicamente l'orrenda dentatura aguzza, sufficiente a evocare tutto l'orrore che si cela nell'ignoto.

