L'arte bianca
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CROTONE Nel teatro Apollo, gremito di studenti delle scuole superiori provenienti da Crotone e dalla provincia, si è svoltolo scorso 12 maggio mattina un incontro intenso e diretto promosso dall'Arcidiocesi di Crotone-Santa Severina. Protagonisti tre giovani della comunità Kairos di Milano, insieme al fondatore don Claudio Burgio,  sacerdote della Diocesi di Milano e cappellano del carcere minorile «Beccaria». 

Assieme al presule Alberto Torriani e don Burgio, presenti in platea gli studenti del liceo "Raffaele Lombardi Satriani" (classi III A e III C, IV A, IV B, IV C e IV E, V A e V C del plesso di Mesoraca e classi IV A, IV B e V A e V B del plesso di Petilia) che hanno partecipato all’incontro “Non esistono ragazzi cattivi: dialogo su educazione, fiducia e percorsi di rinascita”. La comunità Kairos di Milano accoglie minori con provvedimenti penali e li accompagna in percorsi educativi di rinascita.

I ragazzi, nella giornata a Crotone, hanno così raccontato senza filtri il loro passato: infanzie segnate da abbandono, violenza domestica, povertà educativa, fughe da comunità, reati commessi per rabbia o per sopravvivere. «A 11 anni tornavo in comunità con il primo tatuaggio», ha ricordato uno di loro. «A 15 anni avevo già una condanna definitiva di dieci anni», ha aggiunto un altro. Un terzo, arrivato in Italia dopo aver attraversato da solo mezza Europa, ha spiegato: «Ho iniziato a drogarmi, a rubare, a fregarmene di tutto». 

Parole che hanno colpito profondamente i presenti, perché non raccontano soltanto la devianza, ma soprattutto le ferite. Ferite che, come ha sottolineato don Claudio, spesso precedono il reato: «Un reato è la punta dell’iceberg. Sotto ci sono abbandono, solitudine, identità fragili».

I giovani hanno descritto senza retorica la vita in carcere: sovraffollamento, violenza, isolamento, regole non scritte. «Eravamo in dieci in una cella con le brande a tre piani», ha raccontato uno di loro. «In isolamento parlavo con il muro per non impazzire». Eppure, paradossalmente, proprio il carcere ha rappresentato per alcuni l’inizio di una presa di coscienza: «Mi ha fatto dare valore alle cose». 

Kairos: il tempo favorevole per cambiare

Il nome della comunità fondata da don Claudio, 26 anni fa, contiene già una visione educativa: «Kairos», nella cultura greca, indica il tempo opportuno, il momento decisivo in cui qualcosa può trasformarsi.

L’associazione non è semplicemente un’alternativa al carcere, ma un contesto relazionale in cui i ragazzi possono sperimentare ciò che è mancato: regole chiare, adulti affidabili, responsabilità condivise, possibilità concrete. Non è un ambiente protetto nel senso ingenuo del termine, ma un laboratorio di realtà, dove si impara a stare nel mondo senza esserne travolti. 

«I cancelli sono aperti», spiega don Claudio. «Non posso obbligare nessuno a cambiare: devono scegliere loro». In una società spesso centrata sul controllo, questa prospettiva appare quasi controcorrente. Per chi è cresciuto nella sfiducia, incontrare adulti credibili rappresenta il primo passo verso la rinascita.

«Ho trovato una famiglia», ha detto uno dei ragazzi. Una frase semplice che racchiude il cuore dell’esperienza: nessun percorso educativo è possibile senza legami autentici. Non basta togliere un giovane dalla strada; occorre offrirgli un luogo in cui sentirsi riconosciuto come persona. 

La giustizia che ripara

La presenza dell’ex direttrice del Beccaria, Stefania Ciamantino, ha aggiunto uno sguardo istituzionale: «L’adolescenza non è l’età adulta. La devianza ha sempre una radice sociale. E non c’è solo il carcere come risposta». Il riferimento è all’articolo 27 della Costituzione e alla necessità di percorsi educativi e riparativi.

Il cuore dell’incontro è stato proprio questo: una giustizia che cura, non che si limita a punire. Don Claudio ha raccontato episodi di riconciliazione sorprendenti, come la lettera di perdono di una madre al ragazzo che aveva ucciso suo figlio: «Ho già perso un figlio, non ne voglio perdere un altro».

La giustizia riparativa non cancella il male, ma lo attraversa: mette in dialogo autore e vittima, aprendo possibilità di futuro. Non è indulgenza, né negazione della colpa, ma il tentativo di impedire che il dolore generi altro dolore. In questo senso, la pena diventa un percorso di ricostruzione personale e sociale. 

Il futuro e il peso delle etichette

Alle domande degli studenti sul futuro, le risposte sono state sincere: «Fa paura, perché sono etichettato». «Sto bene lavorando con gli animali». «Se esco dalla comunità, sono solo io e io». Parole che rivelano una contraddizione: si chiede ai giovani di cambiare, ma non sempre la società è pronta ad accoglierli quando ci provano. Il rischio è che l’errore diventi un marchio definitivo.

L’intervento conclusivo dell’arcivescovo Alberto Torriani ha offerto una chiave essenziale: «Il futuro si guarda coltivando il desiderio, con concretezza e accanto a qualcuno che ti vuole bene». 

L’incontro non è stato solo una testimonianza sulla criminalità minorile, ma uno specchio rivolto agli adulti, alle istituzioni, alla scuola. Ha ricordato una verità spesso dimenticata: il reato non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo. È l’esito di fratture accumulate nel tempo che precedono di anni l’atto raccontato dalla cronaca.

Ogni ragazzo resta più grande del suo errore. Dietro una possibilità educativa può nascere una persona nuova. Ed è forse questa la forma più alta di giustizia: non fermarsi a ciò che qualcuno è stato, ma credere in ciò che può ancora diventare.

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