"Caso Crotone", Ona denuncia: «Qui l'inquinamento uccide di più»
Dal convegno dell'Osservatorio nazionale amianto emerge la necessità di accelerare la bonifica, ma da Eni è un "tira e molla". Necessario l'intervento del procuratore Guarascio?

CROTONE Un silenzio assordante. I dati epidemiologici allarmanti sull’incidenza del cancro a Crotone, emersi nel convegno «Amianto e altri rischi cancerogeni: lo stato dell’arte, prospettive verso il futuro» organizzato dall’Osservatorio nazionale amianto (Ona), tenutosi lo scorso 30 gennaio a Catanzaro, non hanno provocato nessuna reazione da parte delle istituzioni locali.

In verità, se si esclude un gruppo sparuto di cittadini, anche la popolazione non ha mostrato interesse per una questione che ogni giorno miete vittime. Un dramma nel dramma quello che vede le istituzioni mostrare maggiore interesse a feste e festini e i cittadini non tenere conto nemmeno dei lutti che quotidianamente colpiscono le famiglie.
A Catanzaro si è parlato principalmente del Mesotelioma pleurico, un tipo di tumore fortemente aggressivo che è provocato dal contatto con l’amianto. È emerso in maniera inconfutabile che il mesotelioma è comunque «la punta dell’iceberg di un insieme molto più ampio di patologie asbesto-correlate, che comprendono anche tumori del polmone, della laringe, dell’apparato gastrointestinale e delle ovaie, oltre ad asbestosi e malattie pleuriche».

I dati sull’incidenza del mesotelioma pleurico dicono che «in Calabria ci sono stati 118 episodi censiti fino al 2021. I primi casi sono stati registrati nel 2001». I 118 casi sono quelli individuati in Calabria. A questi vanno aggiunti «oltre 500 casi di mesotelioma diagnosticati fuori regione, legati alla mobilità sanitaria» e «numerosi casi non intercettati dal sistema regionale di sorveglianza».
Le stime fatte dall’Ona provincia per provincia dicono che a «Cosenza sono 190 - 210 casi stimati, a Reggio Calabria: 160 – 180, a Catanzaro 90 – 110, a Crotone: 70 - 90 e a Vibo Valentia 40 – 55».

Se non si tiene conto del numero di abitanti, sembrerebbe che a Crotone l’incidenza non sia elevata. Se, com'è giusto che sia, si tiene conto degli abitanti si capisce che Crotone diventa un caso da studiare.
Il confronto tra Crotone e Cosenza non regge se si tiene conto che la popolazione residente è esageratamente differente: la provincia di Crotone fa circa 160.000 abitanti e quella di Cosenza 700.0000, cioè circa quattro volte più popolosa Cosenza. La proporzione ci dice che Crotone, se avesse avuto una popolazione residente di 700.000 abitanti, avrebbe avuto 360 casi di mesotelioma pleurico.

Nel convegno organizzato dall’Ona è stato rilevato che il caso Crotone è riconducibile «al polo chimico industriale». Sempre nel convegno è stato evidenziato un dato rilevante riguardante tutte le patologie asbesto-correlate.
A questo proposito è stato detto che «se si considera l’intero spettro delle patologie riconosciute (tumori, asbestosi e malattie pleuriche), le stime complessive per il periodo 1993 - 2025 indicano: Cosenza: circa 1.000 casi complessivi, Reggio Calabria: circa 730 casi, Catanzaro circa 380 casi, Crotone circa 800 casi, con ulteriore aggravio dovuto al sinergismo con altri cancerogeni presenti nel Sito di interesse nazionale e Vibo Valentia circa 230 casi».

Non ci sono dubbi sui dati forniti: a Crotone si muore di più perché c’è l’aggravante della presenza dei veleni depositati soprattutto nell’area industriale. Ci sarebbe bisogno di un immediato intervento di bonifica totale. Dopo anni di fermo l’attività di bonifica avviata con il Pob fase due procede a sussulti.
L’Eni per anni ha «ciurlato nel manico» dicendo di non potere effettuare l’intervento perché frenata dagli ostacoli del Paur e della Conferenza dei servizi decisoria del 24 ottobre 2019 che imponevano il trasporto dei veleni fuori Calabria. Cinque anni di tira e molla dicendo che non c’erano discariche nemmeno in Europa per ospitare i nostri rifiuti.

Lo scorso anno il miracolo: le discariche ci sono e a dirlo è la stessa Eni. Dopo avere avviato l’intervento il colosso energetico ha dato il via ad un nuovo tira e molla: la normativa europea consente lo smaltimento fuori dall’Italia sino al 25 maggio 2026. Davanti ad una ulteriore levata di scudi ha tirato in ballo la presenza di rifiuti radioattivi superiore alle aspettative. Anche per questi rifiuti non ci sarebbero discariche.
C’è però, come ha scritto Giuliano Carella su questo giornale, un’indagine effettuata dall’Arpacal il 15 gennaio scorso, dopo le esternazioni dell’Eni, che smentisce il colosso energetico sostenendo che la presenza di radioattività non è preoccupante e non è superiore a quella individuata nel 2017. Potremmo trovarci di fronte ad un caso di procurato allarme che potrebbe interessare il procuratore di Crotone, Domenico Guarascio.

