Matteo Messina Denaro e i clan di Isola: l'asse criminale per l'eolico
Le rivelazioni di Domenico Mercurio a Report svelano i summit a Verona tra il boss di Cosa nostra e la 'ndrangheta crotonese per spartirsi il business del vento
VERONA Si arricchisce di dettagli inquietanti la mappa degli affari che univa la Sicilia al Nord Italia, passando per il cuore della provincia di Crotone. Al centro di un'approfondita inchiesta firmata da Angiola Petronio per il Corriere del Veneto, emergono i legami tra l'ex primula rossa di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro, e le consorterie di Isola Capo Rizzuto, finalizzati al controllo del lucroso mercato delle energie rinnovabili.
Il processo “Isola Scaligera 2”
Emergono dettagli inquietanti dal processo “Isola Scaligera 2”, dove il collaboratore di giustizia Domenico Mercurio ha ricostruito minuziosamente i tentacoli della ‘Ndrangheta (cosca Arena-Nicosia) nel territorio veronese. Una rete criminale capace di infiltrare l’economia legale attraverso un sofisticato sistema di riciclaggio e frodi. Il processo, che vede alla sbarra 34 imputati, prosegue davanti ai giudici veronesi, confermando quanto le radici delle cosche crotonesi siano ormai profondamente e violentemente innestate nel tessuto produttivo del Nord Italia.
La figura di Domenico Mercurio è centrale per comprendere come le dinamiche della 'ndrangheta crotonese si siano innestate nel tessuto economico e politico del Nord Italia, fungendo da cerniera tra i grandi latitanti di Cosa Nostra e il territorio veronese.
Il profilo criminale e il legame con Isola
Domenico Mercurio non è un testimone qualunque: è il nipote di Santino Mercurio, considerato il "capobastone" della locale di 'ndrangheta che da oltre trent’anni si è insediata nel Veronese. La famiglia Mercurio rappresenta una proiezione diretta dei clan di Isola Capo Rizzuto in Veneto, garantendo il controllo del territorio e la gestione di affari che spaziano dall’edilizia al riciclaggio.
L'ombra della 'ndrangheta isolitana
Secondo quanto ricostruito, i clan isolitani avrebbero fornito la logistica e le "teste di ponte" necessarie per permettere al boss trapanese di pianificare investimenti in terra veneta. L'inchiesta poggia sulle dichiarazioni di Domenico Mercurio, collaboratore di giustizia legato alla storica famiglia di 'ndrangheta che da decenni controlla importanti segmenti economici nel Veronese, fungendo da raccordo con le cosche d'origine crotonese.
Il "bancomat" della cosca
Il cuore del sistema era lo scambio tra fatture false e contante. Mercurio ha spiegato come la famiglia Giardino, residente a Sona, attingesse a conti correnti esteri in Croazia, Bulgaria e Repubblica Ceca. I contanti venivano prelevati fisicamente e portati in ufficio per essere immessi nel circuito locale.
«Emettevo false fatture o fatture maggiorate agli imprenditori – ha raccontato il pentito – io portavo loro i contanti dei Giardino e in cambio loro inviavano un bonifico istantaneo con l’Iva al 10-15%».
Un meccanismo "win-win" per i complici: l'imprenditore otteneva liquidità "nera" e abbatteva le tasse, mentre la cosca puliva il denaro sporco.
La regola del "mai più senza"
Ma entrare in affari con il gruppo guidato, secondo gli inquirenti, da Alfonso Giardino e Rosario Capicchiano, significava accettare una condanna a vita. «C’era una regola non scritta: ci dovevi lavorare per sempre, non potevi farti gli affari tuoi», ha chiarito Mercurio. Chi tentava di svincolarsi o non rispettava i patti subiva la violenza del braccio operativo, spesso identificato in Michele Pugliese.
Dalle testimonianze è emerso un repertorio criminale vastissimo: truffe assicurative: Auto di lusso (Porsche e Lamborghini) acquistate con targhe estere e denunciate come rubate dopo pochi mesi; incendi dolosi: Capannoni e furgoni bruciati su commissione degli stessi proprietari per incassare i premi della Reale Mutua; arte e investimenti: Un caso eclatante riguarda un imprenditore che, dopo aver ottenuto 30 milioni di euro, avrebbe investito parte della somma in opere di Picasso, Fontana e Warhol.
I summit svelati da Report
Come documentato nel servizio di Report firmato da Walter Molino, gli incontri avvenivano nel centro di Verona, dove Messina Denaro si muoveva con la disinvoltura di un turista, arrivando persino a farsi fotografare davanti all'Arena. «Ti ricordi quando ti ho mandato dei vestiti, dei costumi da bagno, dei pantaloni bianchi.... Ebbene, tutte quelle cose le comprai io personalmente il giorno che feci quelle foto in quella medesima città...». Le foto sono otto. Il giorno, riportato sotto le immagini, è il 20 maggio del 2006. La città è Verona. E a scrivere alla figlia è Matteo Messina Denaro.
Mercurio ha descritto pranzi in piazza dei Signori volti a definire una strategia d'attacco: «Si parlava di far vincere la Lega e cercare di piazzare queste pale eoliche», ha rivelato il pentito, tracciando un quadro in cui il sostegno politico era funzionale all'ottenimento dei permessi per i parchi eolici.
Il business del vento
L'articolo del Corriere del Veneto sottolinea come il sistema fosse già stato parzialmente smantellato nel 2011 con le interdittive antimafia che colpirono le società di Vito Nicastri, l'imprenditore siciliano dell'energia pulita considerato vicinissimo a Messina Denaro. Nicastri aveva stabilito interessi operativi proprio nel tessuto economico influenzato dai clan crotonesi trapiantati al Nord.
Questa collaborazione tra Cosa Nostra e i clan di Isola Capo Rizzuto conferma, ancora una volta, la capacità delle mafie di superare i confini regionali per creare una vera e propria "holding del crimine" capace di inquinare l'economia legale, partendo dalle coste calabresi fino alle pianure venete.
«Si faceva chiamare Andrea»
A capire dopo 17 anni che quello che aveva incontrato per due volte a Verona nel 2006 era Matteo Messina Denaro è Domenico Mercurio. È lui, nipote di Santino Mercurio capobastone della locale di ‘ndrangheta che nel Veronese si è incistata da oltre trent’anni, a raccontare di quegli incontri a Walter Molini, giornalista di Report. Collaboratore di giustizia, Domenico Mercurio.
Stando al racconto fatto a Report da Domenico Mercurio a presentargli quello che «il nome forse era Andrea» e che poi ha riconosciuto essere Matteo Messina Denaro, sarebbe stato proprio un calabrese. Quell’Elio Nicito, ormai veronese d’adozione, attuale presidente della Quadrante Servizi e da decenni «gran cerimoniere» di ogni elezione politica o amministrativa.
Un «tessitore», Nicito, anche nelle parole di Mercurio che ne era il collaboratore. «Elio - dice il collaboratore di giustizia a Walter Molino - me lo ha presentato (il riferimento è a Messina Denaro, ndr), dicendo che si fermava a Verona tre,quattro giorni... In quel caso erano appena partite le energie eoliche ed Elio diceva che era un mercato che bisognava costruire». Un pranzo in un ristorante in piazza dei Signori, poi un incontro in un bar. Due appuntamenti in cui «si parlava di far vincere eventualmente la Lega e cercare di piazzare queste pale eoliche», ha ricostruito Mercurio. «E poi vinse proprio la Lega. E a distanza di poco è stato costruito un grande parco eolico nel Veronese».




