L'arte bianca
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CROTONE In Calabria non è possibile effettuare interventi di broncoscopia in età pediatrica perché mancano gli specialisti. Dovrebbe essere questo il motivo che ha impedito agli ospedali calabresi di intervenire per salvare la vita di Salvatore il bambino di Crotone che ha rischiato seriamente di morire.

Si è salvato, come racconta la madre nella lettera inviata alla Provincia crotonese perché, dopo tante peripezie, è stato trasferito con successo in un ospedale di Napoli, dove c’era il broncoscopio e anche lo specialista che ha realizzato l’intervento salvavita. La storia di questo bambino e i momenti tragici vissuti dai suoi genitori sono una rappresentazione plastica della situazione in cui versa la sanità di Crotone e della Calabria.

La narrativa che viene fatta dalla politica e da chi percepisce compensi da nababbi per gestire le aziende sanitarie è ben diversa dalla realtà. Da una parte ci sono i politici e i manager della sanità che raccontano un eldorado inesistente e dall’altra i pazienti, come il bambino di Crotone o come i grandi ustionati che per tentare di salvarsi devono, nella migliore dell’ipotesi raggiungere, ancora in vita, i centri sanitari di altre regioni più attrezzati e qualificati di quelli calabresi.

Sinora è andata così, ma la situazione potrebbe anche peggiorare perché da altre regioni arrivano segnali non rassicuranti per l’utenza calabrese. Il presidente della Regione Emilia Romagna, Michele de Pascale, ha annunciato che il costo per curare l’utenza che arriva dal Sud non è più sostenibile e che, quindi, nelle strutture della sua Regione, prima di tutto saranno curati i cittadini residenti e poi gli altri. Questo dovrebbe valere per le specialistiche che in Calabria e nelle altre Regioni esistono.

In sostanza si garantirebbe solo l’alta specializzazione. La Calabria, a quanto pare, è corsa ai ripari sottoscrivendo “un accordo di regolamentazione sanitaria con l’Emilia Romagna”. Il contenuto di questo accordo è stato pubblicato sul Burc Calabria n. 232 del 24 novembre scorso. La durata dell’accordo “ricopre l’arco temporale 1° novembre 2025 – 31 dicembre 2027”. Si tratta di un accordo “non soggetto a tacito rinnovo. E’ fatta salva la facoltà delle regioni di aggiornare i contenuti al termine di ogni annualità, anche su istanza di una delle parti”.

Nell’accordo rientrano “tutte le prestazioni di assistenza specialistica ambulatoriale e ospedaliera, erogate a carico del Servizio sanitario nazionale dalle strutture pubbliche e private accreditate”. Si tratta di prestazioni che dovrebbero garantire all’utenza sia l’Emilia Romagna per i calabresi e sia la Calabria per gli emiliani-romagnoli. È evidente che il maggiore peso spetterà all’Emilia Romagna, che ha un’organizzazione sanitaria sul piano della qualità del servizio molto più avanzata rispetto alla Calabria.

Questo accordo avrà un costo per la Regione (in questo caso la Calabria) che si rivolge alle strutture emiliane – romagnole. Paghiamo un ulteriore prezzo economico per sopperire ad un sistema sanitario non adeguato ai tempi e ai bisogni. La colpa non è dei medici, che operano in Calabria come spiega benissimo la mamma del bambino che ha rischiato di morire per avere ingerito una nocciolina.

I nostri medici sono bravi, ma sono costretti ad affrontare “a mani nude” malattie e situazioni organizzative che richiederebbero attrezzature all’avanguardia. Le colpe sono dei politici che, anziché individuare il percorso per il risanamento, continuano a fare campagne elettorali anche quando le elezioni sono lontane. Con la falsa propaganda si gabba la gente, ma quando una nocciolina rischia di uccidere un bambino perché in un’intera regione non c’è un broncoscopio da utilizzare vuol dire che il re è nudo e prima o poi lo capiranno tutti. Speriamo solo che non sia troppo tardi per tentare il recupero. Sulla vicenda del bambino colpisce il silenzio dei sindaci.

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