Vince il diritto alla cura: scarcerato un 22enne con disturbi psichiatrici
Il caso a Crotone grazie alla mobilitazione di "Quei Bravi Ragazzi Family" e dei legali Chiesi e Lucente. Il giovane torna a casa e proseguirà il percorso di recupero presso il Csm
CROTONE La giustizia ritrova la sua bussola umana. Con la scarcerazione di Filippo Alfì, il giovane crotonese di 22 anni affetto da gravi disturbi psichiatrici e invalido al 100%, si chiude una vicenda che ha scosso profondamente l'opinione pubblica locale e sollevato interrogativi cruciali sulla gestione della salute mentale nelle carceri italiane.
Alfi era stato condannato a 5 anni e 5 mesi di reclusione. Tuttavia, in base alla riduzione di un sesto prevista dalla riforma Cartabia a seguito della rinuncia ai motivi di appello, la pena avrebbe dovuto essere rideterminata in circa 4 anni e mezzo.
Cronaca di una detenzione impossibile
Il trasferimento di Alfì presso la Casa circondariale di Crotone nei giorni scorsi era apparso subito come un paradosso giuridico e sanitario. Nonostante una diagnosi di psicosi Nas e una seminfermità mentale accertata, il giovane era stato recluso per espiare una condanna che, tra l'altro, era in fase di rideterminazione grazie ai benefici della Riforma Cartabia.
In cella, il quadro clinico era precipitato: l'incapacità di adattamento e la compromissione delle funzioni basilari avevano reso la detenzione un rischio concreto per la sua stessa incolumità.
Il ruolo del terzo settore e della difesa
A fare la differenza è stata la sinergia tra l'associazionismo e la difesa tecnica. L'associazione "Quei Bravi Ragazzi Family", guidata dalla presidente Nadia Di Rocco, ha sollevato il caso con forza, denunciando l'incompatibilità tra le mura carcerarie e il bisogno di assistenza continua.
Sul piano legale, l'azione congiunta degli avvocati Guendalina Chiesi (vicepresidente dell'associazione) e Mario Lucente ha permesso di attivare gli strumenti necessari, incluso un incidente di esecuzione, per far valere il principio costituzionale secondo cui la pena non può mai tradursi in un trattamento disumano.
Il ritorno a casa
Da oggi, Filippo proseguirà il suo percorso di recupero presso il Centro di salute mentale, affidato alla vigilanza e all'affetto della propria famiglia. La sua uscita dal carcere non è solo la fine di un incubo per i suoi cari, ma rappresenta una vittoria di civiltà per l'intero territorio.
«Il carcere non può e non deve essere un surrogato dei luoghi di cura», è il commento che giunge dagli ambienti vicini alla difesa.
Un monito per il sistema
Il caso Alfì lascia però aperto un dibattito necessario: quanti altri detenuti vivono oggi in condizioni di incompatibilità sanitaria? La cronaca di Crotone dimostra che, quando le istituzioni e la società civile dialogano, la Costituzione smette di essere solo carta scritta per diventare realtà.

