L'arte bianca
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CROTONE Caso Perugia, abuso di intercettazioni, norme repressive sui minori e degrado delle carceri: sono i nodi critici al centro dell'astensione dalle udienze proclamata dall'Ucpi (Unione camere penali italiane) nel settore penale per la settimana dal 23 al 29 settembre 2026. 

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Attraverso una nota articolata, l'avvocato Aldo Truncè, presidente della Camera penale di Crotone, ha spiegato i motivi di una protesta che punta a rompere il silenzio delle Istituzioni in merito a recenti e gravi falle nel sistema di garanzia, con l'obiettivo di risvegliare l'opinione pubblica sulle tutele basilari del processo.

Lo strumento estremo a tutela dello Stato di diritto

L'adesione allo sciopero viene spiegata come «l'estremo strumento di protesta a disposizione dell'Avvocatura per richiamare le Istituzioni e l'opinione pubblica al rispetto dei principi fondanti dello Stato di diritto». Secondo il presidente Truncè, la mobilitazione non persegue alcun fine egoistico o di categoria, in quanto «non si tratta di una rivendicazione categoriale o di una protesta corporativa, bensì di un atto di responsabile denuncia di fronte al progressivo sgretolamento delle garanzie costituzionali e alla grave lesione del diritto di difesa».

Il caso del carcere di Perugia

L'origine più acuta di questa mobilitazione risiede nella vicenda emersa presso la Casa circondariale "Capanne" di Perugia. L'avvocato Truncè denuncia apertamente che in quel frangente «per circa sei mesi sono stati sistematicamente ed indiscriminatamente intercettati i colloqui riservati tra i detenuti e almeno quindici difensori diversi da quello indicato nel provvedimento autorizzativo». 

Tale forzatura tecnica «ha consentito agli organi dell’accusa di prendere diretta conoscenza delle strategie processuali e di informazioni coperte dal segreto professionale». La Camera penale evidenzia «una palese violazione dell’articolo 103 del codice di procedura penale - che impone l’immediata interruzione dell’ascolto quando la conversazione coinvolge il difensore - oltre che degli articoli 15 e 24 della Costituzione e degli articoli 6 e 8 della Cedu». 

Ad aggravare il quadro è il contesto stesso dell'anomalia, dal momento che la violazione «si è consumata all’interno di un istituto di pena, ai danni di soggetti privati della libertà personale e per questo interamente affidati alla tutela dello Stato».

Il silenzio istituzionale e le intercettazioni a strascico

Nonostante le promesse del ministro della Giustizia per far luce sull'episodio tramite l'Ispettorato Generale, l'Avvocatura registra «un prolungato e inaccettabile silenzio istituzionale». Viene precisato che le richieste di trasparenza non mirano a violare il segreto delle indagini, ma riguardano esclusivamente «la comprensione delle cause procedurali della violazione, il mancato funzionamento dei meccanismi di controllo e l'adozione di idonee contromisure normative e organizzative volte a prevenirne la reiterazione». 

La nota rammenta infatti che «quando l'esercizio del potere pubblico travalica i limiti posti dalla legge, lo Stato ha il dovere democratico di rendere conto dell'accaduto e di rimuovere le condizioni che lo hanno reso possibile». Sullo sfondo pesa un arretramento normativo, esemplificato dal blocco del Ddl 806 sul sequestro dei dispositivi informatici e dalla prassi che amplia l'uso dell'articolo 270 Cpp, finendo per trasformare un mezzo di ricerca eccezionale «in uno strumento esplorativo generalizzato, con le cosiddette "intercettazioni a strascico"».

Emergenza carceraria e repressione minorile

La riflessione si allarga anche alle riforme sulla giustizia dei giovanissimi, con l'introduzione di fermi basati su «mere valutazioni di pericolosità sociale» e ipotesi normative che, intaccando la fascia tra i 14 e i 18 anni, rischiano di scardinare «i principi di personalizzazione e rieducazione su cui si fonda il sistema penale minorile». 

Per quanto concerne il sovraffollamento, permane «un'inerzia strutturale di fronte all'emergenza carceraria, caratterizzata da un tasso reale di sovraffollamento che supera il 139% e da un drammatico numero di suicidi». L'avvocato Truncè ribadisce in conclusione che i paletti fissati dalla Costituzione alle indagini «non sono concepiti a protezione del reato, bensì a tutela di ogni singolo cittadino dall'arbitrio dell'autorità». 

La mobilitazione mira quindi a «sollecitare risposte chiare sulla vicenda di Perugia e a richiedere un riallineamento dell'azione legislativa e giurisdizionale ai principi dello Stato costituzionale di diritto».

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