L'arte bianca
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CROTONE Riguardo la vicenda del servizio “Chiama Roma” «non permetteremo che una scelta ingiusta e discriminatoria colpisca la Calabria e soprattutto il territorio di Crotone, non ci fermeremo. Ribadiamo la nostra ferma volontà di proseguire con la mobilitazione a difesa dell'occupazione. Se il Comune di Roma non rivedrà le previsioni del bando di gara, assicurando il principio di territorialità nel cambio di appalto, metteremo in campo tutte le iniziative di lotta necessarie a difesa del territorio e del lavoro». Lo dichiara in una nota la Slc Cgil Calabria in merito alla situazione dei lavoratori crotonesi del servizio Chiama Roma.

«In seguito alla pubblicazione del bando per il servizio - spiega il sindacato ripercorrendo quanto accaduto - in cui era presente l'indicazione di un Ccnl diverso dalle telecomunicazioni, e ancor più grave un punteggio aggiuntivo per assunzioni fatte nel comune di Roma sulla commessa in cui da anni sono impiegati 150 lavoratori crotonesi, abbiamo attivato fin da subito tutte le interlocuzioni per modificare queste clausole inaccettabili».

«È stato avviato - si legge - lo stato di agitazione e attivate le procedure di raffreddamento previste dalla legge che, in seguito agli incontri tra la Slc Cgil e la Cooperativa aCapo, si sono concluse con esito negativo. Il 14 gennaio si terrà l'incontro tra le organizzazioni sindacali e il Comune di Roma, richiesto unitariamente da Cgil, Cisl e Uil per tentare ulteriormente, approfittando dello slittamento della scadenza del bando di gara a giorno 16 gennaio, di spiegare all'istituzione comunale la bontà delle nostre rivendicazioni, nell'interesse dei lavoratori e della continuità del servizio abbinata alla qualità che lo ha da sempre contraddistinto».

«Se non dovessero andare a buon fine neanche le interlocuzioni attivate con le confederazioni romane - afferma il sindacato - le lavoratrici e i lavoratori di Crotone sarebbero esposti al rischio di trasferimenti forzati a più di 600 chilometri di distanza, che nei fatti si configurerebbero come licenziamenti mascherati».

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